Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori
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martedì 11 luglio 2017

Venerdì di magro

Un estratto dall'ultimo post su La Stampa - Mare

“Le patelle sono animaletti coperti solo d’una scorza … et la sua polpa è molto saporita: si cuoceno sulla graticola, et sottostate nel modo, che si cuoceano, et si sottestano l’ostreche”, cioè prima lessata per poter essere estratta la parte molle, per poi metterla in padella con burro o olio, uno spicchio d’aglio, menta, maiorana, pepe e cannella, facendo cuocere per qualche minuto il tutto e poi servirlo con fette di pane. Così racconta Bartolomeo Scappi nella sua “Arte di cucinare”, pubblicata alla fine del Cinquecento. Se i gusti oggi sono cambiati e le patelle si apprezzano di più magari crude o facendo sughi per la pasta, rimangono comunque abbondanti sugli scogli nella zona mesolitorale, scrivono i biologi, cioè in quella che sta a cavallo tra la bassa e l’alta marea. Bisogna precisare che le patelle sono molluschi gasteropodi, cioè parenti delle chiocciole, e proprio come le chiocciole di terra sono erbivore, brucando le alghe che incrostano gli scogli.

Patelle che sono apprezzate in cucina anche da tanti liguri, come racconta Italo Calvino nel racconto “Pesci piccoli, pesci grandi”, dove uno dei protagonisti ha una vera e propria passione per questi “piatti molluschi che stanno appiccicati allo scoglio, e fanno col loro durissimo guscio quasi un tutt’uno con la pietra. …

Pubblicato sul blog Venerdì di magro, de La Stampa - Mare, dove troverete anche tanti altri brevi racconti di pesci e pescatori.

giovedì 22 dicembre 2016

Venerdì di magro

Se state pensando al menù della Vigilia e non sapete che pesci prendere, mi permetto di suggerirvi l'ultimo post che ho pubblicato su "Venerdì di magro", il mio blog di pesci e pescatori per La Stampa online.

Ed eccoci ancora alle prese con il più rituale dei giorni di magro: la Vigilia di Natale. Cosa cucinare per rinnovare una tradizione italiana radicata non solo tra i credenti? Mettersi alla ricerca di capitoni, “che formano il cibo di rito” del popolo minuto di Napoli, riprendendo il titolo di una ricerca ottocentesca sull’alimentazione dei poveri?

Forse invece sarà più semplice attingere sempre alla tradizione napoletana ottocentesca, ma al più economico pesce mpasticcio, suggerito da Ippolito Cavalcanti, che comunque suggerisce anche l’arrusto de capitone. Comunque entrambi rientrano in “ tutto chello che se sole mancià all’uso nuosto de Napole”. Quindi limitandosi al più popolare pesce mpasticcio e proponendo una più facile e sintetica traduzione è necessario spinare e spellare merluzzi e cefali, dopo averli bolliti, quindi saltare in padella scarola con olio, olive, capperi, qualche alice salata, sale, pepe e pinoli. Poi pesce e preparato di scarola si mettono in strati su una base di pastafrolla, con cui si coprirà poi il tutto, prima di cuocere sotto il " tiesto" o, almeno per noi oggi, in forno. Una più dettagliata ricetta, con tutte le variazioni del caso, è facile trovarla in ricettari più recenti o in rete, mentre qualcosa di più possiamo dire sul pesce. Se dei cefali, al plurale perché si tratta di diverse specie di sapori molto differenti ho già scritto qualche mese fa, del nasello invece è necessario precisare qualcosa.

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domenica 18 settembre 2016

Alieutica

Hanno un fascino antico i volti dei pescatori, anche quelli di oggi.
Italiani, albanesi o magrebini che siano, sono tutti accomunati da un mestiere duro che, in un tempo come il nostro in cui tutto sembra smaterializzarsi, è ancora in strettissimo rapporto con gli elementi naturali, con le onde e le correnti, con il sole e con la pioggia.
Venerdì scorso ne ha scritto Nicola Lagioia su Repubblica, prendendo spunto da un lavoro fotografico di Pietro Martinello che è in mostra in questi giorni al PhEST di Monopoli. Il reportage s’intitola “I Gladiatori di Nettuno”  ed è il risultato della sua residenza artistica nella città pugliese, dove  ha lavorato con la comunità dei pescatori che conserva alcuni elementi identitari più forti.

martedì 29 marzo 2016

Alieutica

La pesca del pesce spada, una storia millenaria

Per chi oggi naviga nelle agitate acque dello Stretto di Messina, se Scilla e Cariddi sono solo un’evocazione mitica, non mancano comunque forti emozioni, di venti e correnti, di navi e barche. Tra queste c’è l’incontro con le passarelle o più romanticamente feluche, che sono le più inimmaginabili delle barche da pesca del Mediterraneo. Se un tempo erano piccole e mosse dai remi, oggi sono grandi e motorizzate. Grande non solo lo scafo, che misura una quindicina di metri, ma soprattutto alte, altissime, sproporzionate sono l’albero d’avvistamento e il bompresso che è la passarella di lancio. Lancio di cosa? Dell’arpione per pesce spada e tonno o della fiocina per pesci più piccoli. Come? A mano da parte del lanzatore, u’ lanzaturi. All’arpione o alla fiocina è collegata una lunga cima di 300-500 metri che, una volta arpionata la preda, viene srotolata, per essere poi recuperata.
La storia della pesca del pesce spada con l’arpione è antichissima e sfruttava vedette poste su punti panoramici che informavano poi le barche da pesca che si lanciavano all’inseguimento. Secondo alcuni i bizantini usavano la galea, sostituita poi nel XIV secolo con il luntro, lungo 6-8 metri, mosso da 4-8 rematori, con un avvistatore che stava in piedi su un albero di circa 3 metri e un lanzatore a prua. Nel Cinquecento vennero introdotte le feluche, imbarcazioni ormeggiate, dotate di un alto albero per l’avvistamento. Infine nel Novecento furono le stesse feluche ad essere motorizzate e divennero le attuali passerelle.
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di marzo 2016

PS
L'immagine che accompagna questo post è un fotogramma del prezioso e bellissimo documentario di Vittorio De Seta, “Lu tempu di li pisci spata”, girato negli anni Cinquanta del Novecento.

mercoledì 30 settembre 2015

Venerdì di magro

Un pesce per l'EXPO: mazzancolla

Se è lungo l’elenco di gamberi tropicali sconsigliati da Slow Food nella campagna di sensibilizzazione “No grazie, non nel mio piatto”, almeno uno, quello mediterraneo che si chiama mazzancola (Penaeus kerathurus), ci sentiamo di consigliarvelo. Soprattutto in queste settimane che lo si pesca più abbondantemente e quindi costa molto meno. Con 10-15 euro possiamo acquistarne un chilo di media grandezza (10-15 cm di lunghezza), ottimi da cucinare in padella, in bianco o in rosso. Come tutti i gamberi ha un accrescimento molto rapido e solo pochi esemplari superano i due anni di vita. Si tratta quindi di una specie a ciclo vitale breve che, se pescata con metodi non impattanti per l’ambiente, deve rimanere centrale nelle attività di pesca. Tra l’altro la sua abbondanza dipende dalla qualità degli ambienti costieri perché è stanziale, si riproduce alla fine dell’inverno in acque costiere, mentre poi in primavera le larve migrano nelle lagune dove si accrescono rapidamente per tornare al mare in autunno e andare a svernare a profondità comprese tra -50 e  -100 metri. Oggi la si pesca con reti a strascico e, soprattutto nel Tirreno con nasse e reti fisse. Queste due ultime tecniche sono sicuramente meno impattanti e in futuro andrebbero incentivate, magari anche con mirate campagne di informazione al consumatore. Fermo restando che anche la pesca a strascico ha una sua antica tradizione e, se svolta in tempi, modi e aree adeguate, può essere considerata assolutamente sostenibile.
Quindi, almeno in questi giorni d’autunno, provate a mangiare qualche mazzancolla fresca; scoprirete l’insuperabile sapore di un crostaceo mediterraneo. Senza dimenticare che quando si mangia bene si può anche mangiare meno, e con 2 etti di mazzancolle sarete sicuramente soddisfatti.


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giovedì 10 settembre 2015

Venerdì di magro

Un pesce per l'EXPO: tracina o pesce ragno

Fino a qualche anno fa il pesce ragno, chiamato anche tracina, era il terrore dei bagnati. Poi improvvisamente e senza una precisa spiegazione è quasi scomparso. Sicuramente hanno influito le diffusissime opere di difesa, le scogliere frangiflutti, che se certamente proteggono la costa dall’erosione hanno però aumentato la fangosità dei fondi. Perciò la tracina, dal greco traknos cioè pungente, che vive sotto la sabbia ha visto ridursi notevolmente il suo habitat.
Di pesci ragni ne esistono tre specie e quello di riva, chiamato non a caso scientificamente Trachinus vipera, è quello più piccolo, ma anche il più pericoloso. La sua puntura è molto dolorosa e per chi avesse avuto la fortuna di non provarla, può immaginarla due o tre volte più forte di quella delle vespe. Il veleno è contenuto in ghiandole che stanno alla base delle prime spine dorsali, riconoscibili per una macchia nera. La tossina è termolabile, cioè si disattiva con il calore, e quindi l’unico rimedio possibile è l’immersione del piede o della parte colpita in acqua calda.

Se il bagnante le teme, il gourmet le apprezza, soprattutto le più grandi e saporite che si pescano al largo. Ha carni molto toste che sono l’ideale per le zuppe e quindi imprescindibili nei brodetti adriatici o nei caciucchi tirrenici, tutti nelle loro infinite variabili. Questi due piatti, queste due parole, sono emblematici delle storie pescherecce e gastronomiche delle due coste italiane, un tempo molto più lontane di quanto non lo siano oggi. L’Appennino è infatti stato per millenni uno spartiacque non solo geografico ma anche economico e culturale, un confine tra due mondi marinareschi, tra quei due mari che i latini chiamavano Superum e Inferum, con riferimento diremmo noi oggi all’orientale e all’occidentale.

Ogni volta che preparate o mangiate un brodetto o un caciucco non fate mancare o chiedete anche una tracina, un pesce povero ma di grande sapore.

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mercoledì 19 agosto 2015

Venerdì di magro



Italia, paese di santi, poeti e soprattutto pescatori

Se in tanti dubitano che gli italiani siano stati, almeno nel Novecento, un popolo di navigatori, nessuno può negare che siamo invece dei pescatori. E lo siamo ancora, considerando che si contano 30.000 pescatori professionali a cui si aggiungono un milione di sportivi in mare e molti di più nelle acque interne. Del resto non potrebbe essere altrimenti per una penisola immersa nel Mediterraneo. La pesca è sempre stata e continua ad essere un’attività fondamentale, sia in termini economici che culturali. Malgrado le tumultuose trasformazioni socio-economiche dell’ultimo mezzo secolo e le altrettanto significative criticità ambientali, in Italia i pescherecci sono 13.000 e sbarcano ogni anno 200.000 tonnellate di pesci, molluschi e crostacei. Tutti di prima qualità! E', e sarà sempre di più, proprio la qualità, in termini di freschezza e valore nutrizionale, l’aspetto fondamentale della produzione. I pesci mediterranei sono piccoli (per inciso molti non crescono di più), se paragonati a quelli oceanici, ma ottimi per caratteristiche organolettiche e soprattutto perché spesso si possono consumare in giornata, grazie a una capillare distribuzione della flotta lungo gli ottomila chilometri di costa e un'altrettanto diffusa rete di piccole pescherie, che sono i veri presidi della tipicità ittica italiana. L’eccellenza del prodotto trova poi nella fantasia gastronomica locale mille variabili, tutte ricchissime di sapori e di storie.
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Fishing has always been and continues to be a fundamental activity in both economic and cultural terms. The excellence of the fish find also a thousand variables, all rich in flavor and stories, in the fantasy of the local gastronomy. In Italy each fishing village has its typicality, his dish able to tell a story of the sea. Stories whose protagonist is a fish and inevitably an environment that must be protected.

L'articolo completo è stato pubblicato su Puglia e Mare di marzo 2015, scaricabile gratuitamente.

martedì 11 agosto 2015

Venerdì di magro

Un pesce per l'EXPO: suro

E’ il più povero dei carangidi, la grande famiglia di pesci pelagici predatori, che comprende ricciole e lecce. Ma non per questo è meno buono. Più piccolo di taglia, lo si trova infatti in pescheria dai 150 ai 500 grammi, e quindi è un po’ più difficile da preparare. La pulizia si complica anche perché ha anche una lunga fila di robuste squame che vanno dalla testa alla coda, e richiede quindi di essere spellato. Un’operazione non facile, che però permette di avere quattro filetti di carne di grande sapore, a pochissima spesa. Deciderete poi voi se farli arrosto, lessi, in umido o crudi. 

I suri li pescano principalmente le volanti insieme al pesce azzurro, anche se quelli presi con l’amo sono decisamente molto più buoni, perché le carni rimangono più toste. Le volanti sono due barche che trainano un’unica rete, distaccata dal fondo. E’ una tecnica introdotta in Mediterraneo negli anni Sessanta del Novecento, che ha in alcune zone ha soppiantato la pesca con la lampara e le reti d’imbrocco. Si tratta di una evoluzione della pesca alle arringhe fatta nei mari del nord, possibile grazie alle evoluzioni recenti, quali potenze dei motori, fibre sintetiche ed ecoscandagli. Quest’ultimo strumento permette infatti di individuare i banchi e di conseguenza fare delle cale mirate, di 30-40 minuti. Dopo la folle esplosione degli anni Settanta-Ottanta, in cui si pescavano migliaia di tonnellate all’anno per fare farine di pesce, oggi anche questa attività si è molto ridimensionata e in Italia operano circa 140 barche, quasi tutte in Adriatico centro-settentrionale. Pescano acciughe, sarde, spratti, cefali e tante altre specie che non vivono sul fondo, tra cui i nostri buonissimi ed economici, suri, che chiedono solo un po’ di tempo e di abilità per essere preparati. 

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venerdì 31 luglio 2015

Venerdì di magro

Un pesce per l'EXPO: sogliola

Il “fermo pesca”, è ormai un classico delle estati gastronomiche italiane. Sono mesi in cui le pescherie (non quelle iper, sempre uguali a se stesse, ma quelle micro, mutevoli come le stagioni) offrono molto di meno e i prezzi sono mediamente più alti. Il fermo stato introdotto alla fine degli anni ’80 del Novecento e quest’anno durerà una quarantina di giorni. Il primo stop alla pesca a strascico, in tutte le sue forme e riguardante quindi sia il pesce bianco che quello azzurro, è scattato il 26 luglio, da Rimini a Trieste. Nelle settimane successive partirà nel resto dell’Adriatico e poi in settembre nel Tirreno e nel Ligure. Bisogna però ricordare che il pesce fresco lo si troverà comunque, perché si continuerà a pescare con reti fisse, nasse, ami e con le reti da circuizione, cioè con tutti quegli “ordigni”, utilizzando una suggestiva parola ottocentesca, meno impattanti e più selettivi. Tra questi le reti d’imbrocco, cioè quelle fatte oggi di filo di nailon trasparente, calate al tramonto e salpate all’alba, molto utilizzate in Adriatico per la pesca della sogliola. Pesce nobile per eccellenza, ricercato innanzitutto dalle mamme, perché leggendario è il suo sapore e la sua digeribilità. Pellegrino Artusi, nel suo libro più famoso, riporta diverse ricette e la mette anche nell’appendice dedicata alla “Cucina per gli stomachi deboli”. E’ lo stesso Artusi a ricordare che “Alla sogliola, per la bontà e delicatezza della sua carne, i Francesi danno il titolo di pernice di mare”. In effetti la sogliola, almeno quella “gentile” che i biologi chiamano Solea vulgaris, perché ne esistono in Mediterraneo altre due specie meno buone, ha carni magre, cioè con un contenuto in grassi inferiore al 3%, saporite e facilmente spinabili. Quest’ultima rimane una caratteristica innegabilmente apprezzabile per la maggior parte dei consumatori che, purtroppo sempre più numerosi, mangerebbero solo pesce senza spine. Viva le spine invece! che richiedono un ingrediente sempre più raro a tavola, come nella vita: la pazienza.

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martedì 19 maggio 2015

Venerdì di magro

Un pesce per l'EXPO: razza

Le razze qualche anno fa erano praticamente scomparse. Poi improvvisamente e inaspettatamente si sono ricominciate a pescare, in grande abbondanza. Incredibilmente sono da qualche mese uno dei pesci più economici; con 7-8 euro al chilo si mangia veramente bene! Semplicemente lessa o in umido con pomodori, olive nere e capperi, o alla romana con pasta e broccoli, la razza è un ottimo piatto.

La sua benedetta ricomparsa è forse il primo segnale positivo della drastica riduzione della pesca a strascico?

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giovedì 26 marzo 2015

Venerdì di magro

Un pesce per l'EXPO: rossetto

Aphia minuta la chiamano i biologi, rossetto è invece il nome comune in tanta parte d'Italia, trasparent goby per gli inglesi, omni nud per i romagnoli. Comunque li chiamiate, affrettatevi ad assaggiarli, in stuzzicanti fritture o semplicemente marinati con il limone per pochi minuti. Affrettatevi perché il 31 marzo si chiude la stagione di pesca per le circa 120 piccole imbarcazioni autorizzate in Liguria e Toscana, le uniche due regioni che hanno saputo tutelare questo loro patrimonio peschereccio, economico, culturale e gastronomico. Quella del rossetto è infatti una delle pochissime pesche speciali, o sarebbe più giusto chiamarle tradizionali, sopravvissute ai regolamenti comunitari, che per nobili cause ambientali hanno però cancellato altrettanto nobili mestieri secolari.

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venerdì 20 marzo 2015

Venerdì di magro

Un pesce per l'EXPO: canocchia

“Mi chiamavano Gandhi o canocchia” raccontava Federico Fellini, parlando della sua magrezza giovanile. Canochia è anche uno dei personaggi de Le baruffe chiozzotte di Carlo Goldoni, un “giovine che vende zucca arrostita” e che immaginiamo non fosse particolarmente in carne. Perché il nomignolo canochia in tutto il Golfo di Venezia è “detto per ingiuria ad uomo, allampato, lanternuto, smunto, secchissimo”, si legge su un vocabolario veneto dell’Ottocento. E lo stesso ci ricorda come questo “piccolo granchio marino a coda lunga articolata”, con chele che ricordano quelle della mantide da cui deriva anche il suo nome scientifico Squilla mantis, è buonissimo e “di molto uso per la poveraglia”, ossia la povera gente. Bisogna precisare che è gustoso soprattutto nei mesi invernali, quando preparandosi alla riproduzione è particolarmente carnoso. Le canocchie sono comuni lungo tutta la riva adriatica, come ricorda anche Artusi, che le chiama cicale, avvertendo il lettore che non si tratta delle “cicale che vivono su per gli alberi … ma di quel crostaceo sempre gustoso a mangiarsi; ma migliore assai quando in certi mesi dell'anno, dalla metà di febbraio all'aprile, è più poluto del solito”. Avverte poi che per mangiarle in umido non deve dispiacervi di  “adoperare le unghie, d'insudiciarvi le dita e di bucarvi fors'anche le labbra”.

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lunedì 9 marzo 2015

Venerdì di magro

Un pesce per l'EXPO: polpo

Il polpo, da non confondersi con il moscardino che rimane più piccolo e ha una sola fila di ventose sui tentacoli, non è solo un classico dei ricettari delle coste di mezza Italia, quelle rocciose, ma ha anche una sua ritualità di pesca e preparazione.
Come per ogni rito, sono innanzitutto i bambini ad essere coinvolti, perché non c'è storia di pescatore che non cominci con il ricordo del primo polpo pescato. A mani nude o con la polpara, uno strumento arcaico fatto in casa con un filo di nylon, un piombo e una tavoletta triangolare con degli artigli. Per esca uno straccio bianco, un granchio o, in una versione ancora più sciamanica, una zampa di gallina.

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domenica 1 marzo 2015

Venerdì di magro

Un pesce per l'EXPO: triglia

Triglie e non triglia, perché due sono le specie: una nobile di scoglio e una popolare di fango. Entrambe però buonissime e al centro delle attenzioni gastronomiche, fin dall'antichità. Non a caso tanti autori romani ne celebra vano le qualità e il mulo, come lo chiamavano, di grandi dimensioni “spesso veniva comprato da' privati anco Romani à peso di puro argento”, racconta Paolo Giovio nel Cinquecento.

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mercoledì 18 febbraio 2015

Venerdì di magro

 Da oggi troverete un mio blog intitolato "Venerdì di magro" sulla pagina web dedicata al mare del quotidiano La Stampa. Racconterò storie di pesci e pescatori, di quel Mediterraneo che tanto amiamo e di cui crediamo che ci si debba occupare anche in occasione dell'EXPO.

Ci siamo quasi! Il primo maggio s’inaugurerà l’EXPO 2015, dedicato al cibo, il più noto e apprezzato dei prodotti italiani nel mondo, la più importante delle economie glocali.
E cosa meglio del pesce, nel significato più ampio del termine, rappresenta il cibo per eccellenza di una penisola immersa nel Mediterraneo?
L’Italia, malgrado le tante difficoltà della pesca di questi ultimi anni, rimane un paese di pescatori e di mangiatori di pesce. “Ne facimmo na passione”, canta Paolo Conte. Nei  “Venerdì di magro” racconteremo pesci e storie, di ieri e di oggi, certi che la pesca è insieme un’economia e una cultura di cui andare fieri. Una pesca artigianale e sostenibile, l’unica possibile per “nutrire il pianeta”.

Un pesce per l'EXPO: acciuga
Un ricettario ittico non può che cominciare dalla A di acciuga o alice, anche se sulla sponda adriatica lo stesso pesce lo chiamano sardone. Quindi è già al più piccolo, comune e gustoso dei pesci che la lingua italiana rivela la molteplicità culturale di una penisola che non ha solo “cento campanili”, ma anche “cento fari”.
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mercoledì 20 novembre 2013

Incontri

Sabato 23 novembre, ore 16, il progetto sociale “La fucina delle idee” propone “Un mare di amici”. Un incontro, a cui parteciperò anch'io, sulle tradizioni della marineria locale e una visita guidata al "Museo della piccola pesca e delle conchiglie" di Viserbella di Rimini, "E' Scaion", in via Minguzzi, 7.

lunedì 26 novembre 2012

Mostre


Oggi, lunedì 26 novembre 2012, nell'inserto Aria di Mare del Corriere Romagna trovate la presentazione della mostra di Luigi Divari, "Pesci, barche e uomini di questo mare", che inaugurerà domenica 2 dicembre alle ore 16, al Museo della Marineria di Cesenatico (FC).
Ecco un'anticipazione.



Pesci molti, barche alcune, uomini pochi. Ecco la formula alchemica che rende attraente e suggestivo il lavoro pittorico di Luigi Divari. Ma questa non è solo una scelta stilistica, perché riflette più in generale la sua visione della Laguna di Venezia. Silenziosa, come i molti pesci che la abitano, alcune barche che l'attraversano, i pochi uomini che la conoscono. Uno sguardo che ha poi ampliato su quell'Adriatico che dei mediterranei è il più “lagunare” o per usare una definizione storica è il Golfo di Venezia.
Bel pésse , barche a remi o a vela, uomini antichi. Tre soggetti che su queste carte si materializzano proprio grazie all'acqua, per tutti elemento essenziale alla vita. Acque salmastre prima e salate poi. Acque di laguna, che del mare è il grembo, dove crescono i suoi pesci e dove sono stati allevati per millenni i suoi uomini e le sue barche.
Se è relativamente semplice descrivere l'orizzonte o, per meglio dire, il fondale d'immagini di Luigi Divari, non è invece facile preparare un unico parangale di parole capace di catturare le tante suggestioni che evocano singolarmente le sue tavole. Certo è che solo un pittore con una straordinaria passione per la pesca e la navigazione, e le cento storie che ogni pesce, ogni uomo e ogni barca porta con sé, poteva realizzare una così dettagliata scena peschereccia. Questi acquarelli restituiscono la freschezza di una grande pescheria, la forza di un selezionato equipaggio, l'eleganza di una storica compagnia navale.
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Ma questa mostra ci parla anche dell'oggi, invitandoci a prendere una lenza, un remo o una scotta in mano, per riscoprire i piaceri della pesca, della navigazione e, perché no, della cucina. Questi pesci e queste barche rivelano il fascino di pescherie e squeri, le branchie di tutte le città costiere che vogliono mantenere vivo il rapporto con l'acqua, dolce, salmastra o salata che sia.
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Il mare, come tutte le passioni, richiede tempo, pazienza e, qualche volta, fatica. Luigi Divari lo sà perché naviga e pesca da una vita e i suoi acquarelli, i suoi libri, i suoi racconti lo testimoniano. Ha mani abili e capaci di tenere in mano il pennello e la penna, come la lenza e il remo.



giovedì 5 luglio 2012

Incontri


Venerdì 6 luglio 2012 alle 22:30
al Museo della Marineria di Cesenatico
nell'ambito di una serata dedicata ai documentari sul mare verrà proiettato il cortometraggio “Reti. La pesca in autunno”, di cui ho scritto il soggetto nel 2004, per la regia di Daniele Segre. E' il racconto della giornata di pesca di una barca di Cesenatico, uno spaccato della vita di bordo di Maurizio, Kaled e Diego, pescatori di oggi e insieme testimoni di una tradizione antica.

sabato 9 giugno 2012

Incontri



HISTORICA EVENT: TUTTO IN UN ATTIMO, TUTTO IN UNA NOTTE!
sabato 16 giugno 2012 ore 19.30
Piazza Matteotti, 5
Sant'Elpidio a Mare (FM)
Scienza e natura
ne parleranno Fabio Fiori e Marco Affronte (naturalista e blogger http://www.storiedimare.net/)



Anticipo l'avvio del mio intervento
Pesci e pescatori
Una storia adriatica

L'antichissima ascendenza di ittico dalla parola greca ichthŷs e la potente forza anagrammatica, che nella simbologia cristiana delle origini lega il vocabolo greco al nome di Iesus Christos Theu Yios Soter, Gesù Cristo figlio di Dio, eleva il lemma ittico a paradigma del lessico peschereccio. Perciò la descrizione dell'aggettivo ittico è molto di più di una semplice questione di zoologia o di economia, di una minuziosa elencazione faunistica o patrimoniale. Lungo e di difficile stesura è ogni elenco di specie ittiche, anche in relazione alla naturale evoluzione tipica di ogni popolamento e in modo particolare di quelli dell'Adriatico, suscettibile di continue variazioni ambientali. E' comunque opportuno ricordare che nelle sue acque vivono pesci e crostacei tipici del settentrione e del meridione, autoctoni e alloctoni. Nel centro-nord si pesca da sempre la saraghina, una saporita varietà di sardina tipica di acque fredde, il rinomato scampo anche in acque non molto profonde, la passera, un gustoso pesce piatto che vive tra la costa e le lagune. Questi spazi vengono poi invasi in estate, e negli ultimi anni per ben più lunghi periodi, dai grandi pelagici mediterranei: tonno rosso, pesce spada, alalunga, alletterato, tombarello, palamita, serra e ricciola. Pesci d'incredibili dimensioni, inusuali per le acque e le reti adriatiche; risorse economiche e gastronomiche, che rinnovano la cucina, ridisegnano le geografie alimentari, evolvono i gusti e le tradizioni culinarie. Quella adriatica è una biodiversità ittica che ha alimentato genti e culture, che è stata ed è oggetto di appetiti gastronomici, culturali e scientifici. Sul versante gastronomico, l'interesse ittico è ancora più antico e tuttora attualissimo; è il portato di un grande risorsa naturale e di una lunga storia culturale. Tralasciando le specie più conosciute e, per il momento, le relative arti piscatorie, bisogna ricordare alcune delle eccellenze alimentari di “lunga durata”. Moleche venete, anguille comacchiesi, sardine istriane e dalmate, omni nud e ulézni romagnole, tartufi marchigiani, bianchetti pugliesi, sono solo un assaggio della variegata e gustosa fauna ittica adriatica. Pesci, crostacei, molluschi, ascidie, che compongono un patrimonio unico e differenziato, una ricchezza con una precisa geografia naturale e culturale, in continua evoluzione.

giovedì 1 settembre 2011

Notizie



"Uomini in mare", (fino all'11 settembre 2011, al Mercato Ittico nella zona
Mandracchio al Porto di Ancona) una mostra fotografica sul faticoso e affascinante lavoro dei pescatori. Un interessante sguardo antropologico per immagini di Paolo Zitti.
"Una ricerca durata due anni che mette in luce gli aspetti più duri del mestiere del pescatore e i legami che si stabiliscono tra persone provenienti da paesi e culture diversi. Una quotidianità forzata, difficile, ma anche molto intensa, che si misura con il freddo penetrante, il sole rovente, la forza del mare".
Una mostra che permette l'accesso a un luogo del lavoro di grande suggestione visiva e olfattiva: il mercato del pesce di Ancona. Uno spazio praticamente sconosciuto agli stessi anconetani, vissuto ogni mattina all'alba da uomini e donne che con il loro lavoro rinnovano l'arte piscatoria. Questa ha fatto, e continua a fare, la storia della città, che vanta una delle più importanti marinerie pescherecce d'Italia e del Mediterraneo.
La mostra rientra nel ricco programma del Festival Adriatico Mediterraneo (fino al 4 settembre) che quest'anno ospita Tahar Ben Jelloun, Predrag Matvejevic, Dragan Velikic e altri scrittori, musicisti, artisti mediterranei.