Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori
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lunedì 17 ottobre 2011

Il nostro mare quotidiano

Quando nel marzo 2006 incominciai a lavorare a questo progetto, l'economia sembrava aver ritrovato il suo passo migliore, dopo la battuta d'arresto del 2001. Crescita infinita ed euforia finanziaria erano paradigmi imprescindibili per qualsiasi azione politica. In quella temperie consumistica l'idea dei beni comuni sembrava definitivamente tramontata nell'orizzonte occidentale. Anche la proprietà statale, che è cosa diversa dai beni comuni, scontava l'assedio feroce di quella privata. Una situazione, insieme economica e psicologica, che rendeva il mare e le rive paesaggi ad elevato rischio d'appropriazione indebita.
Lungo le coste mediterranee la pressione antropica, dopo aver sconvolto gli equilibri ambientali, manifestava e manifesta con determinazione la volontà di ridurre il libero accesso di tutti, a vantaggio di pochi. Spiagge, falesie e banchine venivano e vengono continuamente recintate, con il beneplacito o il silenzio-assenso delle istituzioni.
Poi, in conseguenza al crollo economico-finanziario del 2008, improvvisamente almeno nel dibattito pubblico hanno riguadagnato importanza idee eretiche, quali appunto quella dei beni comuni o della decrescita. Volendo elencare solo alcuni degli avvenimenti essenziali, diversi per approccio e filosofia, di questa lenta ma necessaria evoluzione culturale, basterà ricordare l'enciclica del giugno 2009“Caritas in veritate” di Benedetto XVI, il Premio Nobel dato nell'ottobre del 2009 all'economista dei commons Elinor Ostrom, o la recentissima rivolta planetaria degli indignados. In Italia, fondamentale è stata la battaglia vinta sull'acqua come bene comune, nel referendum del giugno scorso. Numerosissimi gli articoli e libri dedicati all'argomento, tra cui la recensione di Roberto Esposito su La Repubblica di venerdì 14 ottobre 2011, a “Beni comuni. Un manifesto” di Ugo Mattei, appena pubblicato da Laterza.
Un'analisi lucida, argomentata e condivisibile, in cui però evidenzio ancora una volta il mancato inserimento del mare tra i beni comuni, status giustamente riconosciuto a boschi e torrenti, per rimanere nel campo ambientale. Eppure insisto sul fatto che in una Penisola con ottomila chilometri di costa il bene comune per eccellenza è il mare, quello che ostinatamente chiamo il nostro mare quotidiano. Una grande foresta blu che sfiora le nostre città o, per meglio dire, la smisurata periferia costiera sorta negli ultimi cinquant'anni. Un orizzonte condiviso da milioni di italiani, che rende ancora più incredibile ed emblematica la svista, anche da parte di intellettuali che da decenni si battono per ridefinire e rivendicare i beni comuni.
Come è possibile che quell'infinito acqueo non lo si riesca a vedere? Come è possibile negare il libero accesso o addirittura l'affaccio alle coste?
Io al contrario credo che queste sciupate rive urbane possano essere riqualificate, anche sociologicamente ed economicamente, in maniera durevole, non effimera, solo se si riuscirà a correggere questa pericolosa miopia, ripensando il mare come valore condiviso e indivisibile. Il mare deve al più presto entrare nel novero dei beni comuni, terzo imprescindibile vertice di un triangolo costituzionale che non può delinearsi esclusivamente su beni privati e, in minima parte, pubblici. E' questo il disegno proposto da Roberto Esposito per “la trasformazione di un mondo che appare sempre meno nostro”, di un mare che è sempre meno nostro.

lunedì 27 giugno 2011

Il nostro mare quotidiano



“Spiaggia libera per noi”, cantava Sergio Endrigo nel 1986. Spiaggia libera per noi! continuiamo a chiedere ancora oggi. A gran voce lo si farà domenica 2 luglio a Lido di Ostia (Roma), nella manifestazione organizzata dal comitato “Spiaggia bene comune”.
In una intervista Sergio Endrigo riassumeva con queste poche ma incisive parole la libertà offerta da mari esotici, brasiliani o cubani che fossero: “Il mare è di tutti e per fare il bagno non si paga ...”. La stessa libertà l'hanno cantata decenni prima, in altra forma e luoghi, Albert Camus e Mario Tobino. Dei bagni nel porto di Algeri, negli anni Trenta del Novecento, ci ha lasciato uno struggente ricordo lo scrittore francese. In quella città non si diceva “fare un bagno ma offrirsi un bagno”, perché il piacere delle acque era uno dei pochi, ma grandi, tesori che ogni uomo aveva a disposizione, al di là del suo stato economico. Alla stessa gioiosa libertà che il bagno di mare può offrire, è ascrivibile il ricordo di Mario Tobino, un autore attento allo stesso modo ad indagare le menti umane e le rive marine. La festosa esperienza del tuffarsi dal molo, alla ricerca del soldino lanciato in acqua dai signori, era uno degli episodi che più sintetizzavano la libertà dei bambini di Viareggio, nella prima metà del secolo scorso. Lì e ad Algeri, come in tutti i porti del Mediterraneo, le acque accoglievano i propri figli, poveri, ma con la possibilità di trovare in quel mare sotto casa, gioie e spensieratezze ai nostri ricchi figli spesso sconosciute. Credo invece che l’euforia acquatica, che ancora oggi vivono sui moli i bambini di Lampedusa come quelli di Lipari, debba essere restituita a tutti i figli delle piccole e grandi città di mare.
Oggi, sotto il Sole del Mediterraneo, le città non sempre consentono un rapporto diretto con il mare. S’è perso “quel dialogo della pietra e della carne nella misura del Sole e delle stagioni”, che per secoli ha arricchito i centri urbani affacciati sull’acqua. E dove meglio che nelle spiagge libere limitrofe alle nostre città possiamo rivitalizzare quell'imprescindibile dialogo con il mare, con le acque e il sole, con le onde e il vento?
Perciò come un augurale invito riascoltiamo e cantiamo insieme a Sergio Endrigo: “Spiaggia libera per noi / Che veniamo dall’interno / Dalle montagne e dai campi di granturco / Dalle città, dai grattacieli / Spiaggia libera per noi / Che veniamo dall’inferno / Spiaggia libera per noi”. Faremo risuonare le note e il ritornello di questa canzone, un vero e proprio inno all'idea di spiaggia come bene comune. E, “Ringrazieremo il cielo / Che ci dà l’amore / E ancora un batticuore / Per il tuo corpo nudo / Che si muove al vento / Come un girasole / Spiaggia libera / Libera per noi”.
Spiaggia libera, mare libero; libero per noi e per i nostri figli.

mercoledì 15 giugno 2011

Il nostro mare quotidiano

E' di queste ore la notizia che nel passaggio alla Camera, il Governo ha eliminato dal “decreto sviluppo”, la norma sui diritti di superficie delle spiagge, che in un primo momento dovevano essere di 90 anni, poi ridotti a 20. In entrambi i casi una sciagura per chi crede che il mare e le sue rive siano un bene comune, quindi inalienabile, neanche in forma indiretta.
Sarà una concomitanza casuale, ma ciò non toglie che la (speriamo) positiva decisione, la si relazioni alla vittoria dei due SI' al referendum sull'acqua. Di quanto questi fossero strettamente legati alle idee, e alle conseguenti politiche, riguardanti i beni comuni, e le coste in particolare per un paese come l'Italia, avevo già scritto nell'aprile scorso, quando ancora nulla faceva presagire questo “salto di vento”. Senza enfatizzare troppo il risultato referendario, ma fieri per l'obiettivo raggiunto, mi permetto di rilanciare un monito di Franco Cassano, da decenni illuminato difensore dei beni comuni. “Laddove il bene comune non interessa più i singoli, il suo curatore è un despota che non viene più controllato”. In queste prime settimane di stagione balneare, l'invito è quindi quello di interessarsi di quel bene comune chiamato mare. Il meraviglioso Mediterraneo che circonda la Penisola, regalandoci aria salmastra da respirare, acqua salata in cui nuotare, rive libere lungo cui passeggiare o incontrare l'Homo civicus, colui che vuole ritrovare “la comunità senza perdere la libertà”.

sabato 14 maggio 2011

Il nostro mare quotidiano

Lunedì 23 maggio 2011
"Il nostro mare quotidiano"
ritorna in edicola nell'inserto Aria del Corriere Romagna

Il cammino è la prima forma di viaggio dell'uomo. Il bambino che si alza in piedi e cammina, non solo va più lontano e veloce, non solo libera le mani, ma allarga anche il suo orizzonte, visuale e mentale. Ognuno di noi ha vissuto quest'esperienza, di cui ha memoria inconscia, a cui deve qualche volta ripensare. A maggior ragione in tempi come questi, in cui qualcuno vuole privatizzare le spiagge, sotto forma un “diritto di superficie avente durata di novanta anni”. Dobbiamo rimetterci in cammino lungo le rive, riscoprendo la spiaggia, il bene comune per eccellenza di una Penisola.
La pretesa di percorrere liberamente le rive del mare non ha solo una valenza ludica personale, di per sé comunque sufficiente. Significa interessarsi all’evoluzione continua degli spazi quotidiani, al rapporto odierno dei luoghi con il mare, al riflettersi di questo tratto forte di natura sui muri delle nostre città. Abitare significa condividere gli spazi, ed essere insieme partecipi delle trasformazioni.
...

venerdì 6 maggio 2011

Il nostro mare quotidiano


Sette giorni fa scrivevo che con una vittoria dei SI' ai referendum sull'acqua pubblica si contribuirà anche a rafforzare l'idea che il mare, le spiagge, le rive sono beni comuni. Con un tempismo inimmaginabile, anche ai più foschi profeti della privatizzazione, ieri il Governo ha anticipato che si procederà alla (s)vendita delle spiagge. Precisamente, all'articolo tre del Decreto Legge sullo Sviluppo, approvato ieri dal Consiglio dei Ministri, si legge: “Per incrementare l’efficienza del sistema turistico italiano, riqualificando e rilanciando l’offerta turistica, fermo restando, in assoluto, il diritto libero e gratuito di accesso e fruizione della battigia, anche ai fini di balneazione, è introdotto un diritto di superficie avente durata di novanta anni”.
Che cosa significa questo concretamente per gli italiani ce lo hanno spiegato subito tanti quotidiani, la maggior parte concordi nell'evidenziare che i privilegi concessi a pochi, andranno a discapito di molti. Nessun diritto sui beni comuni può essere alienato per un tempo così lungo, a maggior ragione per uno spazio mobile per definizione come le spiagge. Mobili da un punto di vista ambientale, in relazione ai normali fenomeni di avanzamento o regressione, e in egual misura economico e sociale. Si pensi solo a come è cambiato il loro uso nell'ultimo secolo, e di conseguenza il loro valore. Nessuno avrebbe mai immaginato che quei “relitti del mare” diventassero, nel volgere di pochi decenni, i più fruttuosi “stabilimenti” italiani.
Tornando al testo del decreto, lo stesso inciso “fermo restando ...”, rende ancora più inquietante il rischio del venir meno del diritto a poter accedere alle rive, di “offrirsi un bagno”, utilizzando le parole di Albert Camus. Noi quel bagno nelle acque delle nostre città non solo vogliano continuare a farlo, ma pretendiamo anche che nessuno imponga limiti di tempi e modi al nostro libero passeggiare, giocare, restare, lungo le spiagge.
Ancora una volta si cercano di legittimare i peggiori vizi italiani, nello specifico quello di appropriarsi indebitamente del primo bene comune ambientale di una Penisola. Cicerone, in una delle sue difese, si chiedeva: “Cosa vi è di così comune come il mare per coloro che navigano e le coste per quelli che vi vengono gettati dai flutti?”. Oggi siamo noi quelli gettati dai flutti, coloro che continueranno a battersi per la gratuità del mare e delle sue rive.

sabato 30 aprile 2011

Il nostro mare quotidiano

In queste settimane è entrata nel vivo la campagna referendaria per “l'acqua bene comune”, in cui siamo tutti chiamati ad esprimerci il 12 e il 13 giugno 2011.
A meno che .... come ci raccontano le cronache di questi giorni il Governo non trovi un altro escamotage per impedire il confronto su questo argomento di primaria importanza. Sulle implicazioni giuridiche e politiche dell'iniziativa ne ha scritto, in maniera chiara e condivisibile, nei giorni scorsi Stefano Rodotà su La Repubblica.
Qui mi preme rilanciare il parallelo tra le acque dolci e quelle salate, tra l'imprescindibile accesso gratuito alle fonti e alle rive, luoghi simbolici di una Penisola. Due casi emblematici del diritto universale a quei beni comuni che, oltre a garantire la sopravvivenza di tutti, si rivelano poi anche potenti volani di un ben-essere diffuso, da non confondere con un ben-avere di pochi. Sempre sulle pagine de La Repubblica, Carlo Petrini ha evidenziato come, in passato, alcune società floride “avevano inventato modi per distribuire l'acqua liberamente a tutti”.
A riguardo voglio ricordare come il diritto all'acqua è in maniera molto efficace raccontato da Ovidio nelle “Metamorfosi” (Libro VI, 313-379), in relazione al mito di Latoma, madre di Apollo e Diana. E' lei ad ammonire la “rozza masnada” che gli impedisce di attingere acqua fresca da bere; “Perché non volete che tocchi l'acqua? La natura non ha fatto di proprietà privata né il sole né l'aria e neppure la fluida acqua. E' a un bene pubblico che mi sono accostata, e ciò nonostante vi chiedo di darmene come si chiede un favore. ... Un sorso d'acqua sarà per me del nettare, e riconoscente dirò di aver riavuto la vita: con l'acqua mi ridonerete la vita. E abbiate pietà anche di questi, che dal mio grembo tendono le braccia”. Ma coloro che dell'acqua pretendono l'esclusiva proprietà sono sordi alle suppliche delle madri, anche a quella della madre degli dei, che in uno scoppio d'ira li punisce facendoli trasformare in rane capaci solo di litigare, imprecare e ingiuriare.
Una favola che va letta in ogni scuola, che va portata nei teatri e nelle piazze, che va raccontata nelle strade e nel web, per far capire che quello che sta succedendo in Italia e nel mondo è una pericolosissima storia antica, quella di chi vuole privatizzare i beni comuni, per farne profitto privato. Una favola che spiega benissimo perché è necessario votare SI' ai referendum sull'acqua pubblica del 12 e 13 giugno; convinti che questa scelta contribuirà anche a rafforzare l'idea che il mare, le spiagge, le rive sono beni comuni.

domenica 13 marzo 2011

Notizie


Caro Andrea (candidato sindaco di Rimini),
ho appreso con piacere tramite i quotidiani locali del tuo incontro con la marineria riminese. Con sincerità devo però dirti che avrebbe dovuto essere un'iniziativa pubblica, anche in relazione alla centralità che tu stesso riconosci al rapporto (teoricamente imprescindibile) tra Rimini e il mare.
Senza dilungarmi in quest'occasione in inutili recriminazioni per la quasi assoluta assenza della politica del nostro governo riminese su questo tema, se non in maniera puntuale su particolari necessità, spesso più di immagine o tornaconto privato che di progettualità, mi permetto invece di avviare con te e con gli altri candidati sindaci, e più in generale con tutti quelli che il mare lo vivono quotidianamente, per lavoro o per piacere, una concreta discussione pubblica su questo (mancato) rapporto. Provo quindi a declinare in maniera molto sintetica le mie idee sulla gratuità del mare, che tratto nel blog http://maregratis.blogspot.com/ e di cui ho discusso pubblicamente in diverse occasioni in giro per l'Italia e a Rimini, su invito del Laboratorio PAZ, del Circolo Velico Riminese, di alcune scuole, del Festival Assalti al Cuore, della Biblioteca Gambalunga, ecc..
Se, come credo e argomento, il mare è un bene comune, anzi il primo bene comune ambientale di una città costiera, allora le rive vanno liberate e rese accessibili, il lavoro difeso e sostenuto (a cominciare dagli interessi dei lavoratori per un partito di sinistra), le pratiche sportive e culturali promosse e finanziate. In breve e per punti.
Accesso al mare:
- aprire a tutti i cancelli della nuova darsena;
- consentire il passaggio pedonale lungo tutta la banchina portuale (oggi precluso presso la sede del Club Nautico e del Consorzio Linea Azzurra);
- pedonalizzare il lungomare e abbattere inutili e obsolete barriere visive;
- completare il collegamento pedonale (fino al Ponte di Tiberio) lungo il lato destro del portocanale e renderlo decente;
- eliminare o almeno limitare gli eventi “pubblicitari” su piazzale Boscovich e spiaggia libera limitrofa;
- tutelare le pochissime spiagge libere (al di sotto anche di quanto stabilito dalle normative regionali);
- prevedere un piano finanziario pluriennale per l'acquisizione di spiagge private, da rendere libere (attenzione! questo anche in chiave turistico economica).
Lavoro in mare:
- chiedere alle imprese il rispetto dei diritti dei lavoratori, di tutti i lavoratori! (ricordando che Rimini non avrebbe quel meraviglioso luogo che è il Mercato Coperto del pesce, e relativi piaceri sensoriali, senza il faticoso lavoro dei concittadini lampedusani e magrebini);
- accelerare l'iter amministrativo per il riordino dell'area portuale;
- sostenere i pescatori nelle loro battaglie per la tutela degli ambienti costieri a livello locale, nazionale, comunitario (qualità delle acque, lavori di ripascimento, regolamenti sulla pesca, ecc.);
- incentivare la formazione professionale dei mestieri del mare;
- sostenere le nuove imprese artigianali.
Vivere il mare:
- riattivare o avviare progetti scolastici dedicati alla vela, al nuoto, al remo;
- sostenere i circoli velici e sportivi legati al mare;
- incrementare il numero di scali di alaggio e varo per le piccole barche;
- rianimare e aggiornare manifestazioni veliche di respiro nazionale e internazionale (come la Rimini-Corfù-Rimini) e prendere le distanze da inutili e deleterie manifestazioni di voyeurismo nautico (il “caso Lolli” dovrebbe aver insegnato qualcosa anche da un punto di vista etico-culturale?) o vip-sportive;
- sostenere le iniziative culturali legate al mare (associazione vele al terzo, collezioni museali e librarie, incontri e spettacoli, ecc.).
Sottolineo che alcune di queste proposte non richiederebbero nessun investimento economico, ma progettualità, sinergie, determinazione.
Un'ultima idea, penso anche di grande effetto mediatico, sarebbe quella di istituire primi in Europa le “domeniche blu”, con divieto di navigazione privata a motore nelle acque costiere (almeno entro 1 miglio dalla costa, lasciando ovviamente canali di accesso ai porti).
Credo che discutendo su punti specifici e dando corso a qualcuno di questi, o di altri, Rimini potrebbe “riconquistare il mare” o comunque permettere ai nostri figli e ai nostri ospiti di conoscerlo e viverlo quotidianamente. Convinti che la riscoperta del mare parta dalle acque che bagnano la nostra città.

giovedì 4 novembre 2010

Il nostro mare quotidiano

Le rive del mare: da spazi pubblici a labirinti del consumo, parafrasando Franco La Cecla.
Potrebbe essere questa in estrema sintesi la descrizione dell'ultimo orizzonte paesaggistico delle coste italiane?
L'antropologo siciliano, già apprezzato autore tra gli altri di “Perdersi. L'uomo senza ambiente” (Laterza, 1998 ) e “Contro l'architettura” (Bollati Boringhieri, 2008), ci propone sul Venerdì di Repubblica del 29 ottobre 2010, una breve disamina delle opposte idee occidentali di spazio pubblico. C'è chi vorrebbe controllare, commercialmente e poliziescamente, ogni luogo e chi invece ritiene che la libertà sia un concetto da applicare, nelle sue imprevedibili e anarchiche soluzioni, almeno agli spazi pubblici. E' superfluo aggiungere che i primi cercano in ogni modo di sostituire i consumatori ai cittadini, mentre i secondi si trovano ormai sul barricate di resistenza civile. Questa disamina, che prende spunto dalla nuova stazione di Milano per allargare lo sguardo su spazi pubblici (o commerciali?) di altre metropoli, è purtroppo sempre più calzante anche per le rive del mare, che siano spiagge libere occupate da stabilimenti balneari, selvagge falesie lottizzate in residence o, altrettanto pericolosamente, accessibili banchine portuali recintate per essere trasformate in esclusivi marina. Basta fare, o spesso cercare di fare!, una passeggiata nei porti liguri per rendersi conto di quanto la logica della maxi-nautica da diporto stia schiacciando ogni altra forma di passione marinaresca, o provare ad avvicinarsi a tante spiagge laziali, senza alcuna intenzione di pagare il biglietto d'ingresso o comunque pedaggio in altra forma.
Se come ci ricorda sempre Franco La Cecla “La piazza è un invenzione italiana”, le rive del mare sono una naturale, costitutiva qualità del paesaggio peninsulare. Non dimentichiamo poi che negli ultimi cinquant'anni la maggior parte delle coste sono state trasformate in rive urbane, declinazione marina delle “campagne urbane” comuni ormai a tanta parte d'Europa. Di queste rive urbane, il mare rimane l'unico orizzonte di libertà, per questo ogni affaccio, che si tratti di spiagge o coste scoscese, strade o larghi, va difeso dall'assalto privatistico, va inteso come bene comune, o pubblico demanio, per usare una definizione ottocentesca che andrebbe aggiornata.
Non mi stancherò di dire e di scrivere che le singole rivendicazioni di gratuità del mare, come tante piccole onde che sovrapponendosi prendono forza, possono trasformarsi in una insopprimibile necessità collettiva di riappropriarsi del Mediterraneo.

martedì 26 ottobre 2010

Notizie


Si terrà domenica 31 ottobre, nella zona pedonale di piazza Anco Marzio ad Ostia lido, la prima manifestazione del coordinamento per la tutela del litorale romano, spiaggia bene comune.
http://www.spiaggiabenecomune.org/

sabato 16 ottobre 2010

Il nostro mare quotidiano

E' stata presentata ieri a Roma l'iniziativa “Paesaggi sensibili 2010: ecco le 50 coste da salvare”, promossa da Italia Nostra. In occasione della Settimana nazionale dei paesaggi sensibili, dal 19 al 24 ottobre 2010, Italia Nostra ha puntato quest'anno l'attenzione sulle coste. Il più “lungo” dei paesaggi italiani, uno dei più estesi e, soprattutto, il più assediato. Da oltre un secolo l'assalto alle rive ha assunto infatti i tratti non solo di un saccheggio ambientale senza precedenti, ma anche di un vero e proprio sconvolgimento urbanistico e sociologico. Gli italiani nel volgere di un secolo hanno abbandonato montagne e campagne per inurbarsi innanzitutto lungo le coste, in lunghissimi iper-paesi costieri. Se a ciò si aggiungono sempre nuovi appetiti immobiliari e un consumo balneare forsennato, quello che rimane è un'infinita, anonima, periferia costiera, ormai per molta parte impresentabile anche dalle più abili agenzie turistiche. Come ha sottolineato Italia Nostra, ““Il mare d’inverno” in molti casi vuol dire degrado e incuria, stabilimenti balneari chiusi e lasciati in pessime condizioni, ma ciò che è ancora più grave, con sbarramenti o lucchetti che impediscono il passaggio alle persone, violando uno dei diritti del nostro Paese, il libero accesso al mare.”. Ed è proprio quest'ultima affermazione il cuore del problema: la privatizzazione delle coste. Perché se come denuncia l'associazione i quattro mali “più gravi alla base dei problemi che stanno deturpando il volto del paesaggio costiero italiano [sono]: infrastrutture portuali e stradali; costruzioni sui litorali; erosioni (causate spesso da porti e costruzioni); abusivismo”, la causa prima rimane la privatizzazione di un bene comune: il mare e le sue coste.
Partecipando a una delle tante e interessanti iniziative programmate dalle sedi locali di Italia Nostra, o semplicemente pretendendo di poter accedere in ogni stagione alle rive e alle acque di casa nostra, si testimonierà la propria determinazione nel richiedere a gran voce lo status di bene comune per il più vasto dei paesaggi italiani: il mare. Una rivendicazione fondata su tre principi: inalienabilità da parte dello Stato, libertà e gratuità di accesso per ogni cittadino. Principi validi a maggior ragione oggi che affollatissime sono le rive urbane, in cui l'orizzonte marino rimane l'unico ambiente in cui poter quotidianamente immergersi, con infinito, libero e gratuito piacere.

venerdì 24 settembre 2010

Il nostro mare quotidiano

Spiagge libere! scrivevo nel luglio scorso, auspicando anche la nascita di una rete nazionale per rivendicare il diritto di libero accesso al mare. Con grande soddisfazione inserisco quindi il collegamento al comitato “Spiaggia bene comune”, per la tutela “del litorale del XIII Municipio di Roma”, molto ben organizzato anche per quanto riguarda la comunicazione e l'informazione sul web. Un comitato che si va ad aggiungere agli altri che con tenacia lavorano da anni in Italia, dove la privatizzazione delle spiagge continua nella sua implacabile marcia, a dispetto di tutte le riflessioni critiche in atto sui beni comuni. Perciò insisto sulla necessità che le singole istanze locali riescano a coordinasi per dar forza all'idea che il mare e le sue rive, in un paese immerso nel Mediterraneo, sia il primo dei beni/spazi comuni.
A riguardo di spazi, intesi come beni comuni, è di oggi un lungo articolo di Marc Augé sulla prima pagina di Repubblica. Uno scritto in cui l'antropologo francese riflette, a partire dalla sua personale esperienza, sull'importanza dei parchi pubblici nelle città. Scrive Augé: “Va bene creare stadi, piscine, luoghi strutturati per la formazione di «corpi efficacemente disciplinati», ma è bene anche lasciare che si crei qualche luogo di libera espressione di sé e di confronto con gli altri in spazi che permettono tutto senza imporre nulla”. Una descrizione, quest'ultima, che restituisce perfettamente la fondamentale importanza anche educativa delle spiagge, di quelle libere ovviamente. Le spiagge libere sono infatti, a partire dall'esperienza di chi vive sul mare, “spazi che permettono tutto senza imporre nulla”, che consentono di passeggiare o abbronzarsi, di leggere o guardare l'orizzonte, di giocare o scoprire la natura, a due passi dalle nostre case, in tutte le stagioni dell'anno. Già perché, che ci piaccia o meno, le coste italiane sono ormai un'unica infinita riva urbana, di cui le spiagge devono essere il naturale spazio pubblico di libero e gratuito accesso.

mercoledì 1 settembre 2010

venerdì 27 agosto 2010

Il nostro mare quotidiano

Anticipo l'inizio dell'articolo dedicato alle spiagge libere che verrà pubblicato domani 28 agosto 2010 sulle pagine di Cultura e Spettacolo del Corriere Romagna.

Più spiagge libere non significa meno economia, ma “altra economia”.
Da questa sintetica considerazione potrebbe partire una nuova riflessione, sganciata da vecchie categorie ideologiche o da nuove strategie liberiste, accomunate da sterili contrapposizioni. E dove queste idee meglio che nella Riviera Romagnola potrebbero trovare idonei spazi, politici e geografici, di sperimentazione? Qui infatti le spiagge sono storicamente e culturalmente vocate all’innovazione. Novità dai molteplici risvolti economici, novità che oggi potrebbero essere declinate alle più aggiornate visioni ambientali, sociali, culturali e insistiamo di “altra economia”, finanche di decrescita. Decrescita felice! come si conviene agli infiniti piaceri che il mare gratuitamente ci offre.
Per poter approcciare in maniera nuova il problema, anzi le opportunità che offrono oggi le spiagge libere è bene fissare un primo elemento oggettivo. L’attuale uso delle spiagge romagnole, diffusosi in tutto il Mediterraneo, impostato su un modello organizzativo fordista, cioè nella seriale ripetizione dello stabilimento balneare incardinato sui tre dogmi cabina, ombrellone, lettino, è solo un’invenzione relativamente recente. Per chi è più giovane o per chi deve rinfrescare i ricordi basterà sfogliare il catalogo online d’immagini del “Museo virtuale dei bagni di mare e del turismo balneare”, http://www.balnea.net . In pochi click scoprirà o ricorderà che la completa occupazione balneare delle spiagge romagnole è avvenuta solo negli anni Sessanta, quando il turismo a Rimini vantava già più di un secolo di storia. In cento anni quelle spiagge da inutili, ...

lunedì 5 luglio 2010

Il nostro mare quotidiano

Spiagge libere!
E' il grido che si leva sempre più forte lungo gli ottomila chilometri di coste italiane. E' di questi giorni il riaccendersi della protesta per le spiagge libere a Rimini, nella più popolare delle riviere. Se lungo le coste romagnole, come per altro documentato anche nel recente servizio giornalistico di Report, l'accesso agli stabilimenti balneari è libero e infinitamente meno commercialmente militarizzato che in lunghi tratti del litorale laziale o ligure, va però ricordato che a Rimini solo il 7% delle spiagge sono libere. La cosa è doppiamente inaccetabile se si considera che già da dieci anni la Regione Emilia-Romagna ha stabilito per legge che “sulle aree già destinate a spiaggia libera dagli strumenti urbanistici vigenti, non possono essere rilasciate concessioni che riducano il fronte a mare di dette aree al di sotto del 20 per cento
dell'estensione del litorale comunale destinato a stabilimenti balneari. Qualora detta percentuale sia già stata
superata non possono comunque essere rilasciate concessioni” (LR 9/2002). Senza dimenticare poi che le fortune balneari di Rimini si sono costruite su un'idea di vacanza popolare, di cui andrebbero oggi aggiornati contenuti e proposte, anche ascoltando voci critiche come quelle che salgono da tutte quelle associazioni che credono/praticano il confronto e la progettualità politica sui beni comuni. In Romagna, Abruzzo, Puglia, Liguria e in tante altre regioni i comitati continuano a battersi per la difesa di questo fondamentale bene comune, promuovendo una serie di manifestazioni popolari, nella più comprensiva e costruttiva delle accezioni, e amplificando le proprie ragioni attraverso il web. E proprio lungo i fili elettronici sarebbe auspicabile che si riuscisse a costruire una rete simile a quella che rivendica l'acqua potabile come bene comune. Un'articolata e coordinata serie di presidi, capaci di trasferire sul piano nazionale una istanza di libertà imprenscindibile per un Penisola, dove nel bene e nel male le rive sono diventate un affollatissimo spazio urbano. Quella italiana è oggi una “riva urbana”, in cui c'è gente che chiede spiagge, banchine portuali e acque libere dalle frenesie consumistiche nelle infinite declinazioni balneari ossia libere da inquinamenti di ogni tipo.

mercoledì 26 maggio 2010

Il nostro mare quotidiano

Nuvole nerissime, sull'orizzonte del mare come bene comune, si addensano in questi ultimi giorni di maggio. Dal centro del Mediterraneo, si è mossa l'onda federalista italiana, abbattutasi innanzitutto sul demanio marittimo, con conseguenze difficilmente prevedibili. E' forse inutile dire che i timori superano le attese, visti i modi mercantili con cui in questi anni si sono affrontati questi temi. Da nord invece continua a scendere il vento liberista europeo che vuole eliminare la “modalità parentale” tutta italiana delle concessioni demaniali. In questa temperie normativa, dai controversi risvolti regionali, nazionali e comunitari, le uniche voci che i media amplificano sono quelle degli operatori economici, alias bagnini, chioschisti, ecc. che chiedono la vendita (svendita?) del più fruttuoso (per loro) dei beni pubblici italiani: la spiaggia. Sulle limitazioni nostrane del libero accesso alle rive si è occupato recentemente anche la trasmissione televisiva Report con “Di pubblico demanio” di Emilio Casalini.
Ma la gravità della situazione la sperimentiamo ogni giorno da anni, su entrambi i versanti della Penisola, isole piccole e grandi comprese. E dire che già Cicerone affermava: “cosa vi è di così comune come il mare per coloro che navigano e le coste per quelli che vi vengono gettati dai flutti?”.
Proprio prendendo spunto dai più recenti fatti di cronaca e, parafrasando queste antiche parole, ci sentiamo naufraghi di un mare perduto, capaci però ancora di urlare la pretesa di avere acque limpide dove immergerci, spiagge libere dove distenderci o passeggiare, banchine accessibili dove affacciarci per respirare l’aria del mare e ammirare i crepuscoli, baie protette dai venti e dai consumi dove calare l'ancora. Richieste improrogabili, parte di quella più generale battaglia civile volta a rivendicare i beni comuni.