Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori
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martedì 17 dicembre 2019

Sguardi adriatici

#10 SPALATO

Dopo un estate che non sembrava voler più finire, è arrivato un autunno violento come non si ricordava da anni. Le burrasche sono diventate tempeste, le acque alte aque grandi. Televisioni, radio, giornali e social scoprono i cambiamenti climatici, banalizzano la complicatissima relazione tra uomo e natura, dimenticano che solo seimila anni fa il livello dell'Adriatico era più alto di 4 metri, mentre arrivò ad essere più basso di 100 metri cinquecentomila anni fa. Ciò non significa che dobbiamo rassegnarci, al contrario bisogna innanzitutto consumare meno, molto meno, e riscoprire l'indomita, efficace, micro e macro operosità della Serenissima. Senza mai dimenticare che se la Laguna è un delicato artificialia, l'Adriatico è un altrettanto delicato naturalia, che insieme formano la nostra preziosissima e amatissima mirabilia quotidiana.
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L'articolo completo su "Sguardi adriatici", Osservatorio Balcani Caucaso

giovedì 13 marzo 2014

Biblioteca di mare e di costa

Franco Arminio sta alla poesia come Michelangelo Pistoletto all'arte. Con la differenza che se le opere di uno dei padri dell'Arte Povera sono entrate nei musei, nei manuali di storia dell'arte e da poco anche nei programmi televisivi del sabato sera, gli scritti di Franco Arminio rimangono una gioia per pochi, perciò ancora più intima. Un piacere rinnovatosi con l’ultimo libro, “Geografia commossa dell’Italia interna” (2013; Bruno Mondadori, Milano; pp 132; 14 €).

Il parallelo con l'Arte Povera credo sia pertinente, se si considera che Franco Arminio sa magistralmente accostare “la poesia alla desolazione, la desolazione alla poesia”. Entrambi sono lavori tesi “alla registrazione “dell’irrepetibilità di ogni istante””, riprendendo le parole di Germano Celant che a sua volta citava proprio Pistoletto.
Arminio lo fa innanzitutto descrivendo i suoi vagabondaggi, quelli di un “flâneur della desolazione” che da anni va di paese in paese, non quelli delle bandiere arancioni o blu, ma quelli che hanno alzato la bandiera bianca della resa, a una modernità a sua volta sfinita. Luoghi che non sono “uno sfondo dove sfiliamo con le nostre ombre. Sono terra e carne, vento, respiro, luce, storia che non si è mai fermata e mai si fermerà”. Franco Arminio si definisce innanzitutto un paesologo, maestro di una disciplina indisciplinata, che “raccoglie le voci del mondo, sente quel che vuol sentire, dice quel che vuole dire”, con una attenzione particolare ai margini e alle periferie, urbane e umane.
Leggendolo, ma soprattutto ascoltandolo, vengono in mente antichi cantastorie o per meglio dire, nel suo caso, poetastorie. Perché, qualunque sia la cifra stilistica prescelta, in ogni sua storia c'è una vibrante tensione lirica. Che sia la poesia, nella forma breve dell'haiku o in quella lunga del poema, il racconto o l'aforisma, Arminio riesce sempre a far alzare in volo le parole. La poesia per Arminio “non è il fiore all'occhiello, è l'abito da indossare, ma prima di indossarlo dobbiamo cucirlo e prima di cucirlo dobbiamo procurarci la stoffa”. Una ricerca che dovrebbe vederci attivi non in patinati altrove vacanzieri, ma nelle opache periferie quotidiane. Perché, anche passeggiando sul lungomare della infinita riva urbana mediterranea, c'è sempre una voce di bambino o di vecchio da ascoltare, un grigio del cielo o del mare da ricordare, un'increspatura del mare o della spiaggia da vedere. Abitiamo luoghi che chiedono attenzione, fragili e sciupati, capaci comunque di regalare emozioni.  
In quest'ultima raccolta di testi, apparsi negli ultimi anni su giornali e riviste, ciò che sembra emergere con ancora maggior forza rispetto ai precedenti libri, è il parallelo tra lo stato del corpo e quello del paesaggio, tra la salute dell'autore e quella del Meridione. Quella che Arminio qui tratteggia è una vera e propria anatomo-geografia, una dissertazione che è innanzitutto dissezione, un'autopsia di strade e piazze, di parcheggi e cavalcavia, di nuove miserie e vecchie consuetudini. E', come riassume il titolo, la geografia commossa dell'Italia interna, uno sguardo comunque utile anche a chi voglia osservare criticamente anche l'altrettanto precaria Italia costiera.
Chiudo con un verso augurale, che apre quest'ultimo lavoro di Arminio: “Concedetevi una vacanza / intorno a un filo d'erba / dove non c'è il troppo di ogni cosa / dove il poco ancora ti festeggia”.

venerdì 8 febbraio 2013

Incontri


Lunedì 11 febbraio 2013, alle ore 17.00
Accademia di Belle Arti di Ravenna
via delle Industrie 76

Fabio Fiori apre il ciclo di conferenze "OPEN GARDEN frammenti di paesaggio dall'Accademia alla città…per unavegetazione d’idee in movimento" dedicate al tema del paesaggio e del giardino rivolte agli studenti dell'Accademia di Belle Arti ma aperte alla città.

Titolo dell'incontro
Spaesaggio italiano. Elogio dell'erba cattiva che, per fortuna, non muore mai

Un dialogo sullo spaesaggio italiano a partire dal giardino incolto di casa, fino alla periferia anonima della nostra città. Uno sguardo attento sui luoghi del quotidiano, dai parcheggi degli ipermercati ai margini stradali, dai capannoni artigianali alle campagne industriali. Confrontando un campo fotovoltaico con uno di girasoli, un generatore eolico con un cipresso, a partire dalla lezione di alcuni maestri contemporanei della parola: Gianni Celati, Eugenio Turri e Gilles Clement.

venerdì 9 novembre 2012

Il nostro mare quotidiano


Oggi ho ascoltato Franco Arminio, poeta e scrittore, tra i più stimati e illuminanti del momento.
Un incontro insieme malinconico, divertente e interessante, com'è la vita ci ha ricordato Arminio, soprattutto se vissuta nei paesi.
Anch'io come lui credo che oggi il racconto dei luoghi possa nascere solo se affetti "dall'infiammazione delle residenza". Per cercare di ritrovare la pace lui si sposta da un paese all'altro. Io, a seconda delle stagioni, cammino lungo le rive o nuoto, remo e veleggio nelle acque che bagnano i nostri paesi. Entrambi amiamo respirare l'aria feriale, quella quotidiana.

Di seguito pubblico l'articolo che ho dedicato al suo prezioso lavoro di paesologo, pubblicato nei giorni scorsi sul Corriere Romagna. Per l'occasione ho scelto un titolo che declina quello del suo ultimo libro al nostro mare quotidiano.

Acquasangue

Grazie alla prometeica sensibilità del Teatro Valdoca, è arrivato finalmente anche in Romagna Franco Arminio. Il paesologo, come preferisce definirsi, ha portato nel pascoliano dolce paese (che fu) le sue idee, la sua voce, la sua curiosità errante.
Ma chi è Franco Arminio? e, soprattutto, cos'è la paesologia?
Chi è Franco Arminio? e, soprattutto, cos'è la paesologia?
Rispondendo alla seconda domanda, inevitabilmente si chiarisce anche la figura del padre di questa “scienza arresa”, un felice, necessario, intreccio tra etnologia e poesia. Un'arte narrativa e interpretativa acuta, originale, a volte dolorosa, sempre pungente. Attenzione, la paesologia non ha niente a che fare, anzi è antitetica, con la paesanologia, cioè con la diffusa, pericolosa e controproducente smania di elevare il proprio campanile, di imbellettare i luoghi artificiosamente e, nella migliore delle ipotesi, di ammantarli di finto antico. La paesologia è una “scienza a tempo”, quella di questo tempo incerto, in cui una “modernità incivile” ha spazzato via troppo velocemente una civiltà contadina che aveva plasmato nei secoli i paesi. Non che il passato fosse idilliaco, anzi, ma almeno le pietre e i volti erano conosciuti, la terra e la carne meno straziata. Il problema, secondo Arminio, non è tanto che i paesi si stiano spopolando, ma che la città, nell'accezione peggiore, li abbia raggiunti, guastandoli.
Il suo non è un grido nostalgico ma un canto malinconico che da trent'anni si alza dalle macerie di un Sud dilaniato da terremoti, anche umani, forse i più devastanti.
Franco Arminio partendo e tornando ostinatamente alla sua Bisaccia, dove è nato e vive, ha esplorato e continua a farlo, per cerchi concentrici l'Irpinia, la Campania, il Mezzogiorno, l'Italia. A riguardo il paesologo non tradisce una delle poche regole della sua disciplina: andare nei paesi per tornare in fretta al proprio.
Il suo orizzonte geografico negli anni si è allargato, mentre immutata è rimasta la ricerca dei paesi, quelli che alzano la “bandiera bianca”, quelli sconfitti dalla modernità, quelli insignificanti per i tour operator. L'Italia che ama è quella “disunita”, una paese spaiato “che somiglia a un calzino rotto appeso a un ramo in un giorno di vento”. Una dichiarazione d'amore anche per il vento che, insieme alla neve, è il tratto meteorologico che più appassiona Arminio. Forse perché se la neve regala ai paesi un rigore, “uno stile che i luoghi caldi hanno perduto”, il vento riesce ancora a scompigliare, movimentare, vitalizzare, anche luoghi anonimi. Franco Arminio è un anemofilo, un innamorato del vento, per cui l'erranza meditativa è l'unica possibile forma di viaggio. Rivelazione esteriore e interiore, sguardo attento, paziente, qualche volta arrabbiato, spesso spaesato. Quello di un uomo che ha dismesso “l'arroganza di chi pensa di essere il padrone della Terra”, che si sente “come un cane bastonato”.
Può questo metodo essere sperimentato in Romagna? e se sì dove?
Di certo nei cento paesi appenninici, ancora fortunatamente lontani dal circo turistico “sanmarinesizzante”, ma crediamo anche nei paesi costieri “riminesizzati”. Se immaginiamo che Arminio e i suoi allievi si muoveranno tra ruderi e calanchi, vagando per quell'Appennino che è la colonna dorsale italiana “che sta perdendo poco a poco la sua linfa”, speriamo, anzi ci permettiamo di invitare i paesologi ad esplorare e descrivere i guasti di una bulimia edilizia che ha riminesizzato le coste. E questo non è solo un problema urbanistico, ma è una forma di “autismo corale”, di straniamento individuale riguardante i tanti che non abitano ma risiedono a Misano Adriatico, Miramare, Bellariva, Marebello, Rivazzurra, San Giuliano, Rivabella, Viserba, Viserbella, Torre Pedrera, Igea Marina, Bellaria, San Mauro Mare, Gatteo Mare, Valverde, Pinarella, Milano Marittima, Lido di Savio, Lido di Classe, e gli altri Lidi ravennati e ferraresi; insomma tutti quei paesi che compongono l'iper-paese costiero romagnolo. Un iper che restituisce i caratteri dimensionali e commerciali di una infinita riva urbana che neanche la più geniale archistar riuscirebbe a risanare, che nessun progetto di arredo urbano saprebbe riqualificare. Per abitare, nell'accezione piena e piacevole, la riva urbana è necessario innanzitutto uno sforzo emotivo, un lungo e faticoso percorso di autoanalisi, prima psicologica e poi urbanistica, in cui la paesologia può aiutare. Una paesologia correttamente declinata a questi luoghi che, oltre al cielo, hanno il mare, un'enorme “foresta blu” che continua a regalare qualità al vivere, malgrado tutto.

Franco Arminio, 2012. Terracarne. Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia. Mondadori, Milano; pp 360 € 18.

venerdì 23 marzo 2012

Il nostro mare quotidiano



Da anni Salvatore Settis si batte strenuamente per la difesa del paesaggio. Una battaglia in cui la dimensione culturale si intreccia con quella civile; una battaglia durissima, ad armi impari, perché spesso lui, come tanti altri, oppongono la penna alla benna. In Italia e in tanti altri paesi mediterranei, una visione estetica di lungo respiro non sembra capace di sostituirsi a una visione economica di breve durata. Qualche giorno fa Salvatore Settis sulle pagine di La Repubblica ha spiegato molto bene che la difesa del paesaggio non è più, o non è solo, una questione estetica ma, prima di tutto, etica. E' arrivato il tempo in cui dobbiamo “partire da una definizione operativa di paesaggio, passando dal paesaggio "estetico" (da guardare) al paesaggio "etico" (da vivere)”. Un paesaggio, terrestre e marino, da vivere quotidianamente, da fruire piacevolmente. Penso che il nostro sguardo e il nostro impegno dovrebbe innanzitutto concentrarsi sulle distorsioni e disfunzioni ambientali dei paesaggi urbani e, occupandoci di coste, delle rive urbane, quelle che perimetrano la maggior parte della Penisola. Credo sia inutile fantasticare pinete, dune e lagune, là dove oggi troviamo strade, parcheggi e costruito. Dobbiamo invece batterci perché anche questi ultimi possono e devono essere riqualificati, partendo da un imprescindibile valore di libertà. Libertà di accesso al mare, libertà di movimento lungo le rive e le acque. Acque limpide dove immergersi, remare o veleggiare, per riscoprire gli infiniti e gratuiti piaceri del mare, dall'Adriatico allo Ionio, dal Ligure al Tirreno. Difendere oggi il mare, come ogni altro paesaggio, è un dovere etico, un dovere individuale e collettivo, necessario per ritrovare un piacere da condividere. Andiamo in riva al mare a leggere ad alta voce l'appello per un paesaggio etico di Salvatore Settis.

mercoledì 19 gennaio 2011

Notizie


Per chi non lo avesse letto, suggerisco l'interessante reportage di Attilio Bolzoni dedicato al porto di Gioia Tauro, pubblicato venerdì 14 gennaio 2011 su Repubblica.
Un'inchiesta sulla difficile situazione del più grande terminal container italiano, che risente oltre che della crisi economica internazionale, anche della concorrenza degli altri grandi scali mediterranei, primi fra tutti Tangeri e Port Said. Situazione descritta nel libro di Sergio Bologna, di cui ho scritto in un post di qualche settimana fa.
Ma leggendo l'articolo di Bolzoni non si può non correlare la crisi di Gioia Tauro anche al difficilissimo rapporto che c'è con il territorio. Questo calabrese è un caso emblematico dell'incapacità italiana di trovare, o almeno cercare, un equilibrio lungo le coste, tra le necessarie strutture portuali e le altrettanto imprescindibili ragioni di chi rivendica un libero accesso alle rive, nell'ottica di un armonico rapporto con il mare e il paesaggio costiero. Temi di cui, come già evidenziato, si sono occupati Aimaro Isola e Rosario Pavia, su “Il Giornale dell'Architettura” del novembre scorso.

mercoledì 29 dicembre 2010

Il nostro mare quotidiano

Giorni di festa, del pagano Sol invictus o del cristiano Natale. Giorni d'inverno, di freddo, di pioggia, di neve, di sole o di vento. Giorni comunque disponibili per riprendere il cammino lungo le nostre stuprate e comunque amate rive urbane. Spiagge libere dall'occupazione balneare, banchine sgombre dalle flotte di glamour-yacht. Il mare d'inverno rimane ancora un ambiente per solitari esploratori. Lungo le coste si allenta il controllo, diventa più facile attraversare zone vietate, affacciarsi su spazi privati, per riscoprire il nostro bene comune. Il nostro mare quotidiano, che ogni giorno di più cerca di esserci precluso, lottizzato, venduto e recintato.
Nell'ottobre scorso il rapporto “Paesaggi di costa” di Italia Nostra ha rilanciato il dibattito sul degrado costiero italiano. Su “Il Giornale dell'Architettura” di Novembre hanno articolato il confronto, con due loro scritti, Aimaro Isola e Rosario Pavia. Quest'ultimo con pragmatica sensibilità ci ricorda che “La linea di costa è tra le reti quella che maggiormente realizza l’incontro tra natura e artificio, è una rete ambientale e infrastrutturale. Lo è da sempre, ma oggi con maggiore intensità”. Una considerazione preliminare, necessaria per chiarire che il nodo irrisolto dello scempio fatto delle coste sta nel poco e male affrontato problema della loro duplicità, del loro “essere rete ambientale e nello stesso tempo indispensabile rete infrastrutturale”.
Se Pavia chiede a tutti noi un necessario sforzo per andare oltre la pur doverosa denuncia dello sfascio ambientale delle coste, Aimaro Isola con altrettanta lucidità afferma che per approcciare i problemi: “Occorre koiné, ma anche philìa: amicizia verso i luoghi, soprattutto verso quelli che stanno soffrendo. Dobbiamo aver cura e raccogliere, prendere in mano ogni frammento di un mondo lacerato, (de)costruirlo, (ri)costruirlo, (ri)conoscerlo: réconnaissance, cioè essere riconoscenti. Per questo occorre metter in campo i propri saperi e le proprie esperienze, aggiornarli con il dubbio ma anche con il coraggio”.
Riprendendo il titolo dell'articolo di Isola, “Riviere. Abbiamo paura, ci vuole coraggio”, vorrei soffermarmi su cosa può significare oggi avere coraggio, per affrontare l'innegabile situazione di degrado ambientale, urbanistico e, in alcuni casi, economico, in cui versa la maggior parte delle coste italiane. Se il coraggio del dopoguerra si è manifestato attraverso la ricostruzione, degenerando poi spesso nella stra-costruzione, oggi in questo dopoguerra liberista bisogna innanzitutto avere il coraggio di restituire l'originario e imprescindibile libero accesso al mare. Solo attraverso una collettiva riappropriazione del mare che bagna le rive urbane si potrà ridare a questi ambienti duratura e condivisa qualità. Certi che si possa raggiungere un moderno equilibrio tra necessità infrastrutturali, abitative, ambientali ed economiche solo riscoprendo e aggiornando l'autentico valore della “misura”, di cui in tempi recenti ci ha parlato Franco Cassano nel libro “Il pensiero meridiano”. Non potrà esserci progetto di riqualificazione urbana e ambientale senza avere il coraggio di mettere in discussione il dogma dell'infinita crescita economica. Non potrà esserci progetto di miglioramento abitativo o infrastrutturale senza avere il coraggio di uscire dalla frenesia consumistica. Con coraggio dobbiamo batterci per rivendicare il mare come bene comune, certi che partendo da questo principio generale si possano poi discutere, condividere e realizzare i migliori interventi per ridare dignità al paesaggio costiero.

sabato 4 dicembre 2010

Il nostro mare quotidiano

“Salvare il nostro paesaggio è un dovere civile”, ha detto Salvatore Settis in una lunga intervista pubblicata ieri da La Repubblica, in occasione dell'uscita del suo nuovo libro: ”Paesaggio, Costituzione, Cemento. La battaglia per l'ambiente contro il degrado civile” (Einaudi; pp. 326, € 19). Per tutelare il paesaggio dai continui, feroci, assalti edilizi a margine dell'articolo viene fornito un decalogo, utile a tutti coloro, singoli o associazioni, che continuano a battersi contro gli scempi, spesso con incredibili sforzi a fronte di un'enorme disparità di mezzi tecno-economici. Un decalogo che mi permetto di scrivere manca di un punto 0, imprescindibile: “Abitare il paesaggio è un diritto-dovere”, a partire da quei paesaggi che circondano le nostre case e le nostre strade, ma anche i nostri centri commerciali e i nostri capannoni, quella diffusa periferia che è oggi l'Italia. Abitare nel più profondo e quotidiano dei significati, abitare con piacere. Quello che dovrebbe regalare il camminare e il pedalare, il nuotare e il remare, le pratiche del gioco e del lavoro di ogni giorno. Solo una ostinata frequentazione ci permetterà di rompere l'unico deleterio, addirittura criminale, imperativo consumistico, capace di trasformare il territorio in una merce che “vale non perché possiamo viverlo, ma solo in quanto può essere occupato, prezzato, cannibalizzato”. Senza esperienza materiale e frequentazione abituale, credo che qualsiasi appello alla salvaguardia, per quanto condivisibile e allarmante, rischia di rimanere inascoltato. Senza una diffusa riappropriazione fisica del paesaggio, inteso come bene comune da condividere nei piaceri del vissuto quotidiano, non ci sarà alcun riscatto da questo degrado ambientale che è diventato “parte di un degrado che investe le regole del vivere comune”. Perciò, anche da insegnante , prendendo spunto dal terzo paradosso evidenziato da Salvatore Settis, mi sento di puntualizzare che prima ancora di portare la parola paesaggio dentro le scuole, dobbiamo portare la scuola, gli alunni, nel paesaggio. Non in quelli esotici che le agenzie vendono alle famiglie e forse neanche in quelli incontaminati protetti dai parchi e meta privilegiata delle gite scolastiche. Dobbiamo innanzitutto portarli a piedi e in bici o, perché no, a remi e a vela, nei paesaggi del quotidiano. I nostri figli, e più in generale gli italiani, per prendere coscienza dell'inestimabile valore del paesaggio più che di immagini hanno bisogno di chilometri, più che di leggere e ascoltare hanno necessità di camminare e pedalare.
Declinando le considerazioni di Salvatore Settis allo specifico di questo progetto, bisogna senza alcuna nostalgia prendere atto che è saltato l'equilibrio città-costa. Se la battaglia per la difesa di quei minuscoli frammenti di coste naturali va sostenuta con determinazione, non meno impegno dobbiamo dedicare al restauro, un restauro non conservativo di tutto ciò che per altro è irrimediabilmente perduto, ma un restauro ambientale che restituisca l'inalterata immensità del mare alla nostra riva-urbana, vissuta spesso come inospitale residenza.

sabato 16 ottobre 2010

Il nostro mare quotidiano

E' stata presentata ieri a Roma l'iniziativa “Paesaggi sensibili 2010: ecco le 50 coste da salvare”, promossa da Italia Nostra. In occasione della Settimana nazionale dei paesaggi sensibili, dal 19 al 24 ottobre 2010, Italia Nostra ha puntato quest'anno l'attenzione sulle coste. Il più “lungo” dei paesaggi italiani, uno dei più estesi e, soprattutto, il più assediato. Da oltre un secolo l'assalto alle rive ha assunto infatti i tratti non solo di un saccheggio ambientale senza precedenti, ma anche di un vero e proprio sconvolgimento urbanistico e sociologico. Gli italiani nel volgere di un secolo hanno abbandonato montagne e campagne per inurbarsi innanzitutto lungo le coste, in lunghissimi iper-paesi costieri. Se a ciò si aggiungono sempre nuovi appetiti immobiliari e un consumo balneare forsennato, quello che rimane è un'infinita, anonima, periferia costiera, ormai per molta parte impresentabile anche dalle più abili agenzie turistiche. Come ha sottolineato Italia Nostra, ““Il mare d’inverno” in molti casi vuol dire degrado e incuria, stabilimenti balneari chiusi e lasciati in pessime condizioni, ma ciò che è ancora più grave, con sbarramenti o lucchetti che impediscono il passaggio alle persone, violando uno dei diritti del nostro Paese, il libero accesso al mare.”. Ed è proprio quest'ultima affermazione il cuore del problema: la privatizzazione delle coste. Perché se come denuncia l'associazione i quattro mali “più gravi alla base dei problemi che stanno deturpando il volto del paesaggio costiero italiano [sono]: infrastrutture portuali e stradali; costruzioni sui litorali; erosioni (causate spesso da porti e costruzioni); abusivismo”, la causa prima rimane la privatizzazione di un bene comune: il mare e le sue coste.
Partecipando a una delle tante e interessanti iniziative programmate dalle sedi locali di Italia Nostra, o semplicemente pretendendo di poter accedere in ogni stagione alle rive e alle acque di casa nostra, si testimonierà la propria determinazione nel richiedere a gran voce lo status di bene comune per il più vasto dei paesaggi italiani: il mare. Una rivendicazione fondata su tre principi: inalienabilità da parte dello Stato, libertà e gratuità di accesso per ogni cittadino. Principi validi a maggior ragione oggi che affollatissime sono le rive urbane, in cui l'orizzonte marino rimane l'unico ambiente in cui poter quotidianamente immergersi, con infinito, libero e gratuito piacere.

sabato 15 maggio 2010

Il nostro mare quotidiano

La stagione balneare è alle porte e, come ogni anno, aumenta la spinta a privatizzare le coste. La riscoperta estiva, consumistica e mediatica del mare o per meglio dire della spiaggia, è gravida di conseguenze nefaste (sarà un caso che in queste settimane le spiagge riordinate e preparate con i paletti per gli ombrelloni assomiglino tanto a campi cimiteriali?) per chi le rive le frequenta tutto l'anno, immerse nelle silenziose atmosfere autunnali, battute dalle gelide tramontane d'inverno, stemperate dal respiro africano dello scirocco, come in questa meravigliosa, bizzarra, primavera.
Perciò tutti quelli che non riducono il mare a consumo, devono reclamare, difendere, praticare il mare come bene comune. Non uno qualsiasi, ma il primo bene comune di una Penisola, una quasi isola, una pāene īnsula di cui le acque salate sono vitale liquido amniotico che insieme aggrazia, protegge, alimenta. Un'urgenza originaria, nel senso più intimo come in quello più condiviso, che ci fa ripercorrere rotte battute da altri e ne apre di nuove. Una rotta iniziatica verso solitarie veleggiate, lunghe passeggiate, rinfrancanti nuotate; esperienze capaci di ridestare un’appartenenza mediterranea che si nutre di racconti e romanzi, di cultura materiale e scientifica. Un invito a sperimentare il proprio personale modo di guardare, ascoltare, assaporare e annusare, di immergersi nel mare vicino, in quello prossimo alle nostre case. Sì, proprio in quello che bagna le nostre città, perché non possiamo rinunciare a un mare in cui immergerci quotidianamente. Certi che le singole rivendicazioni di gratuità, come tante piccole onde che sovrapponendosi prendono forza, si trasformino in una insopprimibile necessità collettiva di riappropriarsi del Mediterraneo. Aspettative eccessive, forse un abbaglio. Ma è risaputo che l’orizzonte marino stimola la fantasia, così come l'audacia. Un desiderio intenso, capace di far riaffiorare dalle secche della virtualità contemporanea, le infinite, reali, ricchezze del mare. Se, come ci ha insegnato Predrag Matvejević, sul Mediterraneo è stata concepita, nell'accezione ideale e materna della parola, l'Europa, credo che proprio lungo le rive di questo mare si possa ri-concepire il significato, i significati molteplici e sinergici, di bene comune, facendone una qualità fondante dell'Unione. Il paesaggio europeo e italiano in particolare non può trasformarsi in valore condiviso e perseguito senza una rivalutazione del mare, inteso innanzitutto come bene comune.