Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori
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venerdì 23 dicembre 2011

Biblioteca di mare e di costa



E' in libreria la rivista Lettera Internazionale (n.109, 2011), completamente dedicata al Mare Adriatico.
Crocevia Adriatico: Botta, Cassano, Farinelli, Garzia, Godelli, Guagnini, Jančar, Kiš, Pressburger, Scianatico
Geopolitica delle emozioni: Andrić, Bavčar, Fiori, Matvejević, Pahor, Roić, Serino, Tomizza
Sguardi tra le sponde: Bazzocchi, Bruno, Culi, Gjurcinova, Heinichen, Martino, Romano, Roth


Tessere

Mollo gli ormeggi, della vela, della parola.
Le acque e le arie sono note, per quanto possano esserle quelle adriatiche, ai tempi di Google Earth. Sì, perché navigare e scrivere hanno molte difficoltà comuni, ma possono disvelare sempre infiniti orizzonti. Disvelare! eccola qua la prima affinità inaspettata, il primo annodarsi di vela e parola. Adesso non mi interessa seguirne a ritroso la rotta etimologica; devo pensare a cime, scotte e drizze, a randa, fiocco e timone. Anche perché a bordo non ho la connessione internet, sono libero almeno per qualche giorno, e il posto dei vocabolari è occupato dai portolani.
Lascio il porto di Ravenna sotto un cielo stellato d'agosto. Una leggera brezza di Scirocco riempie l'unica vela di prua aperta. Con la barca appena inclinata navigo tra le due lunghissime dighe foranee. Prolungano il canale Candiano fino al mare aperto, creando un cordone ombelicale che lega la città alla madre, alle materne acque adriatiche. Già a poche miglia dalla costa sono immerso in un buio antico, in cui la luce dei pianeti si riflette sulle acque mosse appena dalla bava. E' la stessa luccicante oscurità della notte di Galla Placidia; allo zenit della cupola imperiale splende da millenni una croce latina, sopra di noi il Triangolo estivo, segnato da: Vega, Deneb e Altair.
[...]
Intanto a poppa si intravede ancora il fiammeggiare delle raffinerie ravennati, prometeico emblema novecentesco. Il “Deserto rosso” appare molto più lontano delle quindici miglia che mi separano dalla terraferma, dei cinquant'anni trascorsi dall’Italia descritta da Michelangelo Antonioni. La forza incandescente di quel sogno industriale, un simbolo di quegli anni che apre la narrazione filmica, sembra oggi una fiammella cimiteriale, ricordo di un’età breve se commisurata sulla scala del tempo millenario adriatico.
Lo Scirocco rinforza, sull’acqua il primo spumeggiare delle onde dice che il vento supera dieci nodi. Riduco la randa; manovra complessa su una piccola barca quando si naviga da soli, ancor più di notte. La fatica vale la tranquillità che segue. I pensieri ritornano alla volta musiva e a quel leone di San Marco che immagino nell’angolo di sudest. Dovrò tornarci ancora nella scintillante grotta di Galla Placidia, per togliermi questa curiosità. Se il mare non è una frontiera ma un varco, uno spazio acqueo libero da confini economici e nazionali, allora in Adriatico la porta è una sola ed è aperta proprio a sudest. Di lì sono usciti romani, veneziani e austriaci, di lì sono entrati greci, bizantini, ottomani. L’ingresso si apre o si chiude a seconda di umori, interessi, circostanze della storia; lì rimane comunque, nel disegno più grande della natura.
Nella carta di bordo, dove ho disegnato la rotta per Parenzo, il segmento di graffite per 55° che attraversa il braccio di mare interseca decine di altre rotte, cancellature, punti e annotazioni; tracce di altrettante navigazioni. Settanta miglia separano Ravenna dalla penisola che sta dall’altra parte del mare.
[...]
Negli anni, per me, la traversata nautica o narrativa, sotto un cielo limpido estivo o nuvoloso autunnale, spinto da arie tiepide primaverili o pungenti invernali, è un rito laico, un’eterna celebrazione di scoperta.
Tessere rotte, sulle acque e sulle carte. Tessere racconti, delle rive e delle genti.
Solo i tempi lunghi, fatti di gestualità e fatica, l’immersione sensoriale vissuta nell’incedere delle stagioni, possono rivelare qualcosa di questo seno mediterraneo, insieme marino e materno.
[...]

martedì 15 novembre 2011

Adriatico mare d'Europa?



E' stato pubblicato oggi sulle pagine culturali Corriere Romagna un'anticipazione del mio intervento, nell'ambito delle iniziative a sostegno della candidatura di Ravenna a Capitale Europea della Cultura nel 2019. L'incontro, a cui prenderà parte tra gli altri Predrag Matvejevic è intitolato “Verso il mare aperto” e sarà coordinato da Franco Masotti. Sabato 19 novembre 2019 a Artificiere Almagià, via dell'Almagià 2, alle 16,45 a Ravenna.

Dieci anni fa Eugenio Turri dava alle stampe l'ultimo volume della trilogia “Adriatico Mare d'Europa”. Un lavoro enciclopedico, dotato anche di un ricchissimo apparato iconografico, che attraverso il coinvolgimento di decine di studiosi delle due sponde faceva il punto sulla cultura, intrecciatasi con la geografia, la storia e l'economia, di uno degli “spazi problematici d'Europa”. Ricordiamo che da pochissimo si erano concluse le sanguinose guerre balcaniche, così come recentissimo era l'epilogo della crisi albanese, mentre sul versante italiano l'Adriatico era ancora guardato innanzitutto come un pericoloso confine da presidiare e difendere. Perciò nell'introduzione all'ultimo volume, Turri si interrogava sui tratti che accomunavano l'Adriatico e, con l'eccezione del turismo balneare, concludeva affermando che “come spazio organico dell'Europa, deve ancora essere costruito e valorizzato”.
Cosa è accaduto in questi dieci anni? perché su quel titolo volutamente benaugurante sembra ancora oggi gravare un preoccupante punto interrogativo? perché l'Adriatico, l'unico vero mediterraneo d'Europa, non lo è ancora per intero? Anche per provare a dare risposta a questi rilevanti e problematici quesiti, la candidatura di Ravenna a Capitale Europea della Cultura nel 2019 è una grande occasione.
Nella improrogabile necessità di muoversi verso il mare aperto, prendendo a prestito il titolo dell'iniziativa di sabato prossimo 19 novembre, Ravenna deve ripensare il suo ruolo adriatico. Una riflessione che coinvolge inevitabilmente l'altra città costiera romagnola, quella Rimini che rappresenta storicamente il secondo polo di una riva urbana a doppia polarità. Perché probabilmente solo attraverso una riuscita armonizzazione di questo unico iperpaese costiero, con velleità metropolitane, si potrà riformulare un rapporto armonico con l'Adriatico, con quella grande foresta blu che dà straordinaria e immutata qualità all'orizzonte di levante. Ravenna porto mediterraneo e Rimini spiaggia europea, entrambe ricche di monumenti eccezionali, possono reinventare una adriaticità, meno campanilista e più comunitaria, meno d'identità e più d'appartenenza, solo attraverso una feconda sinergia e una condivisa apertura all'altra sponda. Alle due città si chiede uno sforzo comune per mettere il mare al centro della riqualificazione ecologica, sociale ed economica. Un'operazione strategica di lungo respiro, che non può dimenticare l'importanza e le peculiarità degli altri comuni minori, nodi cruciali di una rete costiera storicamente articolata. Questa lunga riva urbana deve rinnovarsi a partire da un più attento rapporto con il suo grande ambiente naturale, con il mare, non inteso esclusivamente come un'autostrada liquida o come un bordo vasca, funzioni cruciali ma da sole insufficienti. Il mare dovrà essere sempre più accogliente per le merci e gli ospiti, ma per esserlo dovrà innanzitutto essere rivelato a chi ci vive. Senza una moderna riscoperta del mare, attenta non solo alle necessità economiche, ma all'ambiente e alla convivialità, ai piaceri che le acque possono regalare ogni giorno, non si riattiverà neanche l'antico spirito di accoglienza, a navi e culture orientali, a genti e passioni continentali. Se lo sguardo attento di Predrag Matvejevic ha colto nel passato la maggior vicinanza di Ravenna a Bisanzio rispetto a Roma, nel secondo Novecento Rimini è stata per tanti aspetti più vicina a Monaco che a Roma. Questi fecondi rapporti, economici e culturali, sono legati indissolubilmente all'Adriatico che ha avvicinato reciprocamente le acque mediterranee alle terre europee. Il mare è ancora oggi uno spazio in cui sperimentare forme nuove di coabitazione. E se già da solo l'abitare nel senso più profondo del termine è una sfida che ci riguarda personalmente ogni giorno, il coabitare richiede per forza un surplus di energie e si presenta come una partita ancora più difficile e, perciò, più affascinante.
Innanzitutto, mettendo da parte superflui romanticismi o altrettanto pericolose rassegnazioni, vanno ripensate e riqualificate le rive urbane, senza vagheggiare improbabili ritorni a bucoliche dune e pinete, e d'altro canto salvaguardando e mettendo in valore i frammenti di antica natura che si intrecciano con lacerti di nuovo verde, per comporre un prezioso terzo paesaggio marino. E' questo lo sfondo necessario per ridare piacevole vitalità ecologica e lavorativa, trasformando anonime periferie costiere in accoglienti rive urbane. Ravenna e Rimini, condividono difficoltà post-industriali comuni, sia che si tratti di rovine e scorie dell'industria chimica o di quella turistica. Il benessere novecentesco di entrambe le città è costato enormi sacrifici umani e ambientali, e questi ultimi graveranno a lungo sulle sorti delle popolazioni. Sempre di più in futuro la riuscita dei progetti di riqualificazione costiera dipenderà anche dalla partecipazione attiva di chi vive in questa lunga riva urbana che va dal delta del Po al promontorio di Gabicce.
Il più lucido e rivelatore dei sociologi italiani, Franco Cassano, continua instancabilmente a ricordarci che in Adriatico solo una feconda interconnessione tra le rive potrà salvarle dall'anonimato, evitando di trasformarle nelle periferie di una Europa continentale a vocazione settentrionale. L'Adriatico , inteso come grande regione europea, ci chiede di lasciare alle spalle le identità nazionali o addirittura municipali, per valorizzare un'appartenenza comune, in continuo divenire, più attenta a fatiche e piaceri del quotidiano che non alle carte d'identità e alle messinscena identitarie. Perché la storia adriatica insegna che i migliori frutti nascono dalle contaminazioni, basta guardare e ascoltare con attenzione un mosaico ravennate o un bassorilievo riminese, un concerto di Riccardo Muti o un film di Federico Fellini.

mercoledì 15 giugno 2011

Il nostro mare quotidiano

E' di queste ore la notizia che nel passaggio alla Camera, il Governo ha eliminato dal “decreto sviluppo”, la norma sui diritti di superficie delle spiagge, che in un primo momento dovevano essere di 90 anni, poi ridotti a 20. In entrambi i casi una sciagura per chi crede che il mare e le sue rive siano un bene comune, quindi inalienabile, neanche in forma indiretta.
Sarà una concomitanza casuale, ma ciò non toglie che la (speriamo) positiva decisione, la si relazioni alla vittoria dei due SI' al referendum sull'acqua. Di quanto questi fossero strettamente legati alle idee, e alle conseguenti politiche, riguardanti i beni comuni, e le coste in particolare per un paese come l'Italia, avevo già scritto nell'aprile scorso, quando ancora nulla faceva presagire questo “salto di vento”. Senza enfatizzare troppo il risultato referendario, ma fieri per l'obiettivo raggiunto, mi permetto di rilanciare un monito di Franco Cassano, da decenni illuminato difensore dei beni comuni. “Laddove il bene comune non interessa più i singoli, il suo curatore è un despota che non viene più controllato”. In queste prime settimane di stagione balneare, l'invito è quindi quello di interessarsi di quel bene comune chiamato mare. Il meraviglioso Mediterraneo che circonda la Penisola, regalandoci aria salmastra da respirare, acqua salata in cui nuotare, rive libere lungo cui passeggiare o incontrare l'Homo civicus, colui che vuole ritrovare “la comunità senza perdere la libertà”.

mercoledì 29 dicembre 2010

Il nostro mare quotidiano

Giorni di festa, del pagano Sol invictus o del cristiano Natale. Giorni d'inverno, di freddo, di pioggia, di neve, di sole o di vento. Giorni comunque disponibili per riprendere il cammino lungo le nostre stuprate e comunque amate rive urbane. Spiagge libere dall'occupazione balneare, banchine sgombre dalle flotte di glamour-yacht. Il mare d'inverno rimane ancora un ambiente per solitari esploratori. Lungo le coste si allenta il controllo, diventa più facile attraversare zone vietate, affacciarsi su spazi privati, per riscoprire il nostro bene comune. Il nostro mare quotidiano, che ogni giorno di più cerca di esserci precluso, lottizzato, venduto e recintato.
Nell'ottobre scorso il rapporto “Paesaggi di costa” di Italia Nostra ha rilanciato il dibattito sul degrado costiero italiano. Su “Il Giornale dell'Architettura” di Novembre hanno articolato il confronto, con due loro scritti, Aimaro Isola e Rosario Pavia. Quest'ultimo con pragmatica sensibilità ci ricorda che “La linea di costa è tra le reti quella che maggiormente realizza l’incontro tra natura e artificio, è una rete ambientale e infrastrutturale. Lo è da sempre, ma oggi con maggiore intensità”. Una considerazione preliminare, necessaria per chiarire che il nodo irrisolto dello scempio fatto delle coste sta nel poco e male affrontato problema della loro duplicità, del loro “essere rete ambientale e nello stesso tempo indispensabile rete infrastrutturale”.
Se Pavia chiede a tutti noi un necessario sforzo per andare oltre la pur doverosa denuncia dello sfascio ambientale delle coste, Aimaro Isola con altrettanta lucidità afferma che per approcciare i problemi: “Occorre koiné, ma anche philìa: amicizia verso i luoghi, soprattutto verso quelli che stanno soffrendo. Dobbiamo aver cura e raccogliere, prendere in mano ogni frammento di un mondo lacerato, (de)costruirlo, (ri)costruirlo, (ri)conoscerlo: réconnaissance, cioè essere riconoscenti. Per questo occorre metter in campo i propri saperi e le proprie esperienze, aggiornarli con il dubbio ma anche con il coraggio”.
Riprendendo il titolo dell'articolo di Isola, “Riviere. Abbiamo paura, ci vuole coraggio”, vorrei soffermarmi su cosa può significare oggi avere coraggio, per affrontare l'innegabile situazione di degrado ambientale, urbanistico e, in alcuni casi, economico, in cui versa la maggior parte delle coste italiane. Se il coraggio del dopoguerra si è manifestato attraverso la ricostruzione, degenerando poi spesso nella stra-costruzione, oggi in questo dopoguerra liberista bisogna innanzitutto avere il coraggio di restituire l'originario e imprescindibile libero accesso al mare. Solo attraverso una collettiva riappropriazione del mare che bagna le rive urbane si potrà ridare a questi ambienti duratura e condivisa qualità. Certi che si possa raggiungere un moderno equilibrio tra necessità infrastrutturali, abitative, ambientali ed economiche solo riscoprendo e aggiornando l'autentico valore della “misura”, di cui in tempi recenti ci ha parlato Franco Cassano nel libro “Il pensiero meridiano”. Non potrà esserci progetto di riqualificazione urbana e ambientale senza avere il coraggio di mettere in discussione il dogma dell'infinita crescita economica. Non potrà esserci progetto di miglioramento abitativo o infrastrutturale senza avere il coraggio di uscire dalla frenesia consumistica. Con coraggio dobbiamo batterci per rivendicare il mare come bene comune, certi che partendo da questo principio generale si possano poi discutere, condividere e realizzare i migliori interventi per ridare dignità al paesaggio costiero.

martedì 10 agosto 2010

Il nostro mare quotidiano

Seicento miglia a vela, diverse decine di chilometri a piedi lungo le rive e poi il bus, la nave e il treno per chiudere un lungo viaggio sulle due coste e attraverso il Canale di Sicilia, spartiacque tra Occidente e Oriente mediterraneo. Un canale che collega l'Europa all'Africa, per chi del mare ha prima di ogni altra un'idea greca: di un mare inteso come pontos. Secondo il “pensiero meridiano” di Franco Cassano, le rotte “del Mediterraneo aprono alla possibilità di un rapporto, di un contatto, anche se esso può essere feroce e terribile”. Ancora una volta andando a vela ho verificato che le distanze mediterranee consentono, anzi obbligano a riflettere e sperimentare un rapporto tra le opposte rive.
Differenti rimangono lingue, culture e religioni, malgrado l'onda commerciale globalizzatrice degli ultimi vent'anni. Ma del resto quale mare può vantare una così lunga storia di incontri e scontri come il Mediterraneo? e in questa plurimillenaria avventura commerciale quale mare ha mantenuto una ostinata, affascinate pluralità di identità? Mi sono così ritornate in mente le parole di Fernand Braudel che, a Trapani, Sciacca, Siracusa, Malta, Tunisi, Palermo e negli altri approdi toccati, continuano a essere utilissime per cercare di capire cos'è questo Mediterraneo: “Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre”. E viaggiare nel Mediterraneo, prosegue sempre Braudel, “Significa sprofondare nell'abisso dei secoli, fino alle costruzioni megalitiche di Malta” e, aggiungo io, ai graffiti della grotta paleolitica dell'isola di Levanzo alle Egadi. Ma viaggiare nel Meditterraneo significa anche sprofondare in una rutilante, spesso mal digerita, modernità, in un gorgo sincretico pericoloso quanto lo Scilla e Cariddi odissiaco. Penso alle inutili urbanizzazioni balneari che accomunano la costa siciliana a tante altre del Mediterraneo o i più recenti faraonici porti turistici, o ancora i novecenteschi paesaggi industriali di Gela e Augusta. Differenti i pericoli, comuni le intemperie ambientali che continueranno ad affliggerci per anni (o per secoli?).