#3 Laguna
Acqua e cielo hanno lo stesso color perla, in questo tiepido mattino di marzo. La prua del sàndolo, su cui sto andando verso l'isola di Sant'Erasmo, è una lama che taglia l'incantata immobilità lagunare, doppiamente apprezzata dopo aver lasciato a poppa l'eterna maretta del Canale di San Nicolò, la via d'acqua per la bocca del Porto di Lido, la più settentrionale della Laguna di Venezia.
“È un bel problema quest'eterno moto ondoso in Laguna. Come o forse più dell'acqua alta?”, chiedo a Gigi, gran conoscitore di genti e storie, di pesci e pescatori, di barche e vele, che oggi è anche il mio Virgilio, di geografia e di remo. Domanda urgente, visto che da quando sono salito a bordo ho rischiato di cadere in acqua diverse volte, per il continuo rollio e beccheggio, soprattutto quando il remo mi esce dalla forcola, vista la mia imperizia, quella di chi si cimenta per la prima volta nella voga veneta, per di più a cinquant'anni, anche se con migliaia di miglia fatte a vela.
... continua ...
Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano.
Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne.
Fabio Fiori
Visualizzazione post con etichetta remo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta remo. Mostra tutti i post
venerdì 15 marzo 2019
martedì 6 settembre 2016
Storie di mosconi e pattini
Di seguito trovate la mia lettera, pubblicata oggi sul Corriere Romagna, con una riflessione sul significato dell'appello "In difesa del moscone" e con una proposta concreta.
Con grande piacere e fiducia nei giorni scorsi ho letto le dichiarazioni del Comune di Rimini in risposta alla nostra lettera aperta “In difesa del moscone”. Ho colto con soddisfazione la consapevolezza che il moscone è un simbolo, permettendomi di precisare solo che lo è innanzitutto della cultura del mare e poi dell'offerta balneare. Una puntualizzazione necessaria, anzi il punto di partenza direi per avviare una discussione volta a trovare una soluzione al problema che veda in campo i rappresentanti economici, le istituzioni ma anche la società civile, che difende la libertà del mare e delle spiagge, beni comuni inalienabili. Perché la battaglia in difesa del moscone è parte di una più grande visione sull'uso non esclusivamente balneare delle coste. Convinti per altro che il futuro economico del turismo non potrebbe che beneficiare della valorizzazione di tutte le attività marinaresche: il nuoto, il surf, il remo (dall'antico moscone al moderno sup) e la vela (dalla battana alla deriva, dal windsurf al kite), senza dimenticare la pesca, professionale e ricreativa.
Ma per tornare alla concretezza, che è dei marinai, circa le soluzioni alla querelle mosconi, provo a sintetizzare alcune proposte. In primis credo si debba pensare non a una, due o tre aree dedicate, ma a una più diffusa presenza, se si concorda sul fatto che il moscone caratterizza la nostra spiaggia, al pari di tende, ombrelloni e lettini. La situazione sarebbe più ordinata e facilmente controllabile dalle autorità se fissassero in maniera chiara il numero dei posti e le zone dedicate, assegnando ai proprietari dei mosconi (e solo dei mosconi esclusivamente a remi) un numero di matricola, previa domanda scritta da farsi in Capitaneria, sulla falsa riga di quello che avviene già per la pesca ricreativa con le nasse o nella Laguna di Venezia con le “targhe” LV.
Questi sono ovviamente solo degli spunti per una più ampia riflessione, foriera di soluzioni già a partire dal prossimo anno, certi che come andiamo tranquillamente in piazza con la bici vogliamo andare altrettanto tranquillamente in spiaggia con il moscone, con sul cannone o sul prendisole una morosa, una moglie o una figlia.
Con grande piacere e fiducia nei giorni scorsi ho letto le dichiarazioni del Comune di Rimini in risposta alla nostra lettera aperta “In difesa del moscone”. Ho colto con soddisfazione la consapevolezza che il moscone è un simbolo, permettendomi di precisare solo che lo è innanzitutto della cultura del mare e poi dell'offerta balneare. Una puntualizzazione necessaria, anzi il punto di partenza direi per avviare una discussione volta a trovare una soluzione al problema che veda in campo i rappresentanti economici, le istituzioni ma anche la società civile, che difende la libertà del mare e delle spiagge, beni comuni inalienabili. Perché la battaglia in difesa del moscone è parte di una più grande visione sull'uso non esclusivamente balneare delle coste. Convinti per altro che il futuro economico del turismo non potrebbe che beneficiare della valorizzazione di tutte le attività marinaresche: il nuoto, il surf, il remo (dall'antico moscone al moderno sup) e la vela (dalla battana alla deriva, dal windsurf al kite), senza dimenticare la pesca, professionale e ricreativa.
Ma per tornare alla concretezza, che è dei marinai, circa le soluzioni alla querelle mosconi, provo a sintetizzare alcune proposte. In primis credo si debba pensare non a una, due o tre aree dedicate, ma a una più diffusa presenza, se si concorda sul fatto che il moscone caratterizza la nostra spiaggia, al pari di tende, ombrelloni e lettini. La situazione sarebbe più ordinata e facilmente controllabile dalle autorità se fissassero in maniera chiara il numero dei posti e le zone dedicate, assegnando ai proprietari dei mosconi (e solo dei mosconi esclusivamente a remi) un numero di matricola, previa domanda scritta da farsi in Capitaneria, sulla falsa riga di quello che avviene già per la pesca ricreativa con le nasse o nella Laguna di Venezia con le “targhe” LV.
Questi sono ovviamente solo degli spunti per una più ampia riflessione, foriera di soluzioni già a partire dal prossimo anno, certi che come andiamo tranquillamente in piazza con la bici vogliamo andare altrettanto tranquillamente in spiaggia con il moscone, con sul cannone o sul prendisole una morosa, una moglie o una figlia.
Etichette:
il nostro mare quotidiano,
moscone,
remo
sabato 3 settembre 2016
Storie di mosconi e pattini
Questa è una storia contemporanea, perché nei giorni scorsi a Rimini è partita una battaglia culturale "In difesa del moscone", una barchetta ecologica ed economica che ha fatto la storia della città e di tutte le spiagge italiane.
Proprietari e appassionati chiedono alle Autorità competenti di rivedere le Ordinanze Balneari, al fine di consentire l’uso, l’ormeggio e il rimessaggio dei mosconi e di tutti i piccoli natanti a remi.
Per chi volesse saperne di più e partecipare al dibattito c'è una pagina Facebook "In difesa del moscone".
Tra il serio e il faceto pubblico questo "Manifesto del mosconiere", che al pari del gondoliere a Venezia, è stato e vorrebbe continuare ad essere uno dei protagonisti della vita balneare italiana.
Manifesto del mosconiere
Premesso che il moscone è la barca più popolare della tradizione balneare:
1. Noi vogliamo remare liberamente in mare.
2. La voga è il nostro esercizio quotidiano.
3. Remando esaltiamo la relazione dell’uomo con il mare e il cielo, con le onde e i venti.
4. Andando al largo ritroviamo il piacere della solitudine e del silenzio, del tuffo e del nuoto.
5. Noi siamo insieme il passato, il presente e il futuro di un modo divertente ed ecologico di andar per mare.
Proprietari e appassionati chiedono alle Autorità competenti di rivedere le Ordinanze Balneari, al fine di consentire l’uso, l’ormeggio e il rimessaggio dei mosconi e di tutti i piccoli natanti a remi.
Per chi volesse saperne di più e partecipare al dibattito c'è una pagina Facebook "In difesa del moscone".
Tra il serio e il faceto pubblico questo "Manifesto del mosconiere", che al pari del gondoliere a Venezia, è stato e vorrebbe continuare ad essere uno dei protagonisti della vita balneare italiana.
Manifesto del mosconiere
Premesso che il moscone è la barca più popolare della tradizione balneare:
1. Noi vogliamo remare liberamente in mare.
2. La voga è il nostro esercizio quotidiano.
3. Remando esaltiamo la relazione dell’uomo con il mare e il cielo, con le onde e i venti.
4. Andando al largo ritroviamo il piacere della solitudine e del silenzio, del tuffo e del nuoto.
5. Noi siamo insieme il passato, il presente e il futuro di un modo divertente ed ecologico di andar per mare.
Etichette:
cultura del mare,
il nostro mare quotidiano,
moscone,
remo
lunedì 19 ottobre 2015
Storie di mosconi e pattini
Grazie alle immagini dell'Istituto Luce, oggi disponibili anche su YouTube, abbiamo un'ulteriore testimonianza visiva della diffusione di mosconi e pattini in Italia, nella prima metà del Novecento. Una barca semplice, economica e divertente con cui i bagnati di allora, da non confondere con gli spiaggianti di oggi, facevano le prime esperienze di tuffo, di nuoto e di voga. Evviva il moscone! quello di ieri e quello di domani.
Di seguito ho selezionato alcune di queste brevi, festose!, testimonianze.
Pattini sul Tirreno
https://www.youtube.com/watch?v=UguYOczXNeU
https://www.youtube.com/watch?v=UguYOczXNeU
Mosconi sull'Adriatico
Di seguito ho selezionato alcune di queste brevi, festose!, testimonianze.
Pattini sul Tirreno
https://www.youtube.com/watch?v=UguYOczXNeU
https://www.youtube.com/watch?v=UguYOczXNeU
Mosconi sull'Adriatico
mercoledì 26 agosto 2015
Storie di mosconi e pattini
Di seguito pubblico una parte dell'articolo uscito lunedì scorso, 24 agosto 2015, sul Corriere Romagna, dedicato al moscone o pattino, che dir si voglia.
In Romagna, quando ancora c'erano i bagnanti e non gli spiaggianti, come negli ultimi decenni, in riva c'erano migliaia di mosconi! Quando ancora l'acqua e non la sabbia era la principale attrattiva, in mare c'erano migliaia di mosconi!
Perché il moscone oltre che una sana remata, offre la possibilità di andare a pescare, di trovare intimità, pace, silenzio e soprattutto acque limpide e profonde. Il moscone è la barca ideale per imparare le principali arti marinaresche: remo, tuffo e nuoto. Qui che non ci sono isole e nemmeno scogli, il moscone è l'unica riva circondata dall'acqua, quella da cui staccarsi non camminando ma nuotando, quella in cui l'incontro con il mare è completo, avvolgente, profondo.
Il moscone è stato per un secolo non solo una semplice e bellissima barchetta balneare, ma una vera e propria icona. Nella prima metà del Novecento era un “mito d'oggi”, parafrasando Roland Barthes. Poi malauguratamente vennero i pedalò (anche se a dire il vero anche la storia di questo natante è molto antica!) e purtroppo negli ultimi anni, complice anche una assurda normativa che vieta l'ormeggio e il rimessaggio, entrambi sono quasi scomparsi. Come è quasi estinta la figura del mosconaio, che insieme al salvataggio e al bagnino, componeva la triade di combattenti balneari o più prosaicamente dei vitelloni.
Ma siamo fiduciosi che il moscone, come tutti i miti, non sia scomparso definitivamente, si è nascosto ai più. Solo pochi adepti ne mantengono viva la forma, la pratica, l'amore, addirittura la devozione. Perché questo rito non rimanga appannaggio di pochi, vediamo di raccontarne brevemente la storia, anche perché questo piccolo catamarano a remi è, al pari della bicicletta con cui condivide l'origine ottocentesca e la fortuna novecentesca, un mezzo ecologico e divertente, che permette una libertà marinaresca alla portata di tutti.
Innanzitutto va chiarita la diatriba linguistica italiana, che potrebbe sottenderne anche la paternità. Moscone o pattino? E' bene precisare che sono sinonimi e hanno una precisa geografia. Infatti al pari di brodetto e caciucco, entrambe zuppe di pesce, moscone è tipicamente adriatica, mentre pattino è ligure-tirrenica. Nei vocabolari, fino a prova contraria, la parola più antica è pattino, che appare per la prima volta nel 1891. E' Policarpo Petrocchi che la inserisce nel suo "Novo dizionario universale della lingua italiana", dove si legge: "PATTINO, s.m. T. mar. Due travi con un panchettino sopra che serve per andarci come in barchetta (P.)".
...
SE AVETE FOTOGRAFIE, CARTOLINE, NOTIZIE INVIATELE A maregratis@gmail.com
In Romagna, quando ancora c'erano i bagnanti e non gli spiaggianti, come negli ultimi decenni, in riva c'erano migliaia di mosconi! Quando ancora l'acqua e non la sabbia era la principale attrattiva, in mare c'erano migliaia di mosconi!
Perché il moscone oltre che una sana remata, offre la possibilità di andare a pescare, di trovare intimità, pace, silenzio e soprattutto acque limpide e profonde. Il moscone è la barca ideale per imparare le principali arti marinaresche: remo, tuffo e nuoto. Qui che non ci sono isole e nemmeno scogli, il moscone è l'unica riva circondata dall'acqua, quella da cui staccarsi non camminando ma nuotando, quella in cui l'incontro con il mare è completo, avvolgente, profondo.
Il moscone è stato per un secolo non solo una semplice e bellissima barchetta balneare, ma una vera e propria icona. Nella prima metà del Novecento era un “mito d'oggi”, parafrasando Roland Barthes. Poi malauguratamente vennero i pedalò (anche se a dire il vero anche la storia di questo natante è molto antica!) e purtroppo negli ultimi anni, complice anche una assurda normativa che vieta l'ormeggio e il rimessaggio, entrambi sono quasi scomparsi. Come è quasi estinta la figura del mosconaio, che insieme al salvataggio e al bagnino, componeva la triade di combattenti balneari o più prosaicamente dei vitelloni.
Ma siamo fiduciosi che il moscone, come tutti i miti, non sia scomparso definitivamente, si è nascosto ai più. Solo pochi adepti ne mantengono viva la forma, la pratica, l'amore, addirittura la devozione. Perché questo rito non rimanga appannaggio di pochi, vediamo di raccontarne brevemente la storia, anche perché questo piccolo catamarano a remi è, al pari della bicicletta con cui condivide l'origine ottocentesca e la fortuna novecentesca, un mezzo ecologico e divertente, che permette una libertà marinaresca alla portata di tutti.
Innanzitutto va chiarita la diatriba linguistica italiana, che potrebbe sottenderne anche la paternità. Moscone o pattino? E' bene precisare che sono sinonimi e hanno una precisa geografia. Infatti al pari di brodetto e caciucco, entrambe zuppe di pesce, moscone è tipicamente adriatica, mentre pattino è ligure-tirrenica. Nei vocabolari, fino a prova contraria, la parola più antica è pattino, che appare per la prima volta nel 1891. E' Policarpo Petrocchi che la inserisce nel suo "Novo dizionario universale della lingua italiana", dove si legge: "PATTINO, s.m. T. mar. Due travi con un panchettino sopra che serve per andarci come in barchetta (P.)".
...
SE AVETE FOTOGRAFIE, CARTOLINE, NOTIZIE INVIATELE A maregratis@gmail.com
Etichette:
moscone,
pattino,
remo,
talassofilia
mercoledì 14 gennaio 2015
Storie di mosconi e pattini
Come ben sa chi mi conosce, sono da sempre innamorato del moscone!
Sarà forse perché è stata la mia prima barca? o perché continua a sembrarmi una fantastica micro-isola? o più semplicemente perché d'estate rimane il modo più semplice per scappare dalle rumorose spiagge sovraffolate e ritrovare silenziose acque solitarie. Concedendosi ovviamente anche indimenticabili tuffi.
Sarà forse perché è stata la mia prima barca? o perché continua a sembrarmi una fantastica micro-isola? o più semplicemente perché d'estate rimane il modo più semplice per scappare dalle rumorose spiagge sovraffolate e ritrovare silenziose acque solitarie. Concedendosi ovviamente anche indimenticabili tuffi.
Comunque sia questo piccolo catamarano a remi è, al pari della bicicletta con cui condivide l'origine ottocentesca e la fortuna novecentesca, un mezzo ecologico e divertente, che permette una libertà marinaresca alla portata di tutti. In questi giorni ho riordinato qualche appunto raccolto negli anni, stimolato da uno Simone Nudi, un giovane amico livornese iscritto a Disegno Industriale all'Università di Firenze, che mi ha chiesto qualche informazione. Provo a riassumerle di seguito, nella speranza magari di raccoglierne altre.
La storia del moscone o pattino che dir si voglia non è ancora stata scritta, come testimoniano anche le poche righe dedicate a questa barca tanto diffusa, soprattutto in passato, sia da Wikipedia che dalla Enciclopedia Treccani. Mentre numerose sono foto e cartoline che ne documentano la diffusione già dalla fine dell'Ottocento su tante spiagge italiane, rarissime sono le "attenzioni" letterarie. Nei vocabolari la parola pattino appare per la prima volta nel 1891. E' Policarpo Petrocchi che la inserisce nel suo "Novo dizionario universale della lingua italiana", dove si legge: "PATTINO, s.m. T. mar. Due travi con un panchettino sopra che serve per andarci come in barchetta (P.)". Sarà invece lo scrittore Alfredo Panzini, che trascorreva le vacanze a Bellaria, a sdoganare il termine adriatico moscone nel suo "Dizionario moderno", nella edizione del 1923, definendolo "galleggiante da spiaggia". Più articolata la descrizione data nell'edizione del 1950: "Moscone: Chiamano così sul litorale adriatico una specie di piccola imbarcazione per diporto, da spiaggia e per bagno. E' formato di due galleggianti su cui poggiano uno o due sedili". Definizione che si completa con una domanda e relativa risposta: "Perché mosconi? Per analogia di aspetto, come ditteri, mosche chiare sull'azzurro del mare".
Per il momento mi fermo qua, ma scriverò ancora, di forme e dimensioni, di personaggi ed episodi, di emozioni e avventure,confidando di ricevere foto e informazioni da altri appassionati lungo le spiagge italiane.
La storia del moscone o pattino che dir si voglia non è ancora stata scritta, come testimoniano anche le poche righe dedicate a questa barca tanto diffusa, soprattutto in passato, sia da Wikipedia che dalla Enciclopedia Treccani. Mentre numerose sono foto e cartoline che ne documentano la diffusione già dalla fine dell'Ottocento su tante spiagge italiane, rarissime sono le "attenzioni" letterarie. Nei vocabolari la parola pattino appare per la prima volta nel 1891. E' Policarpo Petrocchi che la inserisce nel suo "Novo dizionario universale della lingua italiana", dove si legge: "PATTINO, s.m. T. mar. Due travi con un panchettino sopra che serve per andarci come in barchetta (P.)". Sarà invece lo scrittore Alfredo Panzini, che trascorreva le vacanze a Bellaria, a sdoganare il termine adriatico moscone nel suo "Dizionario moderno", nella edizione del 1923, definendolo "galleggiante da spiaggia". Più articolata la descrizione data nell'edizione del 1950: "Moscone: Chiamano così sul litorale adriatico una specie di piccola imbarcazione per diporto, da spiaggia e per bagno. E' formato di due galleggianti su cui poggiano uno o due sedili". Definizione che si completa con una domanda e relativa risposta: "Perché mosconi? Per analogia di aspetto, come ditteri, mosche chiare sull'azzurro del mare".
Per il momento mi fermo qua, ma scriverò ancora, di forme e dimensioni, di personaggi ed episodi, di emozioni e avventure,confidando di ricevere foto e informazioni da altri appassionati lungo le spiagge italiane.
giovedì 29 maggio 2014
Talassofilia
E' arrivato il libreria il mio nuovo libro:
"Thalassa. Le acque del Mediterraneo"
Lo presenterò nelle prossime settimane, con il seguente calendario:
LIBRERIE FELTRINELLI
Rimini - Mercoledì 4 giugno 2014, ore 18
L.go Giulio Cesare 4 (ang. Corso d'Augusto)
con Lorella Barlaam e Oriana Maroni
Ancona - Venerdì 6 giugno 2014, ore 18
Corso Giuseppe Garibaldi, 35
con Maria Pia Letizia Bacchielli
Ravenna - Martedì 10 giugno 2014, ore 18
Via Armando Diaz, 14, 48100 Ravenna, Italia
con Franco Masotti
Di seguito trovate la quarta di copertina.
"Thalassa. Le acque del Mediterraneo"
Lo presenterò nelle prossime settimane, con il seguente calendario:
LIBRERIE FELTRINELLI
Rimini - Mercoledì 4 giugno 2014, ore 18
L.go Giulio Cesare 4 (ang. Corso d'Augusto)
con Lorella Barlaam e Oriana Maroni
Ancona - Venerdì 6 giugno 2014, ore 18
Corso Giuseppe Garibaldi, 35
con Maria Pia Letizia Bacchielli
Ravenna - Martedì 10 giugno 2014, ore 18
Via Armando Diaz, 14, 48100 Ravenna, Italia
con Franco Masotti
Di seguito trovate la quarta di copertina.
«Thalassa
è la parola che preferisco fra le tante che i greci avevano per
indicare il mare perché significa semplicemente acqua salata. È il
luogo del vivere, l’orizzonte della pratica, il Mediterraneo
dell’esperienza.»
Le
acque mediterranee, da millenni teatro di storie e avventure,
continuano a regalare grandi emozioni, quelle del nuoto, del remo e
della vela. Passioni antiche che l’autore ogni giorno rinnova,
ascoltando la voce delle onde e dei marinai, di ieri e di oggi.
Nuotare e navigare riflettono un amore unico e ancestrale per il
mare, che è il punto di partenza di questo portolano sentimentale.
Nelle
sue pagine i piaceri e le gioie che il Mediterraneo offre
quotidianamente si intrecciano con la storia, la geografia, il mito,
le scienze e le arti, dando vita a un racconto intenso e vitale. Una
rotta che porta dalle fondamenta di Venezia alle banchine di Genova,
dalle Bocche di Bonifacio allo Stretto di Messina, dalle verdi acque
adriatiche a quelle blu tirreniche, restituendo un significato
concreto alla mediterraneità, che è fatto storico-culturale e
appassionata pratica del mare.
Etichette:
libri di mare,
mediterraneo,
nuoto,
remo,
talassofilia,
vela
giovedì 26 settembre 2013
Biblioteca di mare e di costa
“L'arte dei remèri. I 700 anni dello statuto dei costruttori di remi” (Aa. vv. - a cura di Giovanni Caniato, Cierre Ed., Verona; pp 276, € 23,00) è
una vera e propria summa della storia di remi, rematori e remèri di Venezia,
una delle più durature e illustri capitali mediterranee del remo. Il libro è
stato pubblicato per la prima volta nel 2007, proprio in occasione dei 700 anni
dello statuto della Mariegola dei Remèri, cioè della confraternita dei
costruttori di remi, che venne ratificato il 15 settembre 1307. Un approfondito
excursus storico e tecnico su questo strumento, per secoli indispensabile,
perciò oggetto di attenzione e addirittura di venerazione, insieme al suo
fondamentale complemento: la forcola. Forcole che a Venezia, a bordo delle
gondole, sono diventate oggetti d'arte di straordinaria bellezza. Non a caso il
libro è dedicato a Giuseppe Carli (1915-1999), “maestro ineguagliabile e
artefice del riscatto dei remèri ottenuto elevando la fórcola a oggetto
ricercato per le sue qualità plastiche oltre che funzionali”. Nel libro vengono affrontati tutti gli
argomenti legati alla storia, alle caratteristiche e alla produzione di remi e
forcole, dall'età dell'oro medievale fino alle creazioni dell'ultima
“generazione di remèri”, tra cui quelle di Saverio Pastor che alla metà degli
anni Settanta del Novecento impararò il mestiere andando a bottega proprio da Giuseppe
Carli. Per secoli il legname necessario alla costruzione veniva dai boschi
alpini e balcanici. Importantissimo è quello del Cansiglio che tra Cinquecento
e Seicento riforniva di ottimo faggio la Serenissima. Da qui provenivano stele
da remo per ogni tipo di imbarcazioni,
dalla grande galeazza che aveva remi lunghi 15 metri al piccolo copano,
armato con remi di 6 metri. Grande attenzione è posta anche all'evoluzione
recente dei materiali di costruzione, cioè dalle stèle de faghèr ai remi
in lamellare. Da una cinquantina d'anni il faggio è sostituito con il ramino,
essenza orientale, più rigida e leggera. Luigi Divari invece propone un testo
dedicato alla voga sulle barche da pesca, corredato da suoi suggestivi
acquarelli.
Il libro si chiude con un dettagliato elenco ragionato dei luoghi della
memoria,ossia di tutte quelle istituzioni che a vario titolo, in tutta Italia,
conservano oggetti, immagini, memorie dei remi e delle barche su cui erano
armati.
Articolo pubblicato sul Corriere Romagna di lunedì 22 settembre 2013
Etichette:
cultura del mare,
libri di mare,
recensione,
remo,
venezia
giovedì 6 ottobre 2011
Il nostro mare quotidiano

E' tempo di Barcolana, è tempo di far vela.
Vela intesa come attività sportiva, come svago lungo un giorno, una settimana, un viaggio. In breve vela da diporto. Quando nel 1969 prese il via la prima Barcolana, era ancora vivo in tutti gli appassionati il ricordo della vela da lavoro, al servizio del traffico e della pesca. Allora “far vela” significava innanzitutto partire nell'accezione marinaresca, ossia navigare. Ancora oggi per altro la locuzione resiste tra i pescatori più anziani e capita spesso di sentir dire, malgrado tutte le barche siano motorizzate da oltre mezzo secolo, “Abbiamo fatto vela (cioè navigato) per due ore, prima di raggiungere il luogo dove sono state calate le reti”. I mille sofisticati dettagli tecnici e le altrettanto numerose implicazioni sportive, non hanno eliminato alcune ritualità. Innanzitutto alziamo una vela, un gesto arcaico con valori anche simbolici perché, consciamente o inconsciamente, ogni volta rinnoviamo un rito di appartenenza. Entriamo a far parte di quella antichissima genia di marinai che hanno fatto vela verso il famigliare Adriatico, il vasto Mediterraneo o l'infinito Oceano. Se, rispetto al passato, differenti sono circostanze, motivazioni e materiali, simili rimangono alcune preoccupazioni. Tutti alzando una vela ci interroghiamo sul vento, su direzione, forza e durata di questo dio umorale, capace di dispensare preziosa grazia o duro affanno. Certo abbiamo satelliti e radar che guardano meglio di noi il cielo ma, in ultimo, la scelta di lascare o cazzare, di tenere tutta la tela o terzarolare, spetta a noi. La vela, piccola o grande, la rotta breve o lunga, chiede sapienza e prudenza, manualità e fatica, tutte qualità antiche.
Della vela il Golfo di Trieste è da tempo immemorabile dimora, anche nella più recente versione diportistica. Lungo e probabilmente lacunoso sarebbe l'elenco di manifestazioni e circoli, timonieri e prodieri, barche e cantieri, maestri d'ascia e progettisti. Ma alcune pagine di romanzi triestini possono restituire se non la storia, alcune emozioni di questa passione marinara. Nei “Ricordi istriani”, di Giani Stuparich, il mare, il remo e la vela sono paesaggi del quotidiano. “La vela impigrisce, - aveva affermato papà, - marinaio che non conosce remi è mezzo marinaio”, si ripete tra sé uno dei protagonisti, che da anni sogna quell'esperienza. “Quanto avevamo sospirato quella vela! Fino allora c'era toccato di faticare sui remi”. La vela è gioia pura, quando i venti sono favorevoli e comunque è quasi sempre infinitamente meno faticosa e più rapida del remo. “Ora finalmente avremmo avuto la vela. Il riposo, la gioia di starsene distesi a paiolo, con la barra del timone sotto braccio, e di sentirsi filare, volare sull'acqua con le ali”. L'amatissima pesca, per quel ragazzo e suo fratello, passarono immediatamente in secondo piano, tanto era l'entusiasmo per l'agognata vela. Poco importa se si trattava di una semplice battella a fondo piatto e non di un guzzo o una passera. Qualche anno dopo, nelle tragiche trincee della grande guerra, i due fratelli ricordavano “sommessamente la nostra barca a vela, le estati passate a Umago. La vela per noi significava riscatto, estro, libertà”.
La vela entra anche in alcune pagine de “L'onda dell'incrociatore”, di Pier Antonio Quarantotti Gambini. E' in uno splendido autunno, in giorni d'ottobre luminosi come quelli appena trascorsi, che Ario, uno dei protagonisti, “prese un'ubriacatura di sole e d'aria marina. Appena poteva, balzava in barca e dava al vento la vela. Era bello scivolar fuori dal mandracchio, tanto veloci e leggeri che nella manovra lo scafo sembrava fuggirgli via”. Bordeggiava dentro il porto per guadagnare il mare libero, che regalava “i sobbalzi, gli spruzzi, le schiaffate dell'acqua a prua”. Le sue avventure adolescenziali sono un continuo intrecciarsi con esperienze marinaresche, in cui la vela e il remo sono fondamentali, non solo nei risvolti sportivi. Gli piaceva uscire solo, “Filava stringendo la vela, come in regata. E spesso, tra mare e cielo, si metteva a cantare”.
Le migliaia di vele di domenica credo sarebbero piaciute a Stuparich e a Quaranttotti Gambini; di certo i loro ragazzi avrebbero cercato imbarco, per condividere le ansie e le gioie sempre nuove che regala il mare e il vento.
lunedì 5 settembre 2011
Il nostro mare quotidiano
Oggi sulle pagine del Corriere Romagna riprendo l'analisi fatta in un precedente post, sulla inciviltà che purtroppo contraddistingue molti motonuati italiani. Ma se il mare è di tutti, perché non immaginare e realizzare almeno le "domeniche blu"?
La Riviera Romagnola, spesso all'avanguardia sui temi del loisir balneare, potrebbe promuovere, prima in Europa, le “domeniche blu”. Così come da diversi anni per motivi ecologici, che si rivelano anche splendide occasioni per praticare una diversa mobilità e una più condivisa socialità, si interrompe il traffico automobilistico privato, allo stesso modo si potrebbe realizzare un'iniziativa simile in mare. Vietando la navigazione privata a motore nelle acque costiere, almeno entro 1 miglio dalla costa, lasciando ovviamente canali di accesso ai porti, si restituirebbero le acque ai piaceri della vela, del remo e del nuoto. Si riproporrebbe una modalità insieme antica (si pensi alle splendide immagini in bianco e nero della Riviera della prima metà del Novecento o ai racconti fulgidi dei nonni) e moderna, cioè realmente sostenibile in termini ecologici e umani. Le “domeniche blu”, oltre a un sicuro impatto mediatico non solo nazionale, aggiornerebbero a costo zero l'immagine della Riviera, usurata e segnata dai deliri edonistici avviati negli anni Ottanta, veicolati dalle automobili, amplificati nelle discoteche e oggi purtroppo portati troppo spesso in riva nei discobar se non addirittura in mare dalle moto d'acqua, l'ultima frontiera del consumo privatistico, dell'individualismo motorizzato in salsa pseudo marinaresca. Le “domeniche blu” attendono solo amministratori pubblici e imprenditori balneari capaci di concretizzare e promuovere un'iniziativa economica ed ecologica, innovativa e romantica.
La Riviera Romagnola, spesso all'avanguardia sui temi del loisir balneare, potrebbe promuovere, prima in Europa, le “domeniche blu”. Così come da diversi anni per motivi ecologici, che si rivelano anche splendide occasioni per praticare una diversa mobilità e una più condivisa socialità, si interrompe il traffico automobilistico privato, allo stesso modo si potrebbe realizzare un'iniziativa simile in mare. Vietando la navigazione privata a motore nelle acque costiere, almeno entro 1 miglio dalla costa, lasciando ovviamente canali di accesso ai porti, si restituirebbero le acque ai piaceri della vela, del remo e del nuoto. Si riproporrebbe una modalità insieme antica (si pensi alle splendide immagini in bianco e nero della Riviera della prima metà del Novecento o ai racconti fulgidi dei nonni) e moderna, cioè realmente sostenibile in termini ecologici e umani. Le “domeniche blu”, oltre a un sicuro impatto mediatico non solo nazionale, aggiornerebbero a costo zero l'immagine della Riviera, usurata e segnata dai deliri edonistici avviati negli anni Ottanta, veicolati dalle automobili, amplificati nelle discoteche e oggi purtroppo portati troppo spesso in riva nei discobar se non addirittura in mare dalle moto d'acqua, l'ultima frontiera del consumo privatistico, dell'individualismo motorizzato in salsa pseudo marinaresca. Le “domeniche blu” attendono solo amministratori pubblici e imprenditori balneari capaci di concretizzare e promuovere un'iniziativa economica ed ecologica, innovativa e romantica.
Etichette:
domeniche blu,
il nostro mare quotidiano,
loisir balneare,
remo,
vela
Iscriviti a:
Post (Atom)