Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori
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giovedì 4 maggio 2017

Ultima spiaggia? Presente, passato e futuro di un bene comune

L’AMMM, l’Associazione Mediterranea dei Musei Marittimi, organizza il 5 e 6 maggio 2017, presso il Museo della Marineria di Cesenatico, il suo XXIII forum internazionale. Il titolo scelto è: Il “museo liquido”. I musei marittimi per la salvaguardia e la valorizzazione della costa.

Il testo che trovate sotto è un'anticipazione del mio intervento.


In Romagna, come in tante altre regioni italiane ed europee, l’economia turistica è a prevalente trazione balneare, malgrado i tentativi di diversificazione, non sempre riusciti. Perciò oltre ad occuparsi di “concessioni balneari”,  ogni tanto ci si dovrebbe interrogare anche su che cosa è una spiaggia oggi. Una domanda alla quale tutti saprebbero rispondere, visto che tutti le frequentano, sia chi vive lungo le coste, dove negli ultimi 50 anni c’è stato un inurbamento epocale, sia chi vive in città, in campagna e in montagna. Pochissimi invece sono quelli che sapranno descrivere una spiaggia di ieri e, probabilmente, ancor meno sono coloro che ragionano sulla spiaggia di domani, sul futuro di un bene comune e sulla sua relazione imprescindibile con il mare.

Oggi la spiaggia è un affollato spazio pubblico, a Rimini come a Valencia, a Nizza come a Myconos, per rimanere nel Mediterraneo. Uno spazio, più o meno, attrezzato e commerciale,  ad uso prevalentemente balneare. Osservando le pratiche con più attenzione ci si accorgerà che la permanenza sulla sabbia ha preso il sopravvento su quella in acqua e quindi sarebbe più giusto parlare di spiaggianti, anziché di bagnanti. In spiaggia si prende il sole, si gioca, si balla, si beve e si mangia, mentre in acqua al più si rinfrescano gli adulti o ci giocano i bambini, sempre ammesso che i genitori non preferiscano le più tranquille e igienizzate piscine, sulla spiaggia! In mare è ormai rarissimo vedere persone che nuotano, per non dire poi di quelli che remano o veleggiano. E’ vero che ci sono delle straordinarie eccezioni, su cui riflettere anche per futuri utilizzi. Quindi oggi la stragrande maggioranza delle spiagge è ascrivibile agli spazi urbani, con qualche residuale microambiente naturale, da tutelare con la massima attenzione.

Se si allarga l'orizzonte temporale si scopre che “l'invenzione del mare”, riprendendo il titolo di un libro di successo dello storico francese Alain Corbin, è relativamente recente ed è da far risalire al periodo che va dal 1750 al 1840. In meno di un secolo le spiagge diventarono in tanti paesi europei i luoghi prediletti del loisir, con tutto quello che ne conseguirà, a cominciare dalla massiccia urbanizzazione. Se in Inghilterra nel 1841 la ferrovia trasformerà Brighton in una località balneare di massa, in Italia solo venti anni dopo sarà sempre la ferrovia a giocare un ruolo chiave nel successo turistico di Rimini, che aveva inaugurato il primo Stabilimento dei Bagni nel 1843. Allora la nascente attività aveva uno stretto rapporto con le comunità dei pescatori, almeno con quelli costieri che proprio sulla spiaggia rimessavano le loro piccole barche, nonché le attrezzature. Altrettanto significativa, almeno fino agli anni Sessanta del Novecento, erano le pratiche marinaresche, a cominciare dal nuoto, dal remo, con l'affermarsi del moscone, dalla vela, con cui i pescatori proponevano uscite prima con lance e battane usate per la pesca e poi con i cutter, barche appositamente costruite a partire dalla seconda metà degli anni Cinquanta. La riva del mare, a differenza di oggi, era un lunghissimo rimessaggio, ad uso turistico con una valenza comunque anche marinaresca.  Fotografie, cartoline, filmati d’epoca ci mostrano, in Romagna come in Catalogna e in tante altre regioni mediterranee, una vitalità acquatica, oggi inimmaginabile, anche a causa di divieti nautici di ogni sorta. La spiaggia oggi non è più il naturale punto di partenza per chi vuole conoscere il mare, per chi vuole fare esperienza di nuoto, remo e vela. La spiaggia è il luogo dei cultori del wellness e non di chi vuole vivere il mare.


Per fortuna, c’è qualche eccezione perché c’è qualche porto-spiaggia, dove sopravvive un diporto poplare, ci sono i pescatori ricreativi e i surfisti, quelli da onda, da remo, da vela, da aquilone o, per usare un linguaggio contemporaneo c’è chi fa surf, SUP, windsurf e kytesurf. Pratiche antiche o moderne che rappresentano un patrimonio importante e appassionate, da cui partire anche per innestare curiosità storiche e culturali. Perché la cultura del mare non rimanga ad esclusivo appannaggio di un numero ristrettissimo di studiosi, la spiaggia come luogo delle pratiche marinaresche deve tornare ad essere centrale. Liberare qualche spiaggia da lettini e ombrelloni, per fare posto a derive e mosconi; liberare qualche spiaggia da cabine e ristoranti per, fare posto a rimessaggi e laboratori, entrambi necessarie propaggini di dinamici “musei  liquidi”, capaci di far riscoprire ai cittadini le gioie che regala il nuoto, il remo e la vela, oltre alla storia e alla cultura di chi il Mediterraneo lo ha vissuto e attraversato, per necessità o per lavoro. Spiagge quindi non solo ad uso balneare, ma anche come spazi pubblici per una viva rinascita di una mediterraneità culturale e marinaresca. Certi che le piazze pubbliche, anche di sabbia, sono volani culturali ed economici.





mercoledì 16 gennaio 2013

Il nostro mare quotidiano


Tre idee per la cultura del mare e, di conseguenza, per il diporto

Sulle pagine del popolare mensile nautico Bolina di Dicembre 2012, il direttore Alberto Casti ha pubblicato dieci idee per uscire dalla crisi del settore. Crisi manifestatasi in tutta la sua gravità all'ultimo Salone Nautico di Genova, “la più desolante nella storia dell'importante kermesse nazionale dedicata alla nautica”. Proposte riguardanti le tariffe portuali, le concessioni demaniali, il recupero delle strutture dismesse, gli scivoli d'alaggio, i posti per le barche in transito, i controlli, i certificati, le tasse e le assicurazioni. Proposte che ho letto con grande attenzione e che condivido.
Prendendo spunto da questa riflessione, ho scritto una lettera che la stessa rivista ha pubblicato nel numero di Gennaio 2013, condividendo e sottoscrivendo le mie tre semplici idee, che qui rilancio.

Circa la crisi del settore nautico, vorrei evidenziare che nessuna scelta amministrativa, per quanto oculata, potrà sortire effetti positivi di lunga durata senza un ancor più urgente investimento per la cultura del mare, da sempre misconosciuta in Italia. Un investimento, ancor prima che economico, di tipo politico e civile. Un investimento che riguarda innanzitutto ognuno di noi. Sì, ognuno di noi diportisti, ognuno dei nostri circoli e delle nostre associazioni. Credo infatti che se anche qualcuna delle nostre richieste verrà accettata, non cambierà sostanzialmente l’atteggiamento antimarinaresco del Paese. Per ribaltare invece questa situazione dovremmo provare a renderci credibili e non corporativi, impegnandoci concretamente per diffondere la nostra passione a un pubblico più ampio e, soprattutto, più giovane. Senza dimenticare che il mare è il più esteso bene comune d’Italia.
Come? Non demandando ad altri il compito ma, impegnandoci fin da subito personalmente e all'interno dei circoli.
Per non fare di questa lettera un’astratta, seppur sentita, dichiarazione d'intenti, provo a elencare tre idee concrete:
  1. spalancare i cancelli dei circoli e delle darsene, per permettere a tutti, e soprattutto ai più giovani, di avvicinarsi alle barche e alla navigazione (io ritengo per altro che le piazze, come le banchine portuali, sono più sicure quando vengono frequentate, anziché recintate);
  2. iscrivere gratuitamente i ragazzi ai circoli e investire nelle scuole di vela e di remo, non solo con finalità sportive, prevedendo l'acquisto di derive, canoe, windsurf, ecc. da mettere a disposizione sempre gratuitamente per i più giovani;
  3. realizzare in ogni circolo una festa annuale del mare, magari in tutta Italia in concomitanza con la Giornata Europea del Mare (fine maggio); qualcosa che assomigli alle “notti bianche” della cultura, un “giorno blu” in cui le sedi dei circoli e le barche dei soci si aprono al pubblico, prevedendo uscite in mare e iniziative dedicate alla cultura marinaresca.
Potrei allungare l'elenco, declinandolo alle istanze della piccola nautica, ma voglio limitarmi a queste tre azioni che non richiederebbero particolari risorse, se non la volontà di ognuno di noi di dedicare qualche ora di tempo con la propria barca e una percentuale irrisoria della quota d'iscrizione annuale al circolo, alla diffusione della cultura del mare. Azioni che non sarebbero solo un importante atto d'altruismo, ma che permetterebbero di dare più forza alle nostre sacrosante richieste di andar tranquillamente per mare.
Buon vento, libertario.

lunedì 17 ottobre 2011

Il nostro mare quotidiano

Quando nel marzo 2006 incominciai a lavorare a questo progetto, l'economia sembrava aver ritrovato il suo passo migliore, dopo la battuta d'arresto del 2001. Crescita infinita ed euforia finanziaria erano paradigmi imprescindibili per qualsiasi azione politica. In quella temperie consumistica l'idea dei beni comuni sembrava definitivamente tramontata nell'orizzonte occidentale. Anche la proprietà statale, che è cosa diversa dai beni comuni, scontava l'assedio feroce di quella privata. Una situazione, insieme economica e psicologica, che rendeva il mare e le rive paesaggi ad elevato rischio d'appropriazione indebita.
Lungo le coste mediterranee la pressione antropica, dopo aver sconvolto gli equilibri ambientali, manifestava e manifesta con determinazione la volontà di ridurre il libero accesso di tutti, a vantaggio di pochi. Spiagge, falesie e banchine venivano e vengono continuamente recintate, con il beneplacito o il silenzio-assenso delle istituzioni.
Poi, in conseguenza al crollo economico-finanziario del 2008, improvvisamente almeno nel dibattito pubblico hanno riguadagnato importanza idee eretiche, quali appunto quella dei beni comuni o della decrescita. Volendo elencare solo alcuni degli avvenimenti essenziali, diversi per approccio e filosofia, di questa lenta ma necessaria evoluzione culturale, basterà ricordare l'enciclica del giugno 2009“Caritas in veritate” di Benedetto XVI, il Premio Nobel dato nell'ottobre del 2009 all'economista dei commons Elinor Ostrom, o la recentissima rivolta planetaria degli indignados. In Italia, fondamentale è stata la battaglia vinta sull'acqua come bene comune, nel referendum del giugno scorso. Numerosissimi gli articoli e libri dedicati all'argomento, tra cui la recensione di Roberto Esposito su La Repubblica di venerdì 14 ottobre 2011, a “Beni comuni. Un manifesto” di Ugo Mattei, appena pubblicato da Laterza.
Un'analisi lucida, argomentata e condivisibile, in cui però evidenzio ancora una volta il mancato inserimento del mare tra i beni comuni, status giustamente riconosciuto a boschi e torrenti, per rimanere nel campo ambientale. Eppure insisto sul fatto che in una Penisola con ottomila chilometri di costa il bene comune per eccellenza è il mare, quello che ostinatamente chiamo il nostro mare quotidiano. Una grande foresta blu che sfiora le nostre città o, per meglio dire, la smisurata periferia costiera sorta negli ultimi cinquant'anni. Un orizzonte condiviso da milioni di italiani, che rende ancora più incredibile ed emblematica la svista, anche da parte di intellettuali che da decenni si battono per ridefinire e rivendicare i beni comuni.
Come è possibile che quell'infinito acqueo non lo si riesca a vedere? Come è possibile negare il libero accesso o addirittura l'affaccio alle coste?
Io al contrario credo che queste sciupate rive urbane possano essere riqualificate, anche sociologicamente ed economicamente, in maniera durevole, non effimera, solo se si riuscirà a correggere questa pericolosa miopia, ripensando il mare come valore condiviso e indivisibile. Il mare deve al più presto entrare nel novero dei beni comuni, terzo imprescindibile vertice di un triangolo costituzionale che non può delinearsi esclusivamente su beni privati e, in minima parte, pubblici. E' questo il disegno proposto da Roberto Esposito per “la trasformazione di un mondo che appare sempre meno nostro”, di un mare che è sempre meno nostro.

lunedì 27 giugno 2011

Il nostro mare quotidiano



“Spiaggia libera per noi”, cantava Sergio Endrigo nel 1986. Spiaggia libera per noi! continuiamo a chiedere ancora oggi. A gran voce lo si farà domenica 2 luglio a Lido di Ostia (Roma), nella manifestazione organizzata dal comitato “Spiaggia bene comune”.
In una intervista Sergio Endrigo riassumeva con queste poche ma incisive parole la libertà offerta da mari esotici, brasiliani o cubani che fossero: “Il mare è di tutti e per fare il bagno non si paga ...”. La stessa libertà l'hanno cantata decenni prima, in altra forma e luoghi, Albert Camus e Mario Tobino. Dei bagni nel porto di Algeri, negli anni Trenta del Novecento, ci ha lasciato uno struggente ricordo lo scrittore francese. In quella città non si diceva “fare un bagno ma offrirsi un bagno”, perché il piacere delle acque era uno dei pochi, ma grandi, tesori che ogni uomo aveva a disposizione, al di là del suo stato economico. Alla stessa gioiosa libertà che il bagno di mare può offrire, è ascrivibile il ricordo di Mario Tobino, un autore attento allo stesso modo ad indagare le menti umane e le rive marine. La festosa esperienza del tuffarsi dal molo, alla ricerca del soldino lanciato in acqua dai signori, era uno degli episodi che più sintetizzavano la libertà dei bambini di Viareggio, nella prima metà del secolo scorso. Lì e ad Algeri, come in tutti i porti del Mediterraneo, le acque accoglievano i propri figli, poveri, ma con la possibilità di trovare in quel mare sotto casa, gioie e spensieratezze ai nostri ricchi figli spesso sconosciute. Credo invece che l’euforia acquatica, che ancora oggi vivono sui moli i bambini di Lampedusa come quelli di Lipari, debba essere restituita a tutti i figli delle piccole e grandi città di mare.
Oggi, sotto il Sole del Mediterraneo, le città non sempre consentono un rapporto diretto con il mare. S’è perso “quel dialogo della pietra e della carne nella misura del Sole e delle stagioni”, che per secoli ha arricchito i centri urbani affacciati sull’acqua. E dove meglio che nelle spiagge libere limitrofe alle nostre città possiamo rivitalizzare quell'imprescindibile dialogo con il mare, con le acque e il sole, con le onde e il vento?
Perciò come un augurale invito riascoltiamo e cantiamo insieme a Sergio Endrigo: “Spiaggia libera per noi / Che veniamo dall’interno / Dalle montagne e dai campi di granturco / Dalle città, dai grattacieli / Spiaggia libera per noi / Che veniamo dall’inferno / Spiaggia libera per noi”. Faremo risuonare le note e il ritornello di questa canzone, un vero e proprio inno all'idea di spiaggia come bene comune. E, “Ringrazieremo il cielo / Che ci dà l’amore / E ancora un batticuore / Per il tuo corpo nudo / Che si muove al vento / Come un girasole / Spiaggia libera / Libera per noi”.
Spiaggia libera, mare libero; libero per noi e per i nostri figli.

mercoledì 15 giugno 2011

Il nostro mare quotidiano

E' di queste ore la notizia che nel passaggio alla Camera, il Governo ha eliminato dal “decreto sviluppo”, la norma sui diritti di superficie delle spiagge, che in un primo momento dovevano essere di 90 anni, poi ridotti a 20. In entrambi i casi una sciagura per chi crede che il mare e le sue rive siano un bene comune, quindi inalienabile, neanche in forma indiretta.
Sarà una concomitanza casuale, ma ciò non toglie che la (speriamo) positiva decisione, la si relazioni alla vittoria dei due SI' al referendum sull'acqua. Di quanto questi fossero strettamente legati alle idee, e alle conseguenti politiche, riguardanti i beni comuni, e le coste in particolare per un paese come l'Italia, avevo già scritto nell'aprile scorso, quando ancora nulla faceva presagire questo “salto di vento”. Senza enfatizzare troppo il risultato referendario, ma fieri per l'obiettivo raggiunto, mi permetto di rilanciare un monito di Franco Cassano, da decenni illuminato difensore dei beni comuni. “Laddove il bene comune non interessa più i singoli, il suo curatore è un despota che non viene più controllato”. In queste prime settimane di stagione balneare, l'invito è quindi quello di interessarsi di quel bene comune chiamato mare. Il meraviglioso Mediterraneo che circonda la Penisola, regalandoci aria salmastra da respirare, acqua salata in cui nuotare, rive libere lungo cui passeggiare o incontrare l'Homo civicus, colui che vuole ritrovare “la comunità senza perdere la libertà”.

sabato 14 maggio 2011

Il nostro mare quotidiano

Lunedì 23 maggio 2011
"Il nostro mare quotidiano"
ritorna in edicola nell'inserto Aria del Corriere Romagna

Il cammino è la prima forma di viaggio dell'uomo. Il bambino che si alza in piedi e cammina, non solo va più lontano e veloce, non solo libera le mani, ma allarga anche il suo orizzonte, visuale e mentale. Ognuno di noi ha vissuto quest'esperienza, di cui ha memoria inconscia, a cui deve qualche volta ripensare. A maggior ragione in tempi come questi, in cui qualcuno vuole privatizzare le spiagge, sotto forma un “diritto di superficie avente durata di novanta anni”. Dobbiamo rimetterci in cammino lungo le rive, riscoprendo la spiaggia, il bene comune per eccellenza di una Penisola.
La pretesa di percorrere liberamente le rive del mare non ha solo una valenza ludica personale, di per sé comunque sufficiente. Significa interessarsi all’evoluzione continua degli spazi quotidiani, al rapporto odierno dei luoghi con il mare, al riflettersi di questo tratto forte di natura sui muri delle nostre città. Abitare significa condividere gli spazi, ed essere insieme partecipi delle trasformazioni.
...

venerdì 6 maggio 2011

Il nostro mare quotidiano


Sette giorni fa scrivevo che con una vittoria dei SI' ai referendum sull'acqua pubblica si contribuirà anche a rafforzare l'idea che il mare, le spiagge, le rive sono beni comuni. Con un tempismo inimmaginabile, anche ai più foschi profeti della privatizzazione, ieri il Governo ha anticipato che si procederà alla (s)vendita delle spiagge. Precisamente, all'articolo tre del Decreto Legge sullo Sviluppo, approvato ieri dal Consiglio dei Ministri, si legge: “Per incrementare l’efficienza del sistema turistico italiano, riqualificando e rilanciando l’offerta turistica, fermo restando, in assoluto, il diritto libero e gratuito di accesso e fruizione della battigia, anche ai fini di balneazione, è introdotto un diritto di superficie avente durata di novanta anni”.
Che cosa significa questo concretamente per gli italiani ce lo hanno spiegato subito tanti quotidiani, la maggior parte concordi nell'evidenziare che i privilegi concessi a pochi, andranno a discapito di molti. Nessun diritto sui beni comuni può essere alienato per un tempo così lungo, a maggior ragione per uno spazio mobile per definizione come le spiagge. Mobili da un punto di vista ambientale, in relazione ai normali fenomeni di avanzamento o regressione, e in egual misura economico e sociale. Si pensi solo a come è cambiato il loro uso nell'ultimo secolo, e di conseguenza il loro valore. Nessuno avrebbe mai immaginato che quei “relitti del mare” diventassero, nel volgere di pochi decenni, i più fruttuosi “stabilimenti” italiani.
Tornando al testo del decreto, lo stesso inciso “fermo restando ...”, rende ancora più inquietante il rischio del venir meno del diritto a poter accedere alle rive, di “offrirsi un bagno”, utilizzando le parole di Albert Camus. Noi quel bagno nelle acque delle nostre città non solo vogliano continuare a farlo, ma pretendiamo anche che nessuno imponga limiti di tempi e modi al nostro libero passeggiare, giocare, restare, lungo le spiagge.
Ancora una volta si cercano di legittimare i peggiori vizi italiani, nello specifico quello di appropriarsi indebitamente del primo bene comune ambientale di una Penisola. Cicerone, in una delle sue difese, si chiedeva: “Cosa vi è di così comune come il mare per coloro che navigano e le coste per quelli che vi vengono gettati dai flutti?”. Oggi siamo noi quelli gettati dai flutti, coloro che continueranno a battersi per la gratuità del mare e delle sue rive.

venerdì 24 settembre 2010

Il nostro mare quotidiano

Spiagge libere! scrivevo nel luglio scorso, auspicando anche la nascita di una rete nazionale per rivendicare il diritto di libero accesso al mare. Con grande soddisfazione inserisco quindi il collegamento al comitato “Spiaggia bene comune”, per la tutela “del litorale del XIII Municipio di Roma”, molto ben organizzato anche per quanto riguarda la comunicazione e l'informazione sul web. Un comitato che si va ad aggiungere agli altri che con tenacia lavorano da anni in Italia, dove la privatizzazione delle spiagge continua nella sua implacabile marcia, a dispetto di tutte le riflessioni critiche in atto sui beni comuni. Perciò insisto sulla necessità che le singole istanze locali riescano a coordinasi per dar forza all'idea che il mare e le sue rive, in un paese immerso nel Mediterraneo, sia il primo dei beni/spazi comuni.
A riguardo di spazi, intesi come beni comuni, è di oggi un lungo articolo di Marc Augé sulla prima pagina di Repubblica. Uno scritto in cui l'antropologo francese riflette, a partire dalla sua personale esperienza, sull'importanza dei parchi pubblici nelle città. Scrive Augé: “Va bene creare stadi, piscine, luoghi strutturati per la formazione di «corpi efficacemente disciplinati», ma è bene anche lasciare che si crei qualche luogo di libera espressione di sé e di confronto con gli altri in spazi che permettono tutto senza imporre nulla”. Una descrizione, quest'ultima, che restituisce perfettamente la fondamentale importanza anche educativa delle spiagge, di quelle libere ovviamente. Le spiagge libere sono infatti, a partire dall'esperienza di chi vive sul mare, “spazi che permettono tutto senza imporre nulla”, che consentono di passeggiare o abbronzarsi, di leggere o guardare l'orizzonte, di giocare o scoprire la natura, a due passi dalle nostre case, in tutte le stagioni dell'anno. Già perché, che ci piaccia o meno, le coste italiane sono ormai un'unica infinita riva urbana, di cui le spiagge devono essere il naturale spazio pubblico di libero e gratuito accesso.

mercoledì 14 luglio 2010

Biblioteca di mare e di costa


“Tutte le tempestose passioni dell'umanità, ... sono trascorse come immagini riflesse in uno specchio, senza lasciare traccia sul misterioso volto del mare.”
Joseph Conrad



La recente gravissima crisi economica, che alcuni non temono di ricondurre a un'ennesima perversa strategia di speculazione finanziaria, ha amplificato esponenzialmente il novero delle questioni riguardanti i beni comuni: l'acqua e l'aria, le terre demaniali e le foreste, l'energia e la comunicazione, la conoscenza e l'educazione, la sanità e la previdenza. A questi si va ad aggiungere il più esteso dei beni comuni italiani: il mare. Va infatti ricordato che limitandosi esclusivamente alle acque territoriali (dodici miglia dalla costa - linea di base-), considerando i circa 7.500 chilometri costieri, il mare italiano si estende per circa 162.000 chilometri quadrati, una superficie simile a tutto il nord Italia e buona parte delle centro.
In questa temperie economica e mediatica, per chi cerca di difendere i beni comuni, proprio a partire dal mare, vengono in aiuto le idee di Bruno Amoroso, raccolte nel libro “Per il bene comune. Dallo stato del benessere alla società del benessere” (Diabasis, Reggio Emilia, pp. 153; € 12,50). Allievo e amico di Federico Caffé, è docente emerito in Economia internazionale all'Università di Roskilde in Danimarca. Dall'esperienza di studio e di vita nei Paesi scandinavi, parte la sua rapida e interessante analisi del welfare e delle politiche economiche degli ultimi cento anni. Un libro comunque agile, forse un po' frammentario almeno per un lettore comune, che ha il pregio di aprire prospettive inusuali, di stimolare la riflessione su concetti che anche a sinistra vengono spesso utilizzati come slogan privi di reale consapevolezza culturale e di conseguenti scelte politiche. Così Amoroso delinea la necessità di dibattere non solo l'uscita da questa feroce economia predatoria che ha preso il nome di globalizzazione, ma anche dalle risposte dei centri finanziari, dei governi e dell'Unione Europea, che non prendono minimamente in considerazioni le idee di decrescita (Serge Latouche) e sobrietà (Francesco Gesualdi). Riprendendo e articolando il pensiero e la prassi di altri economisti Amoroso evidenzia la necessità del superamento del liberismo, dell'abbandono definitivo del consumismo come barbarie culturale, ossia di aggiornare pensieri economici rimasti minoritari, ma al contrario imprescindibili per uscire dalle “lande della crescita e del consumismo”. Senza limitarsi alla “descrizione delle miserie dell'esistente”, ma per reagire a questo stato di fatto l'autore propone anche una breve ma efficace esplorazione delle “ragioni dell'ottimismo e le prospettive possibili”. Queste forze vengono spesso frettolosamente e colpevolmente liquidati come fenomeni di allarmismo e terrorismo, come inutili utopie o incosistenti esperienze. Bruno Amoroso invece le rivaluta, convinto della improrogabile sfida che attende la sinistra, quella di dare spazio alle spinte positive delle comunità, attuando quel passaggio concettuale e operativo riassunto nel sottotitolo del libro: “dallo stato del benessere alla società del benessere”. Grazie a studi di questo tipo, le argomentazioni per rivendicare il mare come bene comune si rafforzano, dando sostanza teorica al nostro slancio affettivo.

lunedì 5 luglio 2010

Il nostro mare quotidiano

Spiagge libere!
E' il grido che si leva sempre più forte lungo gli ottomila chilometri di coste italiane. E' di questi giorni il riaccendersi della protesta per le spiagge libere a Rimini, nella più popolare delle riviere. Se lungo le coste romagnole, come per altro documentato anche nel recente servizio giornalistico di Report, l'accesso agli stabilimenti balneari è libero e infinitamente meno commercialmente militarizzato che in lunghi tratti del litorale laziale o ligure, va però ricordato che a Rimini solo il 7% delle spiagge sono libere. La cosa è doppiamente inaccetabile se si considera che già da dieci anni la Regione Emilia-Romagna ha stabilito per legge che “sulle aree già destinate a spiaggia libera dagli strumenti urbanistici vigenti, non possono essere rilasciate concessioni che riducano il fronte a mare di dette aree al di sotto del 20 per cento
dell'estensione del litorale comunale destinato a stabilimenti balneari. Qualora detta percentuale sia già stata
superata non possono comunque essere rilasciate concessioni” (LR 9/2002). Senza dimenticare poi che le fortune balneari di Rimini si sono costruite su un'idea di vacanza popolare, di cui andrebbero oggi aggiornati contenuti e proposte, anche ascoltando voci critiche come quelle che salgono da tutte quelle associazioni che credono/praticano il confronto e la progettualità politica sui beni comuni. In Romagna, Abruzzo, Puglia, Liguria e in tante altre regioni i comitati continuano a battersi per la difesa di questo fondamentale bene comune, promuovendo una serie di manifestazioni popolari, nella più comprensiva e costruttiva delle accezioni, e amplificando le proprie ragioni attraverso il web. E proprio lungo i fili elettronici sarebbe auspicabile che si riuscisse a costruire una rete simile a quella che rivendica l'acqua potabile come bene comune. Un'articolata e coordinata serie di presidi, capaci di trasferire sul piano nazionale una istanza di libertà imprenscindibile per un Penisola, dove nel bene e nel male le rive sono diventate un affollatissimo spazio urbano. Quella italiana è oggi una “riva urbana”, in cui c'è gente che chiede spiagge, banchine portuali e acque libere dalle frenesie consumistiche nelle infinite declinazioni balneari ossia libere da inquinamenti di ogni tipo.

mercoledì 26 maggio 2010

Il nostro mare quotidiano

Nuvole nerissime, sull'orizzonte del mare come bene comune, si addensano in questi ultimi giorni di maggio. Dal centro del Mediterraneo, si è mossa l'onda federalista italiana, abbattutasi innanzitutto sul demanio marittimo, con conseguenze difficilmente prevedibili. E' forse inutile dire che i timori superano le attese, visti i modi mercantili con cui in questi anni si sono affrontati questi temi. Da nord invece continua a scendere il vento liberista europeo che vuole eliminare la “modalità parentale” tutta italiana delle concessioni demaniali. In questa temperie normativa, dai controversi risvolti regionali, nazionali e comunitari, le uniche voci che i media amplificano sono quelle degli operatori economici, alias bagnini, chioschisti, ecc. che chiedono la vendita (svendita?) del più fruttuoso (per loro) dei beni pubblici italiani: la spiaggia. Sulle limitazioni nostrane del libero accesso alle rive si è occupato recentemente anche la trasmissione televisiva Report con “Di pubblico demanio” di Emilio Casalini.
Ma la gravità della situazione la sperimentiamo ogni giorno da anni, su entrambi i versanti della Penisola, isole piccole e grandi comprese. E dire che già Cicerone affermava: “cosa vi è di così comune come il mare per coloro che navigano e le coste per quelli che vi vengono gettati dai flutti?”.
Proprio prendendo spunto dai più recenti fatti di cronaca e, parafrasando queste antiche parole, ci sentiamo naufraghi di un mare perduto, capaci però ancora di urlare la pretesa di avere acque limpide dove immergerci, spiagge libere dove distenderci o passeggiare, banchine accessibili dove affacciarci per respirare l’aria del mare e ammirare i crepuscoli, baie protette dai venti e dai consumi dove calare l'ancora. Richieste improrogabili, parte di quella più generale battaglia civile volta a rivendicare i beni comuni.

sabato 15 maggio 2010

Il nostro mare quotidiano

La stagione balneare è alle porte e, come ogni anno, aumenta la spinta a privatizzare le coste. La riscoperta estiva, consumistica e mediatica del mare o per meglio dire della spiaggia, è gravida di conseguenze nefaste (sarà un caso che in queste settimane le spiagge riordinate e preparate con i paletti per gli ombrelloni assomiglino tanto a campi cimiteriali?) per chi le rive le frequenta tutto l'anno, immerse nelle silenziose atmosfere autunnali, battute dalle gelide tramontane d'inverno, stemperate dal respiro africano dello scirocco, come in questa meravigliosa, bizzarra, primavera.
Perciò tutti quelli che non riducono il mare a consumo, devono reclamare, difendere, praticare il mare come bene comune. Non uno qualsiasi, ma il primo bene comune di una Penisola, una quasi isola, una pāene īnsula di cui le acque salate sono vitale liquido amniotico che insieme aggrazia, protegge, alimenta. Un'urgenza originaria, nel senso più intimo come in quello più condiviso, che ci fa ripercorrere rotte battute da altri e ne apre di nuove. Una rotta iniziatica verso solitarie veleggiate, lunghe passeggiate, rinfrancanti nuotate; esperienze capaci di ridestare un’appartenenza mediterranea che si nutre di racconti e romanzi, di cultura materiale e scientifica. Un invito a sperimentare il proprio personale modo di guardare, ascoltare, assaporare e annusare, di immergersi nel mare vicino, in quello prossimo alle nostre case. Sì, proprio in quello che bagna le nostre città, perché non possiamo rinunciare a un mare in cui immergerci quotidianamente. Certi che le singole rivendicazioni di gratuità, come tante piccole onde che sovrapponendosi prendono forza, si trasformino in una insopprimibile necessità collettiva di riappropriarsi del Mediterraneo. Aspettative eccessive, forse un abbaglio. Ma è risaputo che l’orizzonte marino stimola la fantasia, così come l'audacia. Un desiderio intenso, capace di far riaffiorare dalle secche della virtualità contemporanea, le infinite, reali, ricchezze del mare. Se, come ci ha insegnato Predrag Matvejević, sul Mediterraneo è stata concepita, nell'accezione ideale e materna della parola, l'Europa, credo che proprio lungo le rive di questo mare si possa ri-concepire il significato, i significati molteplici e sinergici, di bene comune, facendone una qualità fondante dell'Unione. Il paesaggio europeo e italiano in particolare non può trasformarsi in valore condiviso e perseguito senza una rivalutazione del mare, inteso innanzitutto come bene comune.