Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori
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mercoledì 26 settembre 2012

Biblioteca di mare e di costa


"Tutte le tempestose passioni dell'umanità, ... sono trascorse come immagini riflesse in uno specchio, senza lasciare traccia sul misterioso volto del mare”
Joseph Conrad



“C'è un rapporto molto particolare fra gli uomini e i cetacei. L'essere umano prova infatti verso delfini e balene una vasta gamma di sentimenti”, spesso antitetici. Da questa prima considerazione prende le mosse il nuovo lavoro di Marco Affronte, “Jack il delfino e altre storie di mare”, appena pubblicato (De Vecchi-Giunti, Firenze; pp 256, € 11,90).
Senza remore, e mai parola sembra essere più calzante, diciamo subito che una certa distanza di vedute ci separa dall'autore. Diverso è il modo di guardare a questi animali, come, più in generale, differente è la concezione del rapporto uomo-natura e soprattutto in passato differente era il giudizio sui delfinari, da qualche anno al centro di un acceso dibattito, popolare e scientifico. Diciamo subito quindi che ci sembra eccessiva l'enfasi posta sui pericoli connessi con “lo strano, esagerato, inusuale rapporto fra esseri umani e cetacei”. Un rapporto che, volenti o nolenti, riflette la continua evoluzione culturale dell'uomo, nello specifico nelle sue relazioni con il mondo animale. Leggendo il libro infatti non si può non pensare al plurimillenario legame tra uomini e animali: da lavoro, da macello, da guardia, da compagnia. Quanto difficili o contraddittori, feroci o amorevoli, saranno state e sono ancora le relazioni con cavalli, asini, buoi, mucche, maiali, galline, cani, gatti, canarini e mille altre specie, per altro diverse nelle varie parti del mondo? Ed è forse questa mancata riflessione di contesto un limite di questo libro.
Ciò non toglie che indubbiamente la ricerca portata avanti da Affronte in questi anni permette di riflettere su alcune evidenti storture nelle relazioni tra uomini e cetacei. Undici storie, da quella vicina nel tempo e nello spazio di Andrea, il tursiope che giocava con bagnati e sub di fronte a Rimini nelle estati del 2008 e 2009,  fino ad altre ben più lontane in tutti i sensi. Come la leggenda di Pelorus Jack un grampo che diede spettacolo per diversi anni, agli inizi del Novecento, nelle acque neozelandesi o l'odissea di Free Willy, un'orca che dopo essere stata una star cinematografica venne  portata da una parte all'altra del Globo, con un enorme dispendio di mezzi e denari. Le incredibili vicende di quest'orca “da storia della nascita di un simbolo diventa cronaca di un delirio”, che vede l'uomo all'opera prima nell'addestramento del grande cetaceo, poi nel de-addestramento per un idealizzato suo ritorno alla natura.
Sempre adriatica è la storia di Filippo tursiope che dal 1997 al 2004 è vissuto nel Golfo di Manfredonia. Una vicenda conclusasi tragicamente con la morte del delfino a causa di un ordigno artigianale utilizzato illegalmente, in modo delinquenziale, per la pesca. Ma la storia di Filippo, come quelle recenti di tanti altri cetacei in ogni angolo della Terra, è esemplificativa anche della potenza, spesso mortale, dei media, che trasformano questi animali in veri e propri fenomeni da baraccone, con tutte le conseguenze del caso.
Questo di Affronte è un libro molto anglosassone nell’approccio globale alla problematica ma capace anche di riflettere la smisurata, encomiabile, passione di un naturalista che, pur vivendo tutte le difficoltà che da anni attraversa la ricerca in Italia, continua a lavorare e contestualmente a raccontare al grande pubblico le straordinarie storie dei cetacei.

L'articolo completo è stato pubblicato lunedì 24 settembre sul Corriere Romagna e può essere letto
http://www.corriereromagna.it/aria-di-mare/2012-09-24/uomini-e-delfini-la-storia-infinita

mercoledì 24 agosto 2011

Il nostro mare quotidiano

Estate di sangue, anche in mare! centinaia gli incidenti, alcuni mortali, da nord a sud, dal Ligure all'Adriatico. Come accade ormai da qualche anno le cronache estive raccontano il sovraffollamento delle spiagge e quello assai più pericoloso delle acque. Pericoloso perché le rotte e le baie sono spesso alla moda e quindi ancor più frequentate, ma soprattutto perché, a dispetto dello slogan mussoliniano, non siamo un popolo di santi, né tanto meno di navigatori. I racconti di queste settimane e le esperienze vissute in mare, insegnano che principalmente i motonauti festivi sono spesso, troppo spesso, poco civili e marinareschi. Qualcuno obietterà che non è il caso di generalizzare, né sull'inciviltà di chi utilizza barche a motore, né sull'esclusione dei velisti da questo giudizio negativo. Ma i fatti e i dati, riportati in questi giorni sui quotidiani, dimostrano inequivocabilmente che gli italiani preferiscono il motore alla vela, in un inquietante rapporto di otto a due. Ciò significa che anche in tempi di crisi, di ambientalismo e vita sana (almeno di facciata), solo due italiani su dieci vanno a vela e, ancora meno, a remi. Non c'è caro benzina o ecologismo che tenga, chi sale in barca preferisce girare la chiavetta dell'accensione e ingranare che non alzare una vela e cazzare. Del resto il solo colpo d'occhio in qualsiasi porto o rimessaggio ci dice subito che motoscafi e gommoni, piccoli e grandi, sono quantitativamente di gran lunga la maggioranza.
Se a questa oggettiva predilezione per vizi e virtù motoristiche, aggiungiamo una diffusa ignoranza delle regole della sicurezza in mare, è facile capire i tragici epiloghi estivi. Neanche le più elementari regole di navigazione vengono rispettate: nel diporto le barche a vela hanno la precedenza su quelle a motore, chi ha la dritta ha la precedenza, tre nodi è la velocità massima nei porti, dieci nodi entro i tre quarti di miglio dalla costa, ecc. Anche perché molti dei marinai della domenica hanno difficoltà a sapere cos'è la dritta, il nodo, il miglio, per non dire poi di luci di via, segnali diurni e notturni. Forse alcuni non sanno neanche distinguere la prua dalla poppa. Diventano perciò poco efficaci le brevi campagne di sensibilizzazione alla sicurezza in mare, gli appelli di comandanti, ammiragli e marinai affermati. La diffusione della cultura marinaresca, requisito teoricamente imprescindibile per una Penisola con ottomila chilometri di costa, richiede ben altro tempo e impegno, attivando la rete di circoli e associazioni, di scuole di ogni genere e grado. Merita comunque di essere rilanciato l'invito di Giovanni Soldini, volto a promuovere l'uso della vela, e aggiungiamo del remo, perché è innegabile che quasi sempre “Chi non usa il motore, conosce meglio il mare”. Ma non solo, chi usa la vela e il remo lascia più facilmente a terra i peggiori vizi di oggi: fretta e arroganza. Senza sottovalutare che, andando in mare per svago, dovremmo cercare un armonico rapporto con la natura, meno consumistico nell'accezione più ampia del termine.
Nel nostro mare quotidiano gli unici rumori sono quelli delle onde e dei venti, quelli delle prue mosse da vele e remi. Acque in cui poter nuotare tranquillamente, in cui poter navigare in armonia con gli elementi naturali, rimanendo incantati dal volo di gabbiani, sterne o berte, dalle evoluzioni dei delfini, dal placido andare delle tartarughe.

domenica 13 giugno 2010

Il nostro mare quotidiano

Chi ha conosciuto il Mediterraneo da bambino, e se ne è per sempre innamorato, ha una sua mappa olfattiva. Una carta in cui linee e punti sono sostituiti da odori e aromi, di acque e sabbie, di pesci e pini, di barche e vele. Odori capaci di resistere alle temperie degli anni, alle trasformazioni dei luoghi.

Per questo mi ha profondamente colpito il titolo del reportage di Maurizio Molinari, pubblicato da La Stampa giovedì scorso, sulla catastrofe ambientale del Golfo del Messico: “L'odore del disastro”.
Ma lo stesso “odore di disastro” l'ho sentito lo stesso giorno, anche in un'altra pagina de La Stampa dedicata alle nuove tendenze crocieristiche. Nell'articolo “Non è una nave per vecchi”, che sintetizza i risultati di un'indagine di mercato di Ca' Foscari Formazione e Ricerca, vengono analizzate le più recenti offerte d'intrattenimento delle enormi navi da crociera. Giganti tecnologici, smisurati Leviatani del XX secolo, assetati proprio di quello stesso petrolio che si è trasformato nell'incubo ecologico del Golfo del Messico. Una marea nera di enormi dimensioni, che potrebbe occupare metà Adriatico, con conseguenze ancor più devastanti.
Ritornando all'odore del disastro culturale riguardante il mare, credo che questo sia grave quanto quello ambientale, non fosse altro perché entrambi strettamente legati al terribile demone chiamato Petrolio. Colui che alimenta le favolose isole naviganti, in cui viene offerto tutto il catalogo consumistico di questi anni: dalla virtualità nelle sue più svariate forme, agli sport di ogni genere, golf incluso. Non è un caso che la parola “mare” non compaia nel lungo articolo, a testimonianza del fatto che ormai la crociera offre di tutto fuorché un qualsiasi rapporto con l'elemento che attraversa. Non ci sono più orizzonti, atmosfere, emozioni legate al mare e all'esperienza della navigazione. Sulla nave tutto ciò che ha valore è legato all'intrattenimento, sostanziando l'idea che del mare rimane solo la funzione difensiva, un aggiornamento in chiave commerciale dell'antico isolamento che questo ambiente ha sempre offerto.
Ecco perché lo stesso “odore del disastro” che si respira in queste settimane sulle spiagge della Louisiana, non ha solo i sentori del petrolio ma anche i dolciastri afrori del più evoluto “crocierismo”, proposto al “giovane, dinamico, viaggiatore e «divoratore» di immagini e destinazioni”.