Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori
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domenica 23 febbraio 2020

Velabondaggi - Arcipelago Nord di Göteborg

Chissà se Bruce #Chatwin ha mai ascoltato uno yoik? il canto tradizionale dei Sami così carico di suggestioni nomadi e di relazioni con i luoghi, con i suoni dell'acqua e del #vento, con gli odori della terra, dei laghi, dei fiumi e del mare. Chissà se ha mai inseguito questo antichissimo popolo nomade dei ghiacci? Per noi velabondi mediterranei accomunabili ai Pelasgi, perché non hanno lasciato tracce delle loro rotte, perché le scie sulla neve sono effimere come quelle sull'acqua. ....
Il racconto del campeggio nautico a #vela nell'Arcipelago Nord di Göteborg su Bolina di febbraio, in edicola
The short story of the dinghy camping in the North Archipelago of Gothenburg on February BOLINA, on newsstands

lunedì 1 luglio 2019

Velabondaggi - Due mari: Ligure e Tosco

Da oggi è edicola il nuovo numero di BOLINA con il mio racconto di un velabondaggio tra due mari, il Ligure e il Tosco, a bordo di una barca straordinaria: il BAT, che compie 130 anni.

Il velabondo per una volta s'imbarca non su una barca da “spelacchiati”, ma sul più piccolo e glorioso yacht italiano: BAT, classe 1889. Una barca straordinaria, non solo per l'età e la fama acquisita, per la signorilità e le regate vinte, per l'essere stata amatissima da Carlo Sciarrelli, ma oggi direi soprattutto perché sovverte il dogma imperante del gigantismo nautico. Infatti la prima cosa che sorprende salendo a bordo è la sua stabilità, paragonabile a quella di una barca lunga non cinque metri e venti, ma almeno il doppio. Un'impressione confermata poi miglio dopo miglio, giorno dopo giorno, notte dopo notte. Perché con BAT non solo si può fare una regata di circolo, ma anche un lunghissimo periplo d'Italia, da Sanremo a Trieste, ....

lunedì 8 aprile 2019

Velabondaggi - Breve storia del campeggio nautico #3

Nel 1946 Roberto Degli Uberti sulle pagine de “Le vie d’Italia”, rivista del Touring Club Italiano, dopo aver raccontato un decennio di piccole e grandi avventure legate al turismo nautico (Bolina, marzo 2019), conclude il lungo articolo, ricco di fotografie e illustrazioni, con l'elenco delle difficoltà e inadeguatezze burocratiche che sono evidentemente un male antico e non risolto, che impedisce lo sviluppo del turismo nautico “sui fiumi e sui laghi del nostro Paese e sul triplice mare che, lungi dal separarla, collega l'Italia col mondo”. Problemi non risolti, malgrado l’accelerazione economica e sociale degli anni Cinquanta. ... Erano anni in cui comunque lo spirito vagabondo, a terra ma anche a mare, era molto più diffuso. Uno spirito che se a terra, con i viaggiatori a piedi e in bici, sta riprendendo grande forza, a mare è diventata una pratica praticamente eretica per pochi, ostinati velabondi.
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di aprile 2019.

mercoledì 6 marzo 2019

Velabondaggi - Breve storia del campeggio nautico #2

Le origini del velabondismo, o campeggio a vela che dir si voglia, sono sicuramente anglosassoni, ma non mancarono anche in Mediterraneo avventurosi pionieri. Del resto questo mare, ricorda Joseph Conrad, “ha dato asilo e protezione all'infanzia dell'arte marinara … la grande leggenda del Mediterraneo, la leggenda del canto tradizionale e della storia solenne, continua a vivere, affascinante e immortale, nelle nostre menti”. Addirittura il padre delle fortune italiche, insieme a tanti altri eroi, l'esule Enea fu a suo modo un velabondo, nell'accezione più ampia di colui che va di spiaggia in spiaggia a vela, dormendo sulla riva....

L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di marzo 2019.

(l'immagine di questo post è tratta dalla rivista "Le Vie d'Italia" del Touring Club Italiano del 1946)

venerdì 7 settembre 2018

Velabondaggi - Breve storia del campeggio nautico #1














Il velabondo pratica una antica forma di viaggio, navigando sulle rotte costiere di Ulisse, Diomede, Giasone e tanti altri mitici marinai. Come loro dorme in spiaggia, all'addiaccio o in tenda, sempre di fianco alla barca. La nostra è una forma di minimalismo velico che offre grandi emozioni, geografiche e storiche, ma soprattutto sensoriali. Solo con una deriva le sensazioni della vela sono pure, scevre da odori e tentazioni di nafta, solo dormendo in riva la relazione con il buio e i crepuscoli, con il murmure e i silenzi, sono sinestetiche. Sappiamo per esperienza che tutto ciò costa fatica, quella del remo quando i venti languono, quella della pioggia quando i cieli oscurano.
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di settembre 2018.

(l'immagine di questo post è tratta da A Thousand Miles in the Rob Roy Canoe, pubblicato nel 1866, di John MacGregor, un pioniere del campeggio nautico)

martedì 3 ottobre 2017

Velabondismo












Un altro viaggio, in deriva; un altro arcipelago, le Sporadi settentrionali.
E' appena uscita in edicola BOLINA di ottobre 2017, con il racconto del mio velabondaggio estivo. Sula canale Youtube della rivista e sulla sua pagina Facebook potete vedere anche un piccolo trailer.

Oggi non esistono più luoghi remoti, ma si possono ancora fare viaggi remoti. Andando a piedi o in bici, vagabondando; oppure a vela, velabondando. Una vela pura, addirittura ascetica, nel significato originario, laico della parola. Ascesi come esercizio; esercizio esclusivo di vento e di mare; esercizio di pazienza, prudenza e, qualche volta, penitenza. Per un'askesis velica alla scoperta delle origini mediterranee, non c'è niente di meglio del mare Egeo o Arcipelago, come lo chiamavano gli antichi.
Sì, ma dove? Sporadi, “Isole meravigliose!” disse Katimbalis a Patrick Leigh Fermor, gran viaggiatore e narratore inglese, innamorato della Grecia. Al Peloponneso, e ad altre “private invasioni della Grecia”, ha dedicato uno dei suoi libri più belli: “Mani”, pubblicato per la prima volta nel 1958, sintesi di numerosi viaggi fatti “in corriera, di lunghi tratti a cavallo, a dorso di mulo, a piedi, su vapori e caicchi interinsulari, e molto di rado, per un paio di settimane sibaritiche, su uno yacht”.
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di ottobre 2017.

giovedì 24 novembre 2016

Velabondismo

Bretagna del sud: Golfe du Morbihan e Golfe du  Quiberon

Randonneer è un verbo francese molto usato, che non ha una precisa traduzione in italiano. Questa osservazione credo sia già un primo indizio per cercare di capire la differente considerazione di cui gode il randonneur Oltralpe, rispetto al Belpaese. Randonneer significa fare randonnée, cioè escursionismo. A piedi, ma anche in tanti altri modi: cycliste, asine, équestre, en kayak, en planche a voile, cioè in windsurf,  o addirittura palmée, cioè con maschera e pinne. Il velabondismo si ascrive quindi al randonnée nautique o, più precisamente, al randonnée en deriveur. Questa cultura del viaggio en plein air può essere quindi un motivo in più per scegliere la Francia come meta di un velabondaggio estivo.
Così è stato per noi. Una volta caricata la deriva sul tetto dell'auto e valicate le Alpi, inevitabilmente abbiamo scelto la Bretagna che nel nostro immaginario è il paradiso della vela in Europa. Bretoni sono alcuni miti, a partire da Le Toumelin e Tabarly; bretoni sono alcune delle più affascinati canzoni e leggende di mare; bretoni sono i porti da cui partono importanti regate oceaniche; bretone è l'ambientazione e l'atmosfera de “La Mer”, libro culto di Jules Michelet. Poi, visto che comunque preferiamo climi temperati, ci siamo diretti verso il Golfe du Morbihan, il più mediterraneo dei luoghi bretoni, e il contiguo Golfe du Quiberon.

Dopo un lungo viaggio, di 1.500 chilometri, arriviamo in un soleggiato giorno d'agosto ad Arzon, sulla penisola di Rhuys che separa a sudovest l'oceano dal golfo di Morbihan, che assomiglia a una grande laguna. Per essere più precisi, le acque di Morbihan sono separate dalle vastità atlantiche da un altro ampio braccio di mare, delimitato da una mezzaluna di terre formata da: presqu'île du Quiberon, Belle-Île-en-Mer e presqu'île du Croisic. Questa grande insenatura atlantica, prende il nome di Golfe du Quiberon, altrettanto attraente. L'orografia, associata agli influssi benefici della Corrente del Golfo, rende il clima di questa zona, malgrado la latitudine settentrionale, abbastanza mite. Antico, ma sempre attuale, è il detto bretone che afferma “qu’il fait toujours beau dans le Golfe”, cioè che è sempre bello nel Golfo.
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Il reportage completo è pubblicato su Bolina di novembre 2016.


martedì 19 luglio 2016

Velabondismo

Tempo d'estate, tempo di velabondismo o campeggio nautico o yachting camping o dinghy cruising. Tante definizioni per un'unica passione: una piccola vela, per un grande orizzonte. La vela è quella di una deriva, l'orizzonte è quello marino, lagunare o lacustre. Tre alternative di cui è ricchissima la nostra amata Penisola.

Ma il campeggio nautico in Italia è praticato pochissimo per diversi motivi. Probabilmente innanzitutto perché manca una vera e propria cultura del mare, per una vela che non sia solo sportiva o per forza fatta con grosse barche. A ciò si aggiunge la privatizzazione delle coste, spesso a fini esclusivamente balneari. Su Bolina di giugno, raccogliendo le sollecitazioni di diversi lettori, ho provato a fare il punto della situazione, con un'idea molto concreta, a costo zero. Di seguito trovate una parte dell'articolo. Buon vento ... ovviamente con barca minima e rotta massima!

Il campeggio nautico è una nobile e nuova forma di nomadismo. Un nomadismo ludico, ma non per questo meno importante per rimetterci in stretto contatto con la natura. Ha comunque oltre un secolo di storia, anche considerando solo il viaggio di John MacGregor, narrato in “Un migliaio di miglia con la canoa Rob Roy”, pubblicato nel 1866. Senza dimenticare che il campeggio nautico è una rinnovata pratica di cabotaggio costiero, di cui l'Odissea è il più antico racconto.
Oggi il campeggio nautico, a vela o a remi, non è solo un'attività per romantici vagabondi o per impenitenti spartani, ma un'occasione concreta per diffondere una cultura marinaresca e per rilanciare una “altra economia” del mare. Così come la deriva non è solo una barca per regatanti, ma un piccolo-grande mezzo di viaggio, lento, faticoso, appassionante ed ecologico, al pari della bicicletta. Purtroppo però in Italia il campeggio nautico è fortemente osteggiato e dei piaceri della deriva, non esclusivamente agonistici, si è quasi persa memoria. Eppure anche in Italia è esistito un tempo in cui non solo le “spiagge erano piene di beccaccini, dinghy e mosconi”, come ci ha ricordato su queste pagine Cino Ricci, ma venivano pubblicati manuali dalle più importanti case editrici a firma di Franco Bechini e Antonio Fulvi. Nel 1972 addirittura il Touring Club Italiano lanciò un concorso con un milione di lire di premio, per una barca ideale per la crociera-campeggio. Certamente lontani sono quegli anni e quello spirito un po' hippy, ma immutate rimangono le potenzialità offerte dalle esperienze di velabondismo o yachting camping o dinghy cruising, come lo chiamano gli anglosassoni. Una deriva ha costi contenuti, di acquisto e gestione; enormi sono invece gli orizzonti acquei da esplorare, considerando anche la facilità con cui si può trasportare con una piccola auto. Perché con una deriva si può bordeggiare in mare e in lago anche a pochi metri dalla riva, senza dimenticare delta e lagune, luoghi meravigliosi e selvaggi. Se poi al piacere della veleggiata si aggiunge anche quello della scoperta a terra e della notte in tenda o all'addiaccio, allora siamo entrati nel meraviglioso mondo del campeggio nautico. Un'esperienza, quella della vita all'aria aperta che è in grande rilancio, a partire dal cicloturismo e dall'escursionismo, e muove anche un'importante “altra economia” turistica.
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Così come nei porti e nei marina ci dovrebbero essere il 10% dei posti riservati al transito, perché non ce ne dovrebbero essere altrettanti nelle centinaia di circoli e cantieri nautici che hanno aree in concessione demaniale lungo le spiagge? Una misura che potrebbe essere discussa prima con tutti i soggetti privati e pubblici coinvolti, per essere poi normata semplicemente all'interno delle ordinanze balneari emanate dalle regioni. Spazi e strutture minime ci sono già, andrebbero solo definite modalità ed eventuali costi, in linea con quelli dei servizi offerti dai campeggi. Per i circoli che aderissero a un progetto di rete sul campeggio nautico, si potrebbero prevedere anche degli sgravi fiscali sui canoni d'affitto delle concessioni demaniali o di altre tasse che comunque gravano sui loro bilanci.
Ma tralasciando possibili e necessari approfondimenti normativi, per iniziare questa prassi virtuosa d'ospitalità, basterebbe che i circoli mettessero volontariamente a disposizione anche solo 4 o 5 posti per derive in transito, con la possibilità di campeggiare in spiaggia e usufruire dei servizi igienici.
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Sempre su BOLINA di giugno 2016 troverete un'ampia panoramica sulle piccole derive che si possono facilmente caricare sul tetto di un'auto.




giovedì 7 aprile 2016

Velabondismo


Laguna di Grado e Marano

Se, come scrive Robert Maynard Pirsig, la montagna fisica è l'allegoria di “quella spirituale che si erge tra ogni anima e la sua meta”, allo stesso modo lo è il mare fisico, anche quello quotidiano. A patto che si sia disposti a vivere, almeno per qualche ora o magari per qualche giorno, in naturale armonia con esso. Un'armonia che non ha bisogno necessariamente dei grandi orizzonti oceanici, che si può sperimentare anche nell'esperienza minimalista del velabondaggio, fatta di piccole e grandi avversità. Avversità che invita ad affrontare il maestro de “Lo Zen e dell'arte della manutenzione della motocicletta”, per non fare come la maggior parte degli uomini che “sta a guardare le montagne spirituali per tutta la vita e non ci si avventura mai, accontentandosi di ascoltare quelli che ci sono stati”. Ma, con riferimento a una vela senza motore, di cosa stiamo parlando? Di attenzione ai venti innanzitutto, con cui dobbiamo trovare un equilibrio di rotte e tempi; di fatica ai remi, con cui occasionalmente supplire alle inevitabili bizzarrie di Eolo. Se poi si aggiungono le dolorose meraviglie delle notti sotto le stelle al fianco della barca e altri piccoli inaspettati grattacapi, ecco riassunte le avversità che chiede di affrontare un mare spirituale. Un mare di cui la laguna è il naturale prodromo, fin dalla notte dei tempi. In passato nelle lagune gli antichi si prepararono al mare; oggi nelle lagune i velabondi ritrovano spazi di inimmaginabile libertà.

Così è nella più settentrionale della lagune adriatiche, quella di Grado e Marano. Innanzitutto cerchiamo di dirimere una questione geografica. Si stratta di una o di due lagune limitrofe? Sui libri e sul web vengono tenute separate da bocca e canale di Porto Buso, che stanno circa nel mezzo di un unico spazio acqueo. Nella esperienza del marinaio è però difficile disgiungerle. Davanti alla nostra prua infatti c'è un unico labirinto terracqueo, separato dal mare da un lungo cordone sabbioso di una trentina di chilometri che va da Lignano a Grado, rispettivamente a ovest e a est, interrotto da quattro bocche maggiori segnalate da briccole. L'abitato di Marano è invece a nord di Lignano, sul margine lagunare interno. I geografi estendono l'ambiente lagunare anche alle aree limitrofe, che stanno tra la foce del Tagliamento a ovest e quella dell'Isonzo a est. Aree però inesplorabili, almeno a vela.
In questa veleggiata eravamo in due su una sola deriva a spigolo di quattro metri, varata nello squero comunale di Grado, da poco rinnovato, ampio e molto funzionale. Giorni di solstizio d'estate, quando la luce la fa da padrona.
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Il reportage completo è pubblicato su Bolina di aprile 2016.

giovedì 2 aprile 2015

Velabondismo

Laguna di Venezia settentrionale

Il velabondismo o campeggio nautico o dinghy cruising che dir si voglia, è una pratica assolutamente minoritaria nel diporto mediterraneo. Va però ricordato che la sua storia è antica, soprattutto in Inghilterra, dove è ancora oggi molto diffuso malgrado acque e venti gelidi. Un capostipite illustre dei diari di viaggio nautici, che gli inglesi chiamano sailing memories, è “Un migliaio di miglia con la canoa Rob Roy” di John MacGregor, pubblicato nel 1866, molto prima quindi del ben più noto “Solo, intorno al mondo” di Joshua Slocum, che è del 1900. Il libro di MacGregor ebbe un grande successo e rivelò a un ampio pubblico il fascino di “un nuovo modo di viaggiare”, riprendendo l'incipit dell'autore, per mari, fiumi e laghi europei su una canoa di 14 piedi, con anche vela al quarto e fiocco, armati su un albero di poco più di 3 piedi.

Noi epigoni di MacGregor, continuiamo a velabondare con piccole derive, questa volta in acque bassissime, quelle della Laguna di Venezia. Un viaggetto di tre giorni con due Laser e un X14 (per gli aspetti tecnici sull'armamento si rimanda a BOLINA di ottobre 2014, pp 69-73), per altrettanti marinai, nella parte settentrionale della Laguna, prendendo come spartiacque il Ponte della Libertà che collega la terraferma alla città. Una navigazione insieme impegnativa e sicura, perché si è costretti a bordeggiare in canali stretti e in bassi fondali,  spesso con correnti forti, ma allo stesso tempo le distanze sono minime e la terra è sempre vicina, anche se non è quasi mai facile scendere e alare.
Abbiamo varato a San Giuliano di Mestre, grazie alla gratuita ospitalità dei circoli del Polo Nautico, instancabili promotori di iniziative sportive e culturali volte anche alla riscoperta del meraviglioso arcipelago veneziano. Sì arcipelago, perché nei 550 chilometri quadrati lagunari sono disperse una ventina di isole vere e proprie, a cui si aggiungono una quarantina di microisole, chiamate lazzaretti, ottagoni, cason, batterie, motte. Alcune isole sono unite insieme da ponti, come quelle che compongono Venezia, Murano o Burano e Mazzorbo, e molto frequentate, altre sono isolatissime e semisconosciute, come la settentrionale Santa Cristina o la centrale Poveglia. Ci sono poi isole cimitero, San Michele, isole orticole, Sant'Erasmo, isole pescherecce, Pellestrina, isole balneari, Lido; insomma un arcipelago non solo geografico ma anche di tipicità, storiche ed economiche. Un arcipelago ideale per barche a basso pescaggio, per equipaggi ad alto randagismo.

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Continua sulle pagine di carta o elettroniche di Bolina di Aprile 2015. Vi ricordo inoltre che in un precedente articolo pubblicato su Bolina di Ottobre 2014, troverete anche una scheda di confronto tra due derive simili, Laser e X14, e una seconda scheda dedicata a cosa serve per affrontare questo genere di viaggi.

venerdì 30 gennaio 2015

Velabondismo


Che cosa serve veramente per vivere un'esperienza di mare unica, a bordo di una deriva o di un piccolissimo cabinato?
A cominciare da oggi, e aggiornando alcune pagine del mio Vela libre uscito tre anni fa per i tipi di Stampa Alternativa, vi proporrò alcuni brevi post filosofici e tecnici su come "armare e partire", con una sola certezza "barca minima, rotta massima".

Cercando di soddisfare la curiosità di chi sogna una barca tutta per sé, provo a quantificare economicamente la spesa necessaria per concretizzare due sogni: una deriva e un piccolo cabinato, cioè una barca non pontata di circa quattro metri e una con cabina di circa sei metri. Con la prima oltre ad uscite giornaliere si può fare campeggio nautico, indicativamente per una settimana (ma vi assicuro per esperienza anche per molto più tempo, con gran soddisfazione), mentre con la seconda si possono fare delle crociere costiere, che ipotizzerò di un mese.
Bastano 6-700 euro per acquistare una deriva usata, con cui veleggiare instancabilmente per ore o per giorni, nelle acque di casa o verso spiagge meno battute, godendosi la magia di un'alba, un tramonto o una notte stellata sul mare. Con 2-3.000 euro invece si può avere un piccolo cabinato,  una barca di una ventina di anni. Con questo piccolo cabinato si potrà navigare lungocosta in piena autonomia e magari, tempo permettendo, avventurarsi anche in brevi traversate di qualche decina di miglia. Ciò significa che tutto il Mediterraneo, isole comprese, diventa a portata di vela, in completa autonomia di rotte e tempi.
Con cifre simili si possono anche acquistare i materiali necessari per autocostruirle.
Senza dimenticare poi che migliaia di piccole barche abbandonate attendono coraggiosi appassionati, capaci di riportarle al loro elemento vitale. Basta solo cercare con pazienza e determinazione, sapersi accontentare e lavorare, alla propria barca, realizzando il proprio sogno. Certi che la fortuna aiuta gli audaci, anche in queste circostanze. Così è stato per un'infinità di navigatori, a cominciare dai giganti degli oceani come testimoniano le storie di Joshua Slocum, Bernard Moitessier e Alex Carozzo (insuperabile testimonianza di audacia e pauperismo è riassunta nel libro Zentime Atlantico, ristampato da Nutrimenti) o come ci insegnano i sognatori che continuano a popolare banchine e anfratti portuali, dove in ogni stagione smerigli e pennelli rinnovano vecchi scafi.
Tenete presente che se il campeggio nautico e la crociera sono attività relativamente recenti, diffusesi soprattutto nella seconda metà del Novecento, la navigazione diurna su brevi rotte costiere è invece antichissima in Mediterraneo. Andando a vela di spiaggia in spiaggia, o di baia in baia,  doppiando capi, circumnavigando promontori, raggiungendo isole, ripercorriamo millenarie rotte fenice e greche, spostandoci come hanno fatto per secoli pescatori e marinai impegnati nel piccolo cabotaggio. Manterremo viva quella micro circolazione di genti e culture che è tratto fondante della storia mediterranea.
La vela, praticata con derive e piccoli cabinati, è anche un modo piacevole, economico ed ecologico per visitare lagune e laghi. Ambienti circoscritti ma di grande fascino storico e naturalistico, e in qualche caso meno battuti dal turismo nautico. Queste navigazioni in acque protette sono il miglior modo per fare esperienza in sicurezza, per saggiare difficoltà e piaceri della vela, entrambi numerosi.

giovedì 9 ottobre 2014

Velabondismo

Corfù, Paxsos e Antipaxsos

Sul mensile Bolina di questo mese troverete il racconto della mia splendida e avventurosa veleggiata estiva. Dieci giorni di campeggio nautico con un Laser, una piccolissima barca di 4 metri, tra Igoumenitsa e le isole di Corfù, Paxsos e Antipaxos. Velabondaggio lo chiamo, un vagabondo veleggiare in piena libertà, nella grazia dei venti.
Di seguito trovate l'avvio del racconto, che è anche un dettagliato invito a un viaggio alla portata di tutti.

E’ ancora possibile navigare con delle microbarche o addirittura con delle derive nel Mediterraneo? Pare di no, se ci si aggira per i tanti marina costruiti negli ultimi vent'anni, dove la barca più piccola ha due ordini di crocette. Lo stesso dicasi camminando lungo le spiagge, dove la fanno da padroni motoscafi, gommoni e acquascooter. Tristemente constatiamo che piccole barche, a remi o a vela, sono ormai delle rarità.
Ma, se con Spray lungo 11 metri Joshua Slocum fece il primo giro del mondo in solitario alla fine dell'Ottocento o mezzo secolo dopo John Guzzewell lo fece con Trekka di 6,25 metri o ancora Bernard Moitessier volle Tamata, la sua ultima barca, di soli 10 metri o, per arrivare a tempi più recenti, con un Mini 6.50 modificato Alessandro Di Benedetto ha completato un giro del mondo in solitario senza scalo, allora siamo certi che il gigantismo diportistico sia solo un inutile inciampo per veleggiare tra le rive del Mediterraneo, soprattutto in questi anni di sovraffollamento, anche nautico.
In questo mare stretto tra le terre, che per Joseph Conrad è stato la culla della marineria, ancora oggi basta semplicemente armarsi del minimo indispensabile e partire con la massima passione; in quattro parole: “barca minima, rotta massima”. Perché malgrado i mille divieti e gli ancor più numerosi pregiudizi, per fortuna ci sono ancora isole e coste, dove è possibile praticare con piacere il velabondismo, una particolare ed ecologica forma di vagabondismo a vela.
Rotte costiere con traversate di qualche miglia, se fatte con prudenza solo nella grazia dei venti, diventano avventure indimenticabili. E dove meglio che nel mare greco possiamo ritrovare il fascino antico della vela e del remo?
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Continua sulle pagine di carta o elettroniche di Bolina di Ottobre 2014, dove troverete anche una scheda di confronto tra due due derive simili, Laser e X14, e una seconda scheda dedicata a cosa serve per affrontare il viaggio per mari luminosi e l'addiaccio per spiagge incantate.