Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori
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martedì 18 maggio 2021

lunedì 16 novembre 2020

Libri di mare e di costa

Un'antologia utile anche per affrontare meglio questo nuovo isolamento: “Nel mare stellato. Storie di isole”, a cura di Christian Delorenzo (
Einaudi editore
, 2020).
La mia recensione, e qualche altra divagazione sulle #isole e sull'#insulomania, pubblicata nel numero di novembre de
L'Indice dei Libri del Mese

 

lunedì 13 luglio 2020

Insulomania: Castel dell'Ovo

“Due miglia in circa verso S. ¼ Lev. della bassa punta di Posillipo, è il castel dell'Ovo ch'è sopra una roccia: in questa distanza vi è un gran golfo, e quasi nel mezzo, una grossa punta riempita di palazzi e case, con una Chiesa, chiamata Santa Maria del Parto” ... a partire da questa fulminea descrizione ottocentesca, s'avvia il mio racconto di un isola-fortezza che nasconde tanti segreti. ... Un'altra puntata di "Insulomania" su Bolina di luglio, in edicola e online.

sabato 2 febbraio 2019

Novità

E' in edicola il nuovo numero di BOLINA, con due miei articoli dedicati all'isola dell'Asinara e ai 50 anni di una deriva mitica: il Weekender, diventato poi l'intramontabile Laser.
Buona lettura e buon vento a insulomani e velabondi!

martedì 21 agosto 2018

Libri di mare e di costa

Isole, isole, isole! Anche quest'anno qualcuno c'è già stato, mentre altri devono ancora partire. Tutti comunque continueranno a sognarle per tutto l'autunno e l'inverno. Isole istriane e dalmate, per i marinai romagnoli che magari per una volta avranno raggiunto quelle ioniche o favoleggiano da anni quelle egee. Di certo l'Adriatico e più in generale il Mediterraneo orientale offrono all'isulomane migliaia di sogni, che diventano milioni se le sue attenzioni comprendono anche scogli e barene oppure isole leggendarie e mitologiche. Una passione che può avere tante spiegazioni, razionali o irrazionali. Per Silvia Ugolotti , che ha appena pubblicato “L'inquietudine delle isole. Piccole fughe tra atolli e arcipelaghi”, Ediciclo Editore.
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Continua su Corriere Romagna

lunedì 25 giugno 2018

Libri di mare e di costa

Tempo d'estate, tempo di fare vela verso le isole.
Sono migliaia, vicine e lontane, piccole e grandi, affollate e deserte; tutte incantevoli. Ognuno ha le sue predilezioni, magari mutevoli come il vento e la luce adriatica. Per l'isulomane, cioè per chi nutre una vera e propria pericolosa passione per le isole, è difficile sceglierle e anche descriverle. Forse perché, come scrive Simone Perotti nel suo “Atlante delle isole del Mediterraneo” (2017, Bompiani; pp.150, 25 €), “un isola ha un senso, non un significato. Il significato puoi spiegarlo, il senso no, puoi provare a cercarlo. E, se lo trovi, a renderlo”. Lui che in Mediterraneo naviga da anni e che tante isole le ha meritate “con la fatica della vela”, ne ha mappate narrativamente 42, da Las Palomas nel Mare di Alboran, all'estremo ponente dove le acque mediterranee incontrano quelle atlantiche, fino a Imrali nel Mar di Marmara, oltre l'oriente mediterraneo, a est dello Stretto dei Dardanelli, perché “i mari comunicano, e solo gli uomini li vedono separati”. Quella proposta da Perotti non è una cartografia e una geografia, ma una psicografia e una geosofia. Declinando la tradizione indigena autraliana di misurare la terra col canto, “tracceremo confini di spezie, aree urbane di ritmi, utilizzeremo l'atmosfera di un luogo per definirne l'ampiezza, sostituiremo le miglia con i ricordi, i metri con le idee, gli ettari con l'armonia”. Insomma questo Atlante è innanzitutto il caleidoscopio di un insulomane che, a partire dalla sua esperienza, invita costruire le proprie mappe “conoscendo luoghi, approdando su coste diverse, parlando con gli uomini che animano quei borghi”. Non manca comunque anche un certo rigore editoriale, a partire dall'impianto a due pagine affiancate tipico degli atlanti, con a sinistra una carta nautica corredata di scala, batimetrie, toponimi e una breve descrizione geografica, e a destra il testo geosofico. Le carte sono di Marco Zung, disegnate con cura e parsimonia cromatica, capaci di stimolare la psicografia del lettore. 
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L'articolo completo è oggi, 25 giugno 2018, in edicola sul Corriere Romagna

martedì 23 gennaio 2018

Insulomania

PONZA

In Italia, soprattutto durante il ventennio fascista, le isole erano galere o confini. Luoghi isolati, appunto, dove far scontare una pena o poter “tutelare la società contro i pericoli di turbamento alla sicurezza pubblica allontanando dal loro ambiente abituale persone che, per i loro precedenti penali e la loro condotta, dimostrano persistente tendenza a delinquere; e d'indurre tali persone a redimersi col lavoro … con anche uno scopo politico in vista degl'interessi nazionali”. Così si legge alla voce “confino” sull'Enciclopedia Treccani del 1931. Tante le isole, tanti i confinati: politici, stranieri, omosessuali, ebrei. Perciò spesso quando mettiamo piede su un'isola italiana camminiamo per strade e sentieri battuti anche da uomini che hanno fatto dolorose esperienze di confino. A Ponza, forse più di altri, è legato il nome di Giorgio Amendola che ha intitolato uno dei suoi libri più belli “Un'isola”, raccontando anche l'esperienza del confino dal 1933 al 1937. Nella prima edizione il libro ha in copertina un'acquaforte del profilo insulare, realizzato dalla moglie Germaine Lecocq. Con questa Amendola condivise un lungo periodo sull'isola, dove la sposò. Vissero insieme, malgrado la condizione, un'estate felice, in cui la sera leggevano i grandi romanzi dell'800, mentre “Dalla finestra aperta veniva una brezza profumata”.
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di gennaio 2018

martedì 13 giugno 2017

Insulomania

ALICUDI


Le isole remote non sono solo quelle “minuscole macchie di terra che parevano essersi perse nella vastità dell'oceano”, riprendendo le parole di Judith Shalansky che qualche hanno fa ha scritto un fantasioso isolario. Remote sono anche tante altre isole mediterranee, dove magari non andremo mai, parafrasando sempre la scrittrice, bibliofila e isulomane tedesca. 
Tra le isole remote del Mediterraneo possiamo ascrivere anche Alicudi, la più isolata dell'Arcipelago delle Eolie. Ancora negli anni Cinquanta del Novecento era molto difficile arrivarci, le corse del traghetto da Messina erano bisettimanali, tempo permettendo, e lo sbarco non era diretto ma avveniva attraverso il rollo, la barca a remi che faceva la spola tra la nave e la spiaggia. Alicudi rimane comunque importuosa, essendo la cima tronco-conica di un vulcano spento, quindi quasi perfettamente circolare. Un vulcano di oltre duemila metri, se si considerano i 1.500 subacquei e i 675 emersi. Quello eolico è un arco vulcanico che si spinge ben più a occidente di quest'ultima isola emersa. L'insulomane non può dimenticare anche quelle isole sottomarine che mai raggiungerà e qui prendono nomi celesti: Eolo, Anarete e Sisifo. I geologi li chiamano oggi seamounts e ne indagano le caratteristiche anche per eventualmente sfruttarne la potenza geotermica. Gli insulomani invece continuano a sognare una, cento, mille ferdinandee, isole che improvvisamente appaiono dai flutti, per poi altrettanto rapidamente scomparire, come accadde nell'Ottocento nel Canale di Sicilia e come nelle settimane scorse potevano far presagire le notizie che arrivavano dalle acque dell’Arcipelago Toscano.
Nel frattempo Alicudi rimane un meraviglioso obiettivo, un’isola remota ma storicamente popolata fin dall'antichità, sul versante sudorientale, quello meno ripido.
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di giugno 2017

martedì 28 marzo 2017

Insulomania

Isole marine o lacustri, fluviali o lagunari, comunque scrigni preziosi, anche di storie antichissime.

SAN LAZZARO DEGLI ARMENI

Ci sono isole lontane che nascondono storie vicine. Ma è vero anche il contrario. Perché ci sono isole vicine che nascondono storie lontane, nel tempo e nello spazio. Esemplare è la vicenda dell'Isola di San Lazzaro degli Armeni nella Laguna Veneta, che già nel nome tiene insieme due diverse storie. San Lazzaro rimanda infatti all'utilizzo medievale dell'isola, quando era un lazzaretto posto a un miglio da Piazza San Marco e a soli cento metri dalla riva interna dell'isola del Lido. Un'isoletta “presso la riva sciroccale del canale Lazzaretto Vecchio, 500 passi ad ostro dall'isola di S.Servilio”, si legge in una guida ottocentesca che restituisce la dimestichezza con i venti che in tanti avevano un tempo. Degli Armeni invece ci parla della storia recente, avviatasi nel 1717 quando l'isola fu donata dalla Repubblica a Manug di Pietro detto Mechitar. Questo monaco armeno fondò a Costantinopoli nel 1701 un ordine che da lui prese il nome, seguendo la regola benedettina. 
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di marzo 2017




venerdì 28 ottobre 2016

Insulomania

Si inaugura oggi, venerdì 28 ottobre 2016 alle ore 18.30, alla Libreria Internazionale Il Mare di Roma, in via del Vantaggio, 19, la mostra Arcipelago Toscano, un viaggio pittorico tra le sette, meravigliose isole che lo compongono. Negli spazi della storica libreria romana, saranno in mostra fino all'11 novembre 2016 gli acquarelli di Andrea Ambrogio, Lorenzo Dotti e Federico Gemma, i tre artisti che hanno potuto immergersi nelle atmosfere delle isole per restituire attraverso immagini e brevissimi testi tutto il fascino di queste isole. Ogni libro è perciò una graphic novel, in cui il protagonista principale è il paesaggio che, qui come nella maggior parte dei territori italiani, ha anche uno straordinario portato culturale.
La collana, voluta dal Parco Nazionale Arcipelago Toscano e realizzata con grande cura editoriale da EDT, è insieme un modello di cultura e sostenibilità, perché si tratta di materiali che associano qualità documentale e tutta la longevità dei libri ben fatti, a differenza di tanto materiale "usa e getta".

Nei prossimi mesi tornerò poi a parlare delle singole isole, attraverso alcuni degli acquarelli che compongono questo colorato ciclo pittorico insulare.

lunedì 29 agosto 2016

Insulomania

Ci sono isole circolari o ellittiche, lineari o frastagliate. Alcune hanno forme bizzarre, di pesci, farfalle e altri cento animali fantastici. L'isola di Capraia è una mandorla di pietra, una forma che, come insegna il mito, è il frutto dell'intersezione di due mondi, quello spirituale e quello materiale, a cui si aggiunge l'altrettanto pertinente allegoria dell'eterna rinascita della natura.

CAPRAIA

Sono tante le isole legate indissolubilmente alla storia di un uomo o di una donna, di uno scrittore o di un condottiero. Legami mitici, come quelli delle dee isolane incontrate da Odisseo, il primo degli insulomani, legami letterari come quello tra Caprera e Giuseppe Garibaldi, tra Procida ed Elsa Morante, tra Montecristo e Alexandre Dumas, legami storici come quello tra Elba e Napoleone o tra Capraia e Dragut. Se sulla più grande delle isole dell'Arcipelago Toscano la vicenda napoleonica si svolse nell'arco di qualche mese, ed è molto nota, quella corsara sull'isola di Capraia durò solo qualche giorno, ed è meno conosciuta anche se le sue tracce non sono meno profonde. Innanzitutto il drammatico assedio del 1540, con decine di morti, seguito dalla cattura e dalla deportazione di gran parte della popolazione. Questi ultimi fortunatamente ritrovano la libertà dopo pochi giorni, per intervento dei genovesi che realizzarono poi imponenti fortificazioni, tra cui il Forte di San Giorgio, che ancora oggi mantiene vivissimo il ricordo di Dragut e del pericolo corsaro. Il Forte, realizzato sulle rovine del Castrum Capraie, segnò anche la definitiva conquista dell'isola da parte dei genovesi, che dopo secoli di contesa, in primis con Pisa, l'avevano presa nel 1506. In quel lontano 1540 la lenta storia dell'isola accelerò bruscamente, perché nel giugno si svolsero i tragici avvenimenti dell'assedio, dello sbarco, dei massacri, del rapimento e della successiva liberazione, avvenuta in Corsica per intervento di Giannetto Doria, che riuscì anche a catturare il luogotenente di Barbarossa, corsaro alleato dei Francesi. Poi, già a settembre dello stesso anno, i genovesi diedero inizio ai lavori di costruzione, a partire dal Bastione di Scirocco. Da quell'anno il forte divenne rifugio prezioso e simbolo, ben visibile dal mare. Ancora oggi, malgrado i crolli ottocenteschi, la sua forza rimane intatta ed è punto di riferimento per chi fa rotta sul porto.
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di maggio 2016

mercoledì 3 febbraio 2016

Insulomania

Isole grandi e piccole. Isole lontane e vicine. Isole di festa e di tragedia. Isole sognate e maledette.
Buon vento!

USTICA

Ci sono isole che entrano nell'immaginario collettivo per misteriose avventure, come quelle del Conte di Montecristo, altre per straordinarie presenze, come quella del vulcano di Stromboli, altre per miracolose attività, come quella della tonnara di Favignana, altre per tragici avvenimenti, come il disastro aereo di Ustica, una strage ancora avvolta nel mistero. Certe sono: la data, il 27 giugno 1980, i morti, tutte le 81 persone che c'erano a bordo, l'aeroporto di partenza, Bologna, l'area di ritrovamento dei relitti galleggianti e di quelli affondati. Un'area ampia qualche chilometro quadrato e lontanissima da Ustica, oltre 100 chilometri a nord dell'isola e più vicina ad altre isole: Ventotene,  Ponza, Ischia e Capri. Ciò non toglie che la tragedia rimanga legata indissolubilmente a Ustica.
Un isola piccola e lontana, è ampia infatti meno di 9 chilometri quadrati ed è a oltre 50 chilometri a nord di Palermo. “Isola deserta nel nostro tempo”, si legge ancora in un Vocabolario Topografico della Sicilia del 1859. Forse non era proprio deserta, ma sicuramente poco abitata se nelle elezioni del 1865 si contavano solo 35 elettori. Si sarà trattato per la maggior parte di poveri contadini e pescatori, ma anche di grandi marinai, tra cui Vincenzo Andrea Libero Di Bartolo, nato nel 1802 e morto nel 1849. Lunghissimo il nome, lunghissime le navigazioni, a vela per ogni oceano, fino a Sumatra, l'isola che gli dette la fama. Così almeno ce la restituisce il compianto Salvatore Mazzarella che a Vincenzo Di Bartolo da Ustica ha dedicato uno dei suoi preziosi volumi, per la collana Il Mare di Sellerio. Lo stesso in apertura ci ricorda che nel 1802 Ustica “da poco si prestava ad una abitazione stabilmente sicura.
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di febbraio 2016

PS
L'immagine che accompagna questo post è un'elaborazione di una carta del 1852, disponibile online sul sito del Centro Studi e Documentazione Isola di Ustica, ricchissimo di documenti preziosi per conoscere l'isola.

lunedì 27 luglio 2015

Insulomania

Su La Repubblica di ieri, domenica 26 luglio 2015, Michele Mari ci racconta l'antico e indissolubile rapporto tra isola e letteratura. Lo fa a partire dalla vita romanzesca di Metthew Shiel, scrittore e sovrano della micro isola Redonda, "uno scoglio di tre chilometri quadrati", nell'Arcipelago delle Antille. Mari si sofferma poi sull'isola-gioco, sull'isola-avventura, sull'isola-madre e su quella matrigna, sull'isola-carcere. Insomma un vero e proprio excursus letterario, a partire dall'insulomania, particolarmente accesa in questi giorni d'estate. Nelle stesse pagine troverete anche un commento di Massimo Recalcati, in cui spiega la differenza tra isolamento e solitudine.

martedì 23 giugno 2015

Insulomania

Isole, isole, isole, ... di gente comune, di guerrieri antichi, di eroi risorgimentali.
Buon vento!

CAPRERA

Se Odisseo è il più noto degli insulomani dell'antichità, quello che seppe elevare l'agognata Itaca a simbolo di tutte le isole, reali e fantastiche, Garibaldi è l'insulomane più conosciuto, per altri motivi,  del Risorgimento italiano. Dell'“Eroe dei due mondi” tanto si è scritto sulle sue battaglie rivoluzionarie d'America e d'Europa. Meno nota è la vicenda marinaresca e ancor meno la sua insulomania, che lo portò a rifugiarsi a Caprera, la sua Itaca.
L'isola sarda, dove morì nel 1882, fu il rifugio finale dell'ultimo corsaro, nel significato originario del termine. Infatti Garibaldi, sfuggito alla condanna a morte pronunciata da una corte del Regno Sabaudo, per aver partecipato al moto insurrezionale del 1834, si imbarcò a Marsiglia come comandante in seconda di un brigantino diretto in Brasile. Lì, con tanto di lettera di corsa della neonata Repubblica del Rio Grande del Sud, divenne corsaro. “Lanciato sull'Oceano con dodici compagni a bordo di una garopera, si sfidava un impero,e si facea sventolare per primi, in quelle meridionali coste, una bandiera di emancipazione! La bandiera repubblicana del Rio-Grande!”, come racconta lui stesso. Seguì il ritorno nel Vecchio Continente e le alterne vicende risorgimentali, fino all'esilio, in più occasioni interrotto, nel 1862 a Caprera.
L'isola, in cui il Generale aveva già vissuto per brevi periodi e dove aveva acquistato nel 1856 un'ampia tenuta, si presentava “incolta, quasi deserta, … ingombra di massi granitici e pressochè sconosciuta, essendone perfino dimenticato il segno e il nome nella maggior parte delle carte e dei dizionari geografici”. Così la descrive Eugenio Canevazzi nel 1866
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di giugno 2015

venerdì 6 marzo 2015

Insulomania

Isole, isole, isole ...reali o fantastiche, vicine o lontane, solitarie o urbane.
Buon vento!

ORTIGIA

Ci sono isole che appaiono e altre che scompaiono; tra queste ultime qualcuna sprofonda senza lasciare traccia in superficie, altre invece si legano alla terraferma, per diventare penisole o più propriamente ex-isole. Eclatante il caso di Venezia, ma altrettanto mirabile quello di Ortigia in Sicilia. Una microisola che già dall'antichità è andata ad ampliare la più grande delle isole mediterranee. “Isola plurale”, riprendendo una nota definizione dello scrittore Gesualdo Bufalino, posta esattamente al centro del Mediterraneo e perciò da sempre crocevia di popoli e culture. Esiste infatti una Sicilia greca e una romana, una bizantina e una araba, una normanna e una borbonica, e tante altre, tutte a loro modo sovrapposte e ancora oggi visibili, architettonicamente e culturalmente. Allo stesso modo, Ortigia riassume in sé le tante sicilie, condensandole in un unicum di mediterraneità d'insuperabile bellezza.
Ortigia era una dea, il cui nome deriva dal greco ortix che significa “quaglia”, l'uccello in cui si trasformò per sfuggire all'amore di Zeus. Un'ortix che precipitò dal cielo in mare per farsi di pietra e per ospitare un altro mito amoroso che vede protagonista la ninfa Aretusa. Questa, dopo lunghe peripezie, si tramutò in acqua saliente, per cercare di sfuggire alle lusinghe di Alfeo, dio del fiume. “Io ero una delle ninfe che stava nell'Acaia”, racconta Aretusa per mano di Ovidio, “Straniera sono in Sicilia … io scorro in caverne dentro le sue profondità, e qui levo fuori il capo e rivedo le stelle quasi dimenticate”. Miti che legano le origini di questa ex-isola alla madrepatria greca.
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L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di dicembre 2014

PS
l'immagine scelta per questo post, che rappresenta l'isola dell'Ortigia, è una elaborazione delle storiche mappe che impreziosiscono le guide rosse del Touring Club Italiano e vuole essere anche un invito a rileggerle.

lunedì 3 novembre 2014

Insulomania

Un'altra pagina del mio Isolario.
Buon vento!

PALMARIA

Non tutti gli isolari, come le isole stesse, sono sempre facilmente riconoscibili. Ce ne sono alcuni dichiarati sin dalla copertina, altri scritti in forma di portolani o corografie, altri ancora nascosti in libri d’altro genere. Tra questi c’è quello di Emanuele Repetti, pubblicato nel 1836, un isolario disperso tra le migliaia di pagine del “Dizionario geografico fisico storico della Toscana”. E' dedicato all’Arcipelago Toscano, che “stando alla divisione geografica da noi adottata” comprende tutte quelle isole “situate ad una certa distanza dal litorale della Toscana, a partire dal promontorio di Portovenere sino al di là del promontorio di Cossano: nel qual spazio la più settentrionale è l’Isola di Palmaria”. Anche se qualche spezzino storcerà il naso, la descrizione dell’isola fatta dal geografo toscano rimane dettagliata e suggestiva. A onor del vero, lo stesso Repetti precisa subito dopo che Palmaria appartiene al ducato di Genova, Regno Sardo, per passare poi, aggiungiamo noi, al Regno d’Italia.

E proprio dalla sua descrizione partiamo per questa insulografia: “di figura triangolare quasi equilatera, che ha la punta di un angolo voltata a maestro, e da questo lato si avvicina a 200 braccia dalle rupi di Porto-Venere, formando con esse la Bocca piccola del suo porto”. Passando dal linguaggio geografico a quello artistico, possiamo scrivere che Palmaria e Portovenere formano un dittico di straordinaria bellezza. Una farfalla con un’ala bagnata dall’acqua ligure e una dalla terra lunigiana. “Dirimpetto a Portovenere ed al suo seno marino la Palmaria si leva dall'onda”, si legge in una antologia geografico-letteraria ottocentesca.

L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di settembre 2014

giovedì 27 marzo 2014

Insulomania

Ecco una nuova pagina del mio isolario, in cui racconto storie di isole reali, visitate o sognate, e di isole fantastiche, mie o altrui. Il portolano di un inguaribile insulomane.
Buon vento!

BARBANA

Nel vocabolario dell'insulomane non dovrebbe mancare “barena”, cioè un affioramento lagunare di sabbia o fango, insomma un'isola incipiente. Se pochissimi possono vantare d'aver assistito alla nascita di un'isola marina, ogni insulomane potrebbe togliersi la soddisfazione di assistere all'apparizione di un'isola lagunare. E dove meglio che nelle lagune settentrionali dell'Adriatico? Lì le barene sono in continuo divenire e alcune diventano isole vere e proprie nel corso dei secoli, magari con l'aiuto dell'uomo. Tra queste Barbana, nella laguna di Grado, ospita un importante santuario che, secondo la tradizione, risale al VI secolo. Di Barbana ha scritto anche uno dei più illustri geografi del XVII secolo, Vincenzo Maria Coronelli. Il Cosmografo della Serenissima oltre al bellissimo e documentato Isolario, in cui descrive le isole lagunari e d'oltremare, lavorò anche a una delle prime enciclopedie, intitolata Biblioteca universale, in cui si parla di Barbana,  “isoletta nelle vicinanze di Grado … e benché il suo circuito non si estenda, che poco più di mezzo miglio, i miracoli però che opera in essa la Gran regina degli Angeli, la rendono cospicua, e riguardevole”. Un isola fatta di terra miracolosa, “antidoto possente contra i morsi de'serpenti, e d'animali velenosi”.
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Nella Laguna di Grado e Marano, le isole con nome proprio sono una quindicina e Barbana è quella più famosa, almeno per le vicende mariane. La fondazione del Santuario presente sull'isola risale al VI secolo e, secondo la leggenda, è legata al ritrovamento miracoloso di un immagine della Madonna, in seguito a una devastante mareggiata che mise in pericolo anche la città di Grado. Il Santuario ospita una comunità di frati francescani ed è meta da secoli di un suggestivo pellegrinaggio nautico, nella prima domenica di luglio. Una numerosa flotta di barche, piccole e grandi, addobbate a festa, celebra ogni anno il Perdòn di Barbana, con cui la comunità gradese ricorda la grazia ricevuta dalla Madonna in occasione della peste del 1237. Un ex-voto animato, in cui viene imbarcata la Madonna degli Angeli per un pellegrinaggio acqueo, dalla Basilica di Sant'Eufemia all'Isola di Barbana.
Della Laguna era innamorato anche Pier Paolo Pasolini, che vi girò alcune scene di Medea, interpretata da Maria Callas. Di Grado scrisse: “Il grigio-azzurro del suo cielo e il verde dei suoi alberi friulani, il vermiglio e il cobalto attutiti del suo porticciolo, e l'oro dei capelli della sua gioventù, ne fanno un luogo dell'anima”.
Un incantato silenzio mistico è il regalo più grande che l'Isola di Barbana continua ad offrire da secoli all'insulomane.


L'articolo completo è pubblicato sul numero di MARZO 2014 di BOLINA

sabato 18 gennaio 2014

Insulomania

Ecco una nuova pagina del mio isolario, in cui racconto storie di isole reali, visitate o sognate, e di isole fantastiche, mie o altrui. Il portolano di un inguaribile insulomane.
Buon vento!

PROCIDA

Se esiste una relazione tra barca e isola, come tra marinaio e isolano, possiamo ipotizzare che l’insulomania sia inversamente proporzionale alle dimensioni dello scafo. In una battuta quindi, più piccola è la vela, più grande è l'amore per l'isola.
Approdando a Procida dobbiamo constatare che la sua storia dimostra che valgono anche le opposte relazioni, perché da una piccola isola, per altro vicinissima alla terraferma, nell'Ottocento si è sviluppata una delle più importanti marinerie del Mediterraneo. Lapidaria e documentata l'affermazione di Tomaso Gropallo, autore de “Il romanzo della vela. Storia della Marineria Mercantile a vela del secolo XIX”: “Quest'isola così modesta per dimensioni fu tuttavia, al tempo velico, veramente grande e non seconda a nessuno per ardimento e coraggio sugli Oceani. I procidani furono e sono tuttora [1973, nda], una razza di marinai al lungo corso” . Una storia antica  strutturatasi economicamente e culturalmente nell'arco di alcuni secoli. Già nella seconda metà del Seicento infatti venne ufficialmente istituito il Pio Monte dei Marinai, con scopi mutualistici che riuniva capitani, marinai e armatori, finalizzato anche al riscatto di coloro che cadevano nelle mani dei corsari. Una seconda fondamentale istituzione fu quella scolastica, sorta nel 1833, che formò centinaia di comandanti capaci di portare i bastimenti procidani in tutti i mari del mondo. Alla metà dell'Ottocento si contavano 82 brigantini e brick, tra cui il più grande Leonida di 285 tonnellate che disgraziatamente si perse sulle coste del Brasile.
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Con Elsa Morante conoscendo, leggendo e sognando Procida, tutti noi non chiederemmo di essere gabbiano o delfino, ma ci accontenteremmo di essere scorfano, “ch'è il pesce più brutto del mare”, pur di ritrovarci laggiù, “a scherzare in quell'acqua”. Per lenire la nostra insulomania possiamo riprendere in mano “L'isola di Arturo”, fantasticando Procida la cui figura nei luminosi giorni d'estate “somiglia a un delfino” o in quelle rare annebbiate d'inverno “pare una flotta che ha ripiegato le sue mille vele dipinte e viaggia su correnti senza rumore, verso gli Iperborei”.
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L'articolo completo è pubblicato sul numero di gennaio 2014 di BOLINA

sabato 30 novembre 2013

Insulomania

ISCHIA

Ci sono isole misteriose, fantastiche, mitiche, deserte o sconosciute; ma, soprattutto in Mediterraneo, ci sono anche isole arcinote, isole che sono entrate nell'immaginario collettivo fin dalla notte dei tempi, il cui primo racconto ci viene addirittura dal padre di tutti i corografi: Odisseo. Potremmo chiamarle iconoisole, fondendo insieme due parole a loro modo affini: icona e isola. Cos’è infatti un'icona se non una piccola immagine che insieme si stacca dallo sfondo e lo caratterizza? Che lo sfondo poi sia un paesaggio geografico o culturale, un dekstop o un mare, poco importa; in tutti i casi l'icona è un'isola che riassume e rappresenta caratteri facilmente riconoscibili.
Iconoisola per eccellenza è Ischia, la più grande e conosciuta delle isole flegree, icona marina, insieme a Capri, del golfo di Napoli. Se è sempre difficile riassumere in una pagina le qualità geografiche, storiche e culturali significative di una qualsiasi isola, diventa impossibile nel caso delle iconoisole. Perciò dovendo inevitabilmente scegliere tra infinite rotte narrative, per Ischia seguiremo quella tracciata dagli scrittori. Il profilo, le cale, gli approdi, le vette, che le parole evocano, lasciando alla fantasia gli spazi sconfinati dei mari antichi, quelli non rimpiccioliti dalle zoomate satellitari, non fissati dalle immagini digitali.
Il suo nome deriverebbe direttamente dal termine latino insūla, attraverso la forma intermedia iscla. Letterario era anche il nome latino dell'isola, Aenaria, che per Plinio derivava dal mitico approdo della flotta di Enea , così come quello greco Pithecussae , legato secondo alcuni al culto di Apollo Pitio, signore indiscusso delle arti, un dio per nascita insulomane , perché nato a Delo.
Ischia è per un poeta francese dell'Ottocento “un'unica montagna a picco sul mare con la candida cima sbrecciata dal fulmine che protende i denti al cielo” . Negli anni Cinquanta del Novecento Elsa Morante scrive che nelle isole flegree, “nei giorni quieti il mare è tenero e fresco e si posa sulla riva come rugiada” . Nei decenni successivi Ischia è non solo lo sfondo, ma la protagonista di due tra gli scrittori contemporanei più acquatici d'Italia: Raffaele La Capria ed Erri De Luca.

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L'articolo completo è pubblicato sul numero di novembre 2013 di BOLINA

giovedì 12 settembre 2013

Insulomania

FAVIGNANA

Se nella fortunata allegoria cartografica di Tiziano Scarpa, Venezia è genericamente un pesce unito alla terraferma da quella sottile lenza che è il Ponte della Libertà, Favignana è precisamente un tonno libero nel Canale di Sicilia. Precisamente se non si considera la forma, che normalmente viene paragonata a una farfalla, ma la storia. Infatti, benché tante isole mediterranee siano legate a questo straordinario pesce, nessuna lo è stata per secoli in maniera quasi esclusiva e fortemente pervasiva come Favignana. Ma prima di dilungarsi necessariamente sul tonno, non dimentichiamo la corografia. Favignana è l'isola principale dell'arcipelago delle Egadi che si completa con Levanzo, Marettimo e gli scogli di Formica e Maraone.
L'isola offre anche tanto altro, prodotti e storie, di ieri e di oggi. Di grande suggestione è Cala Rossa, un'insenatura “cubista”, realizzata nel corso dei millenni con gigantesche fatiche umane. Lì i cavatori, tagliando blocchi di tufo, hanno trasformato le curve linee della natura in geometriche spezzate. Straordinari sono anche gli antichissimi graffiti, e le successive figure nere, della Grotta del Genovese di Levanzo. Scoperti  alla metà del Novecento, risalenti a circa 10.000 anni fa, ritraggono figure di animali e uomini. Più numerosi e variegati i primi; specie bovine, cervine ed equine, che nella apparente semplicità del tratto restituiscono la primitiva potenza animale e la conseguente venerazione umana. Una preghiera che, sempre nelle rappresentazioni rupestri, si recita con una danza tribale.

Un rituale che l'insulomane rinnova bordeggiando sull'acqua, disegnando evanescenti graffiti, cancellati inesorabilmente dall'onda e dal vento.

L'articolo completo è pubblicato sul numero di settembre 2013 di BOLINA