E' in edicola il nuovo numero di BOLINA, con due miei articoli dedicati all'isola dell'Asinara e ai 50 anni di una deriva mitica: il Weekender, diventato poi l'intramontabile Laser.
Buona lettura e buon vento a insulomani e velabondi!
Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano.
Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne.
Fabio Fiori
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sabato 2 febbraio 2019
venerdì 8 maggio 2015
Storie di mare
Sul mensile Bolina di maggio troverete il racconto della storia della Rimini-Corfù-Rimini, che non è stata solo una manifestazione sportiva, ma una straordinaria occasione per promuovere la cultura del mare a Rimini e più in generale in Italia. Di seguito anticipo la prima parte.
Infine voglio ricordare che quest'anno, grazie all'entusiasmo di tanti soci del Circolo Velico Riminese, la regata ripartirà il 5 luglio 2015 (troverete tutte le informazioni anche sulla pagina Facebook) e quindi si scriverà un nuovo capitolo di questa grande avventura. Buon vento!
Infine voglio ricordare che quest'anno, grazie all'entusiasmo di tanti soci del Circolo Velico Riminese, la regata ripartirà il 5 luglio 2015 (troverete tutte le informazioni anche sulla pagina Facebook) e quindi si scriverà un nuovo capitolo di questa grande avventura. Buon vento!
Che cosa è una regata? Se ci si limita al vocabolario, è una “gara di velocità tra imbarcazioni”. Ma può essere anche tanto altro e innumerevoli casi lo dimostrano. Fin troppo semplice è citare l'America's Cup e la Volvo Ocean Race che sono diventati eventi commerciali planetari, meno scontato è ricordare che la Giraglia o il Fastnet hanno fatto conoscere al grande pubblico scogli remoti, che la Golden Globe Race divenne una favola che aveva come protagonista Bernard Moitessier o che la Vende Globe e la Mini Transat rimangono innanzitutto avventure marinaresche. Ma una regata può anche diventare l'occasione per promuovere la cultura del mare in città dove non è così diffusa. Rimanendo in Italia, emblematico è il caso della Barcolana e, molto più in piccolo come dimensione e durata nel tempo ma altrettanto importante, è quello della Rimini-Corfù-Rimini.
Va infatti precisato che benché Rimini sia da oltre un secolo una delle capitali balneari europee, storicamente il suo punto di forza è il connubio spiaggia e sole, non certo mare e vento. Anzi del mare molti riminesi quasi si vergognano, perché le acque sono spesso torbide, malgrado questo non sia indice di inquinamento. Una vergogna amplificata dalle vicende dell'eutrofizzazione e delle mucillagini, che raggiunsero l'apice negli anni Ottanta del Novecento, quando si avviò la felice esperienza della regata d'altura. Probabilmente anche da questa necessità di restituire un'altra immagine del mare le amministrazioni, e la città tutta, in quegli anni abbracciarono e sostennero l'ambiziosa idea del Circolo Velico Riminese che organizzò nel 1984 la prima edizione della Rimini-Corfù-Rimini, “la più lunga regata velica d'Italia” riprendendo le parole della promozione di quegli anni. Comunque sia la manifestazione oltre a richiamare barche ed equipaggi da tutto l'Adriatico, e non solo, è stata anche una straordinaria occasione per trovare imbarco per centinaia di ragazzi che poterono saggiare la loro passione, che scoprirono veramente cos'è il mare, nella sua duplice dimensione di enorme fatica e incredibile emozione. A riprova di ciò bastano i nomi di Simone Bianchetti e Max Sirena, all'epoca neanche ventenni, che battendo rotte diverse si imposero poi su campi di regata internazionali, seppur diversissimi. Tanti altri, pur non facendo della vela un mestiere, hanno però fatto tesoro di quell'esperienza, maturando una cultura del mare che ha un indispensabile bisogno della dimensione materiale.
La prima edizione partì il 27 maggio 1984, con 24 barche impegnate in una rotta di mille miglia. Da Rimini bisognava discendere tutto il “bizzarro” Adriatico, attraversare il Canale d'Otranto, doppiare l'isolotto di Peristerai, posto a pochi chilometri dalla costa nordorientale dell'isola di Corfù, per ritornare a Rimini. Va ricordato che allora esisteva ancora la Jugoslavia e l'Albania era sotto la ferrea dittatura di Hoxha. Un contesto quindi non solo tecnologico, ma anche geopolitico completamente diverso da oggi.
Va infatti precisato che benché Rimini sia da oltre un secolo una delle capitali balneari europee, storicamente il suo punto di forza è il connubio spiaggia e sole, non certo mare e vento. Anzi del mare molti riminesi quasi si vergognano, perché le acque sono spesso torbide, malgrado questo non sia indice di inquinamento. Una vergogna amplificata dalle vicende dell'eutrofizzazione e delle mucillagini, che raggiunsero l'apice negli anni Ottanta del Novecento, quando si avviò la felice esperienza della regata d'altura. Probabilmente anche da questa necessità di restituire un'altra immagine del mare le amministrazioni, e la città tutta, in quegli anni abbracciarono e sostennero l'ambiziosa idea del Circolo Velico Riminese che organizzò nel 1984 la prima edizione della Rimini-Corfù-Rimini, “la più lunga regata velica d'Italia” riprendendo le parole della promozione di quegli anni. Comunque sia la manifestazione oltre a richiamare barche ed equipaggi da tutto l'Adriatico, e non solo, è stata anche una straordinaria occasione per trovare imbarco per centinaia di ragazzi che poterono saggiare la loro passione, che scoprirono veramente cos'è il mare, nella sua duplice dimensione di enorme fatica e incredibile emozione. A riprova di ciò bastano i nomi di Simone Bianchetti e Max Sirena, all'epoca neanche ventenni, che battendo rotte diverse si imposero poi su campi di regata internazionali, seppur diversissimi. Tanti altri, pur non facendo della vela un mestiere, hanno però fatto tesoro di quell'esperienza, maturando una cultura del mare che ha un indispensabile bisogno della dimensione materiale.
La prima edizione partì il 27 maggio 1984, con 24 barche impegnate in una rotta di mille miglia. Da Rimini bisognava discendere tutto il “bizzarro” Adriatico, attraversare il Canale d'Otranto, doppiare l'isolotto di Peristerai, posto a pochi chilometri dalla costa nordorientale dell'isola di Corfù, per ritornare a Rimini. Va ricordato che allora esisteva ancora la Jugoslavia e l'Albania era sotto la ferrea dittatura di Hoxha. Un contesto quindi non solo tecnologico, ma anche geopolitico completamente diverso da oggi.
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Continua sulle pagine di carta o elettroniche di Bolina di Maggio 2015.
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venerdì 7 gennaio 2011
Biblioteca di mare e di costa

“Tutte le tempestose passioni dell'umanità, ... sono trascorse come immagini riflesse in uno specchio, senza lasciare traccia sul misterioso volto del mare”
Joseph Conrad
Tutti quelli che guardano con ammirazione l'andare e venire delle grandi navi dai porti o che incrociano d'estate al largo le direttrici di grande traffico mercantile, troveranno finalmente un’approfondita e attualissima narrazione nel libro di Sergio Bologna: “Le multinazionali del mare. Letture sul sistema marittimo portuale” (Egea: pp. 326, € 28). Un testo insieme documentato, utile per gli addetti ai lavoro, e comprensibile anche per chi più in generale è interessato al mare e alle sue molteplici economie. Per questi ultimi fin dall'introduzione si chiarisce il ruolo attuale della portualità mediterranea che, se “per lungo tempo è stata relegata in una posizione periferica”, nell'ultimo decennio del Novecento “si è venuta a trovare di nuovo in posizione centrale”. Ma il sogno, o l'incubo secondo forse una più ecologica ed equilibrata visione, “che il Mediterraneo potesse tornare a essere in qualche misura il centro del mondo purtroppo è durato poco”. Qui la storia lascia il campo alla cronaca, quella di una crisi finanziaria che ha fatto risentire i suoi effetti pesantemente sui traffici marittimi, testimoniati anche dai drastici cali di movimento nei porti italiani, registrati negli ultimi anni.
Il lavoro di Sergio Bologna si avvia con una breve analisi sulle origini della portualità moderna, con due storie parallele: Genova e Trieste. Le fortune di quest'ultima sono legate all'apertura del Canale di Suez e non a caso la prima nave che nel 1869 lo attraversò fu uno steamship triestino: il “Primo”. Ma già nel 1876 Genova riconquisterà “quel primato, tra i porti italiani, che mantiene tutt'oggi”.
Il libro prosegue poi con l'analisi delle cinque fasi della storia portuale, dalla metà dell'Ottocento ad oggi: fondazione, industrializzazione, ricostruzione, deindustrializzazione, globalizzazione. Quest'ultima, segnata dal successo straordinario del container, divenuto il simbolo stesso della globalizzazione, ha visto la trasformazione radicale dei porti in “terminal container”. Ma come ci ricorda l'autore, “Non si vive di solo container”, anzi rimane attualissima la centralità delle “merci alla rinfusa”, liquide o solide, ossia petrolio, gas, cereali, carbone, minerali, fertilizzanti, ecc. Navi che sono spesso dei gioielli di tecnica, anche se nel “cargo convenzionale sono ancora in servizio fior di carrette”. Enormi a riguardo sono i rischi ambientali, soprattutto per mari chiusi e poco profondi come l'alto Adriatico, tanto che da più parti si valuta la possibilità di richiedere il riconoscimento di “Area Marina Particolarmente Sensibile”, internazionalmente definita PSSA, «Particularly Sensitive Sea Area». Una fragilità ambientale che, seppur nelle spiccate differenze, lo accomuna a tante altre aree sensibili, quali ad esempio le Bocche di Bonifacio, lo Stretto di Messina, il Canale di Otranto.
Un altro elemento dirompente dell'ultimo decennio è il “gigantismo navale”, che ha portato alle
realizzazione di navi full container di 400 metri di lunghezza, 50 di larghezza, con pescaggio di 14 metri e velocità di crociera di 23-25 nodi. Ma questi ULCS, acronimo internazionale che definisce questo genere di navi, necessitano di porti adeguati, con caratteristiche spesso antitetiche a quelle di tante realtà italiane. Basterà qui ricordare che lungo la costa occidentale dell'Alto Adriatico la batimetrica dei 15 metri la si ritrova oltre le 5 miglia dalla riva! O ancora quanto sia necessario stravolgere i delicatissimi equilibri ambientali della Laguna di Venezia per consentire l’approdo a Marghera di enormi mercantili o delle altrettanto gigantesche navi da crociera a Venezia.
Comunque la si pensi, e a riguardo le visioni ambientaliste e liberiste sono spesso inconciliabili, il libro di Sergio Bologna è uno strumento indispensabile per cercare di comprendere la complessità economica che attraversa i mari italiani, che riguarda i suoi porti, che dovrebbe interessare un paese con ottomila chilometri di coste.
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lunedì 15 novembre 2010
Biblioteca di mare e di costa

“Tutte le tempestose passioni dell'umanità, ... sono trascorse come immagini riflesse in uno specchio, senza lasciare traccia sul misterioso volto del mare”
Joseph Conrad
Con la precisione e la sintesi di un esperto marinaio associata all'attenzione dello storico, Davide Gnola ci restituisce in poco più di cento pagine le gesta di Garibaldi, uomo di mare, come titola il primo capitolo del suo nuovo libro “Diario di bordo del capitano Giuseppe Garibaldi” (Mursia, Milano pp. 208; € 17). Quella del Generale è infatti fin dalla nascita a Nizza il 4 luglio 1807 “in una casa affacciata al porto vecchio”, la storia di un bambino che decide di farsi mozzo, per poi diventare capitano e corsaro, tralasciando le sue altre numerosissime vicende personali, rivoluzionarie e politiche. Mozzo lo diventò per scelta, ribellandosi al padre, padrone marittimo, che avrebbe preferito non vederlo salire a bordo. Il brigantino Costanza fu il suo primo ponte, da cui guardava innamorato la “snella tua alberatura, la spaziosa tua tolda e sino al pettoruto busto di donna”, con riferimento all'immancabile polena. Le ricerche portate avanti da Gnola nella smisurata bibliografia dedicata all'eroe, nel poco frequentato Archivio di Stato di Palermo e in altre sedi, hanno consentito per la prima volta di ordinare le vicende marinaresche di Garibaldi, come evidenzia Mino Milani nella postfazione. Il libro pagina dopo pagina, o sarebbe meglio dire miglia dopo miglia, trasporta il lettore lontano, dal Mediterraneo al Mar Nero e poi oltre lo stretto di Gibilterra verso gli smisurati orizzonti oceanici, in un continuo avvicendarsi di storie e avventure, di “uomini ( marinai, capitani, armatori, mercanti, avventurieri e così via) e navi (a vela, a vapore, a elica, a pale, clipper e di nuovo così via), riprendendo le parole di Milani.
L'apparato iconografico ci restituisce oltre alla più stereotipata immagine delle gesta eroiche del Generale, anche quella meno conosciuta di pescatore e le sempre imaginifiche carte nautiche di mari lontani, navigati e combattuti dall'uomo Garibaldi. Proprio a questa dimensione personale è da ascrivere un episodio dell'età senile, quando nel settembre del 1867 riesce a sfuggire agli arresti domiciliari a Caprera, a bordo di un piccolo “beccaccino” con cui raggiungerà una paranza che lo porterà sulla costa toscana.
Il libro si completa con la trascrizione del Giornale di bordo del bastimento Georgia del brigantino Carmen ecc., per la maggior parte autografo di Garibaldi, che oltre ad essere un utile strumento di approfondimento delle vicende, restituisce nei suoi errori ortografici il “particolare “colore” dell'originale”.
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mercoledì 19 maggio 2010
Biblioteca di mare e di costa

“Tutte le tempestose passioni dell'umanità, ... sono trascorse come immagini riflesse in uno specchio, senza lasciare traccia sul misterioso volto del mare.” Joseph Conrad
In Adriatico, più tardi che negli altri mari d'Italia, solo nella seconda metà del Novecento vennero definitivamente ammainate le vele sulle barche da lavoro. Piccole e grandi, armate al terzo o con vela latina, a oriente come a occidente, per secoli il lavoro sul mare è stato svolto nella grazia dei venti, anche quando per scelta o per necessità ci si muoveva a remi. Solo limitandosi all'Ottocento, lunghissimo è comunque l'elenco dei tipi navali impiegati, per la pesca costiera e quella d'altura, per la navigazione commerciale di cabotaggio e per quella di più ampio raggio, mediterraneo o oceanico che fosse. Sì, anche oceanica, visto che brigantini, brik, barcobestia costruiti e in armamento a Trieste, Fiume, Lussino, Orebic, Ragusa e Cattaro, solcarono tutti i mari del mondo, doppiarono i grandi capi, parteciparono insomma all'ultima maestosa età della vela, conclusasi agli inizi del Novecento. Sempre in Adriatico, ormai antica è pure la tradizione del diporto a fini sportivi, ludici o, illustrissimi e innumerevoli, turistici.
Proprio da quest'ultima necessità parte la narrazione, per parole e immagini, fatta da Luigi Divari nel libro “Barche del Golfo di Venezia”, da poco pubblicato per i tipi de Il Leggio (pp. 264 - € 35). Un libro ricco di storie e acquerelli, di colori tenui, sfumature, aloni che raccontano e soprattutto rievocano le atmosfere dei fabbricanti di remi, alberi forcole e altri armisi, il taglio e la cucitura delle vele, le sontuose scenografie delle feste veneziane e le avventure di s'cioponi e s'cioponanti, ossia dei sandolini e dei cacciatori di valle, che si muovevano silenziosamente a remi tra scanni, secche e canneti. Un viaggio documentario che partendo dalle coste occidentali si spinge verso quelle altrettanto affascinanti d'oriente. Le immagini votive, l'araldica delle vele, le fantasie dei pennelli segnavento, l'aura scultorea di forcole e remi, se a una prima visione restituiscono il fascino di un mondo perduto, a uno sguardo più attento suggeriscono anche le infinite potenzialità creative culturali ed economiche che l'Adriatico offre, alle genti che ne popolano le rive, a quelle che instancabilmente lo attraversano.
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