venerdì 19 novembre 2021
Saluti da Cipro
lunedì 1 febbraio 2021
L'usage du monde - La polvere del mondo
Non perdete tempo a leggere questa recensione, vi dico parafrasando Paolo Rumiz che come me ha un vero e proprio culto per “La polvere del mondo”. O invece sì, leggete anche questo scritto, che non è una recensione ma una dichiarazione d'amore per “L'usage du monde”, nell'originale francese del 1963, capolavoro di Nicolas Bouvier, ripubblicato nei mesi scorsi da Feltrinelli. Io l'ho letto in italiano nel 2009, nella sua prima, bellissima anche editorialmente, edizione Diabasis che ha in copertina una riuscita elaborazione grafica di un disegno di Thierry Vernet, amico e compagno di viaggio dell'autore. Me la regalò in un giorno ventoso d'autunno, Alessandro Scansani che di Diabasis, insieme a Giuliana Manfredi, erano gli illuminati anfitrioni.
... il racconto completo lo trovato sul sito dell'Osservatorio dei Balcani
ps la foto del post è l'immagine della copertina della prima edizione, uscita nel 1963
mercoledì 15 agosto 2018
Erba buona
https://www.raiplayradio.it/programmi/quicomincia/…/puntate/
giovedì 31 ottobre 2013
Biblioteca di mare e di costa
In tutti e tre i casi possiamo farlo con l'aiuto del nuovo, prezioso, portolano fluviale di Paolo Rumiz che del lento viaggiare ha fatto ragione e racconto di vita. E’ uscito infatti nella primavera scorsa “Morimondo” (Feltrinelli, pp. 315; € 18), diario di un viaggio fatto da Rumiz lungo il Po, dalle dolci rapide di Staffarda, qualche decina di chilometri a valle delle sorgenti del Monviso, alla selvaggia quiete del Delta e di lì a Sansego, idealmente la più orientale delle Isole Elettridi. Isole leggendarie, come tutte le storie che Rumiz è andato cercando lungo il Po, il “grande monosillabo” a cui non serve l'articolo, perché non è un luogo ma un Dio che si fa carico da decenni di tutte le nostre immondizie, colpe ed errori, e, malgrado tutto, è ancora capace di cantare. Più prosaicamente avendolo disceso a remi e a vela, gli unici modi che consentono un ascolto attento, Po è prima di tutto “l'ultimo spazio d'avventura d'Italia”. Settecento chilometri, compresi i rami deltizi, che diventano millequattrocento di rive libere e selvagge.
Dopo pochi giorni dalla partenza Rumiz capisce che il suo obiettivo non sarà elencare, spiegare o citare, la vasta letteratura umanistica e scientifica, ma sarà quello di entrare nella leggenda. Un compito assai arduo perché l'acqua, dolce o salata che sia, è infinitamente più difficile da decifrare della terra. Difficoltà legate ai segni che sono labili come le rotte, alla scrittura che diventa tremolante come le onde, ai pensieri che svaporano come le acque. Così il taccuino dell'autore rimane vuoto per giorni, il Fiume non si disvela facilmente, è “acqua in ostaggio” come i rarissimi uomini che la abitano, nel senso pieno del termine. A ciò si aggiungono gli imprevisti, tra cui il ribaltamento con tutte le conseguenze del caso. Anche Rumiz sperimenta la perfidia dell'acqua, quando inaspettatamente punisce una sua distrazione, facendolo ribaltare e cancellando le poche parole appuntate nei giorni precedenti. Ma, malgrado tutto, miglio dopo miglio, vogata dopo vogata, Rumiz scopre che l'unico vero modo per conoscere un fiume è navigarlo, vivendo “una grandiosa avventura. Oltre ogni speranza, ogni immaginazione”.
Non manca comunque una precisa geografia fatta innanzitutto di toponimi di antichissima ascendenza, una dettagliata narrazione di suggestivi incontri, una minuziosa riscoperta di storie fluviali dimenticate. Tutte queste annotazioni hanno allungato all'inverosimile anche la mappa del Fiume, facendone una vera e propria Tabula Rumiziana lunga tre metri, larga sessanta centimetri, redatta minuziosamente a mano e continuamente aggiornata, che trovava la sua perfetta collocazione la sera sui tavoli delle osterie. Già, le osterie “favolose stazioni del pellegrino fluviale!”, di quello di ieri come di quello di oggi, che se apparentemente sconta il venir meno di paesaggi e dialetti, ritrova comunque nella strepitosa varietà e gustosità dei cibi, l'ultimo rifugio delle identità locali.
Perché poi un libro dedicato a Po si chiami “Morimondo”, titolo che evoca il realismo magico di Gabriel García Márquez, un altro grande narratore fluviale, lo scoprirà solo il lettore più attento, quello che, con la stessa pazienza richiesta da ogni viaggio, saprà attendere il preciso momento in cui l'autore lo rivela, facendolo finalmente salire a bordo.
mercoledì 14 agosto 2013
Biblioteca di mare e di costa
Joseph Conrad
martedì 3 aprile 2012
Biblioteca di mare e di costa

“Tutte le tempestose passioni dell'umanità, ... sono trascorse come immagini riflesse in uno specchio, senza lasciare traccia sul misterioso volto del mare”
Joseph Conrad
Il viaggio è necessità, scoperta, piacere, curiosità, è un mettersi sulla via, terrestre o acquea da millenni, aerea da un secolo a questa parte. “Noi siamo i nostri cammini, non i nostri luoghi”, insegna E.J. Leed. Noi viaggiando lasciamo tracce non solo sulla Terra, ma anche in noi stessi. Il nostro immaginario è in continuo movimento, le nostre stesse radici sono mobili, con buona pace di ogni furore identitario. Paradossalmente solo viaggiando si riscoprono le proprie origini, solo negli occhi degli altri scopriamo noi stessi. Non a caso, che piaccia o meno, il discorso identitario si è rianimato nell'ultimo ventennio, quello della globalizzazione. Viaggio e identità sono le parole che forse, insieme a merci e denaro, possono meglio riassumere le pulsioni di questi ultimi anni. Soffermandoci sulle prime due, le cronache ci parlano quotidianamente di due soli tipi di viaggio, quelli dei migranti e quelli dei turisti, e di due soli tipi di identità, quella extra-comunitaria e quella comunitaria. Rigide dualità di impianto terragno, mentre il mare, e nello specifico l'Adriatico, insegnano a guardare e magari apprezzare la molteplicità, dei viaggi e delle identità.
Ai viaggi adriatici, e di conseguenza implicitamente alle identità, è dedicato l'ultimo libro di Marilena Giammarco, Il «verbo del mare». L'Adriatico nella letteratura II. Scrittori e viaggiatori (Palomar, Bari; pp 382, € 35). Un lavoro che preosegue e completa quello avviato qualche anno fa, dedicato ai miti, alle geografie, ai topoi marinareschi del periglioso Adriatico.
In questo secondo volume l'attenzione si rivolge ai nuovi viaggi adriatici, quelli che descrivono o ri-creano le coste, le acque, le genti, le storie e, non ultimo, l'immaginario di questo mare. Nuovi, perché si fanno partire idealmente dal XVIII secolo e, più precisamente, da quello di Alberto Fortis, uno dei fondatori moderni della geografia, il cui Viaggio in Dalmazia, pubblicato a Venezia nel 1774 divenne un bestseller europeo, tradotto in tedesco, francese e inglese.
Contemporanee e di altrettanto grande valore sono le Lettere campestri dell'abate riminese Aurelio de' Giorgi Bertola, interessantissime “per attestare la visione settecentesca del nostro mare”, riprendendo le parole della curatrice. Bertola nei suoi scritti, prima di Giacomo Leopardi, restituisce una “percezone estetico-simbolica di un'identità adriatica proiettata ... verso l'infinito”. Importantissimo, sempre per ricostruire la visione settecentesca dell'Adriatico, è il lavoro di un altro riminese illustre Giovanni Bianchi, meglio noto come Janus Planco. Medico, filosofo, malacologo, attivissimo promotore culturale che rilancerà anche la gloriosa Accademia dei Lincei. C'è poi l'Adriatico dei romantici e quello poetico di Giacomo Leopardi, Giosuè Carducci, Giovanni Pascoli e Marino Moretti. Quest'ultimo particolarmente attento al mare anche nella sua opera in prosa, a cominciare dai romanzi L'Andreana e La vedova Fiorvanti, entrambi ambientati a Cesenatico. Al viaggio adriatico dedica pagine importanti Gabriele D'Annunzio. Nel 1887 pubblicò una prosa intitolata I Progetti, in cui tracciava la rotta del suo cutter “Don Juan”, dal famigliare porto di Ortona a Venezia e di lì a Trieste, Zara, Sebenico, Ragusa e Cattaro, “golfo sovrammirabile, dove l'aria è così soave che quasi pare opera d'un'incantagione e dove le acque hanno la purezza dei diamanti più puri!”. Ma il romanzo adriatico di D'Annunzio per eccellenza è Trionfo della Morte, dove lo sfondo naturale e ideale è un mare che “avendo perduto ogni materialità e ogni moto, si confondeva con i vapori vaghi delle lontananze: pallidissimo, senza respiro”. Il viaggio non si interrompe certo nell'ultimo secolo, anzi ricchissima è la produzione letteraria degli “Scrittori adriatici tra secondo e terzo millennio”, riprendendo il titolo di uno degli ultimi paragrafi del libro. Letterati in cammino, come gli abruzzesi, di frontiera, come triestini e giuliani, d'oltremare, come slavi e albanesi. Per finire Giammarco propone i “nuovi orizzonti adriatici”, di cui Giacomo Scotti può essere ritenuto un illuminato pioniere, capace di costruire ponti tra le due sponde o tra isole della stessa riva. Altrettanto importante è stato il lavoro di Sergio Anselmi, economista marchigiano capace anche di scrivere appassionanti storie minime di grande impatto emotivo, e di Raffaele Nigro, giornalista e scrittore per cui la scoperta dell'Adriatico sarà “destinata a incidere profondamente” la sua opera.
Marilena Giammarco, associando puntiglio filologico e concreta passione, costruisce un'intensa narrazione dell'Adriatico, riuscendo a comporre un luminoso mosaico fatto di tessere multicolori. Magari lontane, per tempi e modi, ma che opportunamente assemblate restituiscono un'unica immagine di questo profondo golfo mediterraneo.
“In fondo all'Adriatico selvaggio / si apriva il porto della mia infanzia. Navi / verso lontano partivano ... / Era un piccolo porto, era una porta / aperta ai sogni”, canta Umberto Saba1, una porta acquea che ogni giorno ognuno di noi può attraversare mettendo la prua verso il largo, cercando quella libertà che solo il mare può regalare.
martedì 14 dicembre 2010
Biblioteca di mare e di costa

“Tutte le tempestose passioni dell'umanità, ... sono trascorse come immagini riflesse in uno specchio, senza lasciare traccia sul misterioso volto del mare”
Joseph Conrad
Nella scelta fatta da Marilena Giammarco di mettere “I dioscuri” di Giorgio de Chirico, nella copertina del suo nuovo libro (“Il «verbo del mare». L'Adriatico nella letteratura I. Antichi prodormi, riletture moderne”; 2009. Palomar, Bari; pp 208, € 20), emerge in maniera chiara lo strettissimo legame tra la cultura greca classica e l'Adriatico. Ma “Castore e Polluce, luce e ombra”, sono anche una perfetta metafora della duplicità adriatica, dell'opposizione tra Oriente e Occidente, tra settentrione e meridione, tra continentalità europea e marinità mediterranea, tra nebbia e sole, tra sabbie e rocce, tra bora e garbino. Il libro è pubblicato nella Collana Odeporica, diretta da Giovanna Scianatico, strumento editoriale del Centro Interuniversitario Internazionale di Studi sul Viaggio Adriatico ( www.viaggioadriatico.it ).
Ritornando alla dimensione storica riassunta dall'autrice, Spina, Pharos sull'isola di Lissa e Ancona sono solo i più famosi degli scali greci presenti in Adriatico, punti d'arrivo per quei coloni che trovarono lungo le sponde di questo mare un sicuro e proficuo approdo. Ma quegli empori divennero anche snodi fondamentali per la diffusione della cultura greca in Occidente.
Questo della Giammarco è il primo volume di un'opera dedicata alla riscrittura di “un'altra storia” dell'Adriatico, a partire dalla letteratura. A riguardo è necessario evidenziare come questo Mare Superum latino che poi per secoli sarà il Golfo di Venezia, abbia ispirato centinaia di autori, di culture e provenienze differenti che, con i loro testi, hanno lentamente contribuito a costruire una delle più ricche letterature se non proprio marinaresche comunque d'ambiente marino. Questo lavoro partendo dalla natura e dai miti dell'Adriatico, tra cui quelli delle misteriose isole Elettridi e delle bellissime isole Tremiti, ricostruisce una geografia “Per acque e per terre”, articolata in pelago e rive, laghi e lagune, fiumi, montagne e isole, per concludersi infine con le narrazioni di “Tempeste e naufragi”, dall'età classica alla seicentesca “Dodicesima notte” di Shakespeare, ambientata in un'imprecisata città dell'Illiria. Un libro che oltre ad essere una preziosa antologia adriatica restituisce “l'infinità varietà delle forme che lo compongono”, utilissime anche a dimostrare la sua “irriducibile sovranazionalità”, senza dimenticare che “L'Adriatico non è solo il mare di D'Annunzio”.