Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori
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giovedì 13 marzo 2014

Biblioteca di mare e di costa

Franco Arminio sta alla poesia come Michelangelo Pistoletto all'arte. Con la differenza che se le opere di uno dei padri dell'Arte Povera sono entrate nei musei, nei manuali di storia dell'arte e da poco anche nei programmi televisivi del sabato sera, gli scritti di Franco Arminio rimangono una gioia per pochi, perciò ancora più intima. Un piacere rinnovatosi con l’ultimo libro, “Geografia commossa dell’Italia interna” (2013; Bruno Mondadori, Milano; pp 132; 14 €).

Il parallelo con l'Arte Povera credo sia pertinente, se si considera che Franco Arminio sa magistralmente accostare “la poesia alla desolazione, la desolazione alla poesia”. Entrambi sono lavori tesi “alla registrazione “dell’irrepetibilità di ogni istante””, riprendendo le parole di Germano Celant che a sua volta citava proprio Pistoletto.
Arminio lo fa innanzitutto descrivendo i suoi vagabondaggi, quelli di un “flâneur della desolazione” che da anni va di paese in paese, non quelli delle bandiere arancioni o blu, ma quelli che hanno alzato la bandiera bianca della resa, a una modernità a sua volta sfinita. Luoghi che non sono “uno sfondo dove sfiliamo con le nostre ombre. Sono terra e carne, vento, respiro, luce, storia che non si è mai fermata e mai si fermerà”. Franco Arminio si definisce innanzitutto un paesologo, maestro di una disciplina indisciplinata, che “raccoglie le voci del mondo, sente quel che vuol sentire, dice quel che vuole dire”, con una attenzione particolare ai margini e alle periferie, urbane e umane.
Leggendolo, ma soprattutto ascoltandolo, vengono in mente antichi cantastorie o per meglio dire, nel suo caso, poetastorie. Perché, qualunque sia la cifra stilistica prescelta, in ogni sua storia c'è una vibrante tensione lirica. Che sia la poesia, nella forma breve dell'haiku o in quella lunga del poema, il racconto o l'aforisma, Arminio riesce sempre a far alzare in volo le parole. La poesia per Arminio “non è il fiore all'occhiello, è l'abito da indossare, ma prima di indossarlo dobbiamo cucirlo e prima di cucirlo dobbiamo procurarci la stoffa”. Una ricerca che dovrebbe vederci attivi non in patinati altrove vacanzieri, ma nelle opache periferie quotidiane. Perché, anche passeggiando sul lungomare della infinita riva urbana mediterranea, c'è sempre una voce di bambino o di vecchio da ascoltare, un grigio del cielo o del mare da ricordare, un'increspatura del mare o della spiaggia da vedere. Abitiamo luoghi che chiedono attenzione, fragili e sciupati, capaci comunque di regalare emozioni.  
In quest'ultima raccolta di testi, apparsi negli ultimi anni su giornali e riviste, ciò che sembra emergere con ancora maggior forza rispetto ai precedenti libri, è il parallelo tra lo stato del corpo e quello del paesaggio, tra la salute dell'autore e quella del Meridione. Quella che Arminio qui tratteggia è una vera e propria anatomo-geografia, una dissertazione che è innanzitutto dissezione, un'autopsia di strade e piazze, di parcheggi e cavalcavia, di nuove miserie e vecchie consuetudini. E', come riassume il titolo, la geografia commossa dell'Italia interna, uno sguardo comunque utile anche a chi voglia osservare criticamente anche l'altrettanto precaria Italia costiera.
Chiudo con un verso augurale, che apre quest'ultimo lavoro di Arminio: “Concedetevi una vacanza / intorno a un filo d'erba / dove non c'è il troppo di ogni cosa / dove il poco ancora ti festeggia”.

venerdì 9 novembre 2012

Il nostro mare quotidiano


Oggi ho ascoltato Franco Arminio, poeta e scrittore, tra i più stimati e illuminanti del momento.
Un incontro insieme malinconico, divertente e interessante, com'è la vita ci ha ricordato Arminio, soprattutto se vissuta nei paesi.
Anch'io come lui credo che oggi il racconto dei luoghi possa nascere solo se affetti "dall'infiammazione delle residenza". Per cercare di ritrovare la pace lui si sposta da un paese all'altro. Io, a seconda delle stagioni, cammino lungo le rive o nuoto, remo e veleggio nelle acque che bagnano i nostri paesi. Entrambi amiamo respirare l'aria feriale, quella quotidiana.

Di seguito pubblico l'articolo che ho dedicato al suo prezioso lavoro di paesologo, pubblicato nei giorni scorsi sul Corriere Romagna. Per l'occasione ho scelto un titolo che declina quello del suo ultimo libro al nostro mare quotidiano.

Acquasangue

Grazie alla prometeica sensibilità del Teatro Valdoca, è arrivato finalmente anche in Romagna Franco Arminio. Il paesologo, come preferisce definirsi, ha portato nel pascoliano dolce paese (che fu) le sue idee, la sua voce, la sua curiosità errante.
Ma chi è Franco Arminio? e, soprattutto, cos'è la paesologia?
Chi è Franco Arminio? e, soprattutto, cos'è la paesologia?
Rispondendo alla seconda domanda, inevitabilmente si chiarisce anche la figura del padre di questa “scienza arresa”, un felice, necessario, intreccio tra etnologia e poesia. Un'arte narrativa e interpretativa acuta, originale, a volte dolorosa, sempre pungente. Attenzione, la paesologia non ha niente a che fare, anzi è antitetica, con la paesanologia, cioè con la diffusa, pericolosa e controproducente smania di elevare il proprio campanile, di imbellettare i luoghi artificiosamente e, nella migliore delle ipotesi, di ammantarli di finto antico. La paesologia è una “scienza a tempo”, quella di questo tempo incerto, in cui una “modernità incivile” ha spazzato via troppo velocemente una civiltà contadina che aveva plasmato nei secoli i paesi. Non che il passato fosse idilliaco, anzi, ma almeno le pietre e i volti erano conosciuti, la terra e la carne meno straziata. Il problema, secondo Arminio, non è tanto che i paesi si stiano spopolando, ma che la città, nell'accezione peggiore, li abbia raggiunti, guastandoli.
Il suo non è un grido nostalgico ma un canto malinconico che da trent'anni si alza dalle macerie di un Sud dilaniato da terremoti, anche umani, forse i più devastanti.
Franco Arminio partendo e tornando ostinatamente alla sua Bisaccia, dove è nato e vive, ha esplorato e continua a farlo, per cerchi concentrici l'Irpinia, la Campania, il Mezzogiorno, l'Italia. A riguardo il paesologo non tradisce una delle poche regole della sua disciplina: andare nei paesi per tornare in fretta al proprio.
Il suo orizzonte geografico negli anni si è allargato, mentre immutata è rimasta la ricerca dei paesi, quelli che alzano la “bandiera bianca”, quelli sconfitti dalla modernità, quelli insignificanti per i tour operator. L'Italia che ama è quella “disunita”, una paese spaiato “che somiglia a un calzino rotto appeso a un ramo in un giorno di vento”. Una dichiarazione d'amore anche per il vento che, insieme alla neve, è il tratto meteorologico che più appassiona Arminio. Forse perché se la neve regala ai paesi un rigore, “uno stile che i luoghi caldi hanno perduto”, il vento riesce ancora a scompigliare, movimentare, vitalizzare, anche luoghi anonimi. Franco Arminio è un anemofilo, un innamorato del vento, per cui l'erranza meditativa è l'unica possibile forma di viaggio. Rivelazione esteriore e interiore, sguardo attento, paziente, qualche volta arrabbiato, spesso spaesato. Quello di un uomo che ha dismesso “l'arroganza di chi pensa di essere il padrone della Terra”, che si sente “come un cane bastonato”.
Può questo metodo essere sperimentato in Romagna? e se sì dove?
Di certo nei cento paesi appenninici, ancora fortunatamente lontani dal circo turistico “sanmarinesizzante”, ma crediamo anche nei paesi costieri “riminesizzati”. Se immaginiamo che Arminio e i suoi allievi si muoveranno tra ruderi e calanchi, vagando per quell'Appennino che è la colonna dorsale italiana “che sta perdendo poco a poco la sua linfa”, speriamo, anzi ci permettiamo di invitare i paesologi ad esplorare e descrivere i guasti di una bulimia edilizia che ha riminesizzato le coste. E questo non è solo un problema urbanistico, ma è una forma di “autismo corale”, di straniamento individuale riguardante i tanti che non abitano ma risiedono a Misano Adriatico, Miramare, Bellariva, Marebello, Rivazzurra, San Giuliano, Rivabella, Viserba, Viserbella, Torre Pedrera, Igea Marina, Bellaria, San Mauro Mare, Gatteo Mare, Valverde, Pinarella, Milano Marittima, Lido di Savio, Lido di Classe, e gli altri Lidi ravennati e ferraresi; insomma tutti quei paesi che compongono l'iper-paese costiero romagnolo. Un iper che restituisce i caratteri dimensionali e commerciali di una infinita riva urbana che neanche la più geniale archistar riuscirebbe a risanare, che nessun progetto di arredo urbano saprebbe riqualificare. Per abitare, nell'accezione piena e piacevole, la riva urbana è necessario innanzitutto uno sforzo emotivo, un lungo e faticoso percorso di autoanalisi, prima psicologica e poi urbanistica, in cui la paesologia può aiutare. Una paesologia correttamente declinata a questi luoghi che, oltre al cielo, hanno il mare, un'enorme “foresta blu” che continua a regalare qualità al vivere, malgrado tutto.

Franco Arminio, 2012. Terracarne. Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia. Mondadori, Milano; pp 360 € 18.