Le rive del mare: da spazi pubblici a labirinti del consumo, parafrasando Franco La Cecla.
Potrebbe essere questa in estrema sintesi la descrizione dell'ultimo orizzonte paesaggistico delle coste italiane?
L'antropologo siciliano, già apprezzato autore tra gli altri di “Perdersi. L'uomo senza ambiente” (Laterza, 1998 ) e “Contro l'architettura” (Bollati Boringhieri, 2008), ci propone sul Venerdì di Repubblica del 29 ottobre 2010, una breve disamina delle opposte idee occidentali di spazio pubblico. C'è chi vorrebbe controllare, commercialmente e poliziescamente, ogni luogo e chi invece ritiene che la libertà sia un concetto da applicare, nelle sue imprevedibili e anarchiche soluzioni, almeno agli spazi pubblici. E' superfluo aggiungere che i primi cercano in ogni modo di sostituire i consumatori ai cittadini, mentre i secondi si trovano ormai sul barricate di resistenza civile. Questa disamina, che prende spunto dalla nuova stazione di Milano per allargare lo sguardo su spazi pubblici (o commerciali?) di altre metropoli, è purtroppo sempre più calzante anche per le rive del mare, che siano spiagge libere occupate da stabilimenti balneari, selvagge falesie lottizzate in residence o, altrettanto pericolosamente, accessibili banchine portuali recintate per essere trasformate in esclusivi marina. Basta fare, o spesso cercare di fare!, una passeggiata nei porti liguri per rendersi conto di quanto la logica della maxi-nautica da diporto stia schiacciando ogni altra forma di passione marinaresca, o provare ad avvicinarsi a tante spiagge laziali, senza alcuna intenzione di pagare il biglietto d'ingresso o comunque pedaggio in altra forma.
Se come ci ricorda sempre Franco La Cecla “La piazza è un invenzione italiana”, le rive del mare sono una naturale, costitutiva qualità del paesaggio peninsulare. Non dimentichiamo poi che negli ultimi cinquant'anni la maggior parte delle coste sono state trasformate in rive urbane, declinazione marina delle “campagne urbane” comuni ormai a tanta parte d'Europa. Di queste rive urbane, il mare rimane l'unico orizzonte di libertà, per questo ogni affaccio, che si tratti di spiagge o coste scoscese, strade o larghi, va difeso dall'assalto privatistico, va inteso come bene comune, o pubblico demanio, per usare una definizione ottocentesca che andrebbe aggiornata.
Non mi stancherò di dire e di scrivere che le singole rivendicazioni di gratuità del mare, come tante piccole onde che sovrapponendosi prendono forza, possono trasformarsi in una insopprimibile necessità collettiva di riappropriarsi del Mediterraneo.
Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano.
Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne.
Fabio Fiori
Visualizzazione post con etichetta demanio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta demanio. Mostra tutti i post
giovedì 4 novembre 2010
sabato 16 ottobre 2010
Il nostro mare quotidiano
E' stata presentata ieri a Roma l'iniziativa “Paesaggi sensibili 2010: ecco le 50 coste da salvare”, promossa da Italia Nostra. In occasione della Settimana nazionale dei paesaggi sensibili, dal 19 al 24 ottobre 2010, Italia Nostra ha puntato quest'anno l'attenzione sulle coste. Il più “lungo” dei paesaggi italiani, uno dei più estesi e, soprattutto, il più assediato. Da oltre un secolo l'assalto alle rive ha assunto infatti i tratti non solo di un saccheggio ambientale senza precedenti, ma anche di un vero e proprio sconvolgimento urbanistico e sociologico. Gli italiani nel volgere di un secolo hanno abbandonato montagne e campagne per inurbarsi innanzitutto lungo le coste, in lunghissimi iper-paesi costieri. Se a ciò si aggiungono sempre nuovi appetiti immobiliari e un consumo balneare forsennato, quello che rimane è un'infinita, anonima, periferia costiera, ormai per molta parte impresentabile anche dalle più abili agenzie turistiche. Come ha sottolineato Italia Nostra, ““Il mare d’inverno” in molti casi vuol dire degrado e incuria, stabilimenti balneari chiusi e lasciati in pessime condizioni, ma ciò che è ancora più grave, con sbarramenti o lucchetti che impediscono il passaggio alle persone, violando uno dei diritti del nostro Paese, il libero accesso al mare.”. Ed è proprio quest'ultima affermazione il cuore del problema: la privatizzazione delle coste. Perché se come denuncia l'associazione i quattro mali “più gravi alla base dei problemi che stanno deturpando il volto del paesaggio costiero italiano [sono]: infrastrutture portuali e stradali; costruzioni sui litorali; erosioni (causate spesso da porti e costruzioni); abusivismo”, la causa prima rimane la privatizzazione di un bene comune: il mare e le sue coste.
Partecipando a una delle tante e interessanti iniziative programmate dalle sedi locali di Italia Nostra, o semplicemente pretendendo di poter accedere in ogni stagione alle rive e alle acque di casa nostra, si testimonierà la propria determinazione nel richiedere a gran voce lo status di bene comune per il più vasto dei paesaggi italiani: il mare. Una rivendicazione fondata su tre principi: inalienabilità da parte dello Stato, libertà e gratuità di accesso per ogni cittadino. Principi validi a maggior ragione oggi che affollatissime sono le rive urbane, in cui l'orizzonte marino rimane l'unico ambiente in cui poter quotidianamente immergersi, con infinito, libero e gratuito piacere.
Partecipando a una delle tante e interessanti iniziative programmate dalle sedi locali di Italia Nostra, o semplicemente pretendendo di poter accedere in ogni stagione alle rive e alle acque di casa nostra, si testimonierà la propria determinazione nel richiedere a gran voce lo status di bene comune per il più vasto dei paesaggi italiani: il mare. Una rivendicazione fondata su tre principi: inalienabilità da parte dello Stato, libertà e gratuità di accesso per ogni cittadino. Principi validi a maggior ragione oggi che affollatissime sono le rive urbane, in cui l'orizzonte marino rimane l'unico ambiente in cui poter quotidianamente immergersi, con infinito, libero e gratuito piacere.
Etichette:
demanio,
il nostro mare quotidiano,
Italia Nostra,
paesaggio,
spiagge libere
mercoledì 26 maggio 2010
Il nostro mare quotidiano
Nuvole nerissime, sull'orizzonte del mare come bene comune, si addensano in questi ultimi giorni di maggio. Dal centro del Mediterraneo, si è mossa l'onda federalista italiana, abbattutasi innanzitutto sul demanio marittimo, con conseguenze difficilmente prevedibili. E' forse inutile dire che i timori superano le attese, visti i modi mercantili con cui in questi anni si sono affrontati questi temi. Da nord invece continua a scendere il vento liberista europeo che vuole eliminare la “modalità parentale” tutta italiana delle concessioni demaniali. In questa temperie normativa, dai controversi risvolti regionali, nazionali e comunitari, le uniche voci che i media amplificano sono quelle degli operatori economici, alias bagnini, chioschisti, ecc. che chiedono la vendita (svendita?) del più fruttuoso (per loro) dei beni pubblici italiani: la spiaggia. Sulle limitazioni nostrane del libero accesso alle rive si è occupato recentemente anche la trasmissione televisiva Report con “Di pubblico demanio” di Emilio Casalini.
Ma la gravità della situazione la sperimentiamo ogni giorno da anni, su entrambi i versanti della Penisola, isole piccole e grandi comprese. E dire che già Cicerone affermava: “cosa vi è di così comune come il mare per coloro che navigano e le coste per quelli che vi vengono gettati dai flutti?”.
Proprio prendendo spunto dai più recenti fatti di cronaca e, parafrasando queste antiche parole, ci sentiamo naufraghi di un mare perduto, capaci però ancora di urlare la pretesa di avere acque limpide dove immergerci, spiagge libere dove distenderci o passeggiare, banchine accessibili dove affacciarci per respirare l’aria del mare e ammirare i crepuscoli, baie protette dai venti e dai consumi dove calare l'ancora. Richieste improrogabili, parte di quella più generale battaglia civile volta a rivendicare i beni comuni.
Ma la gravità della situazione la sperimentiamo ogni giorno da anni, su entrambi i versanti della Penisola, isole piccole e grandi comprese. E dire che già Cicerone affermava: “cosa vi è di così comune come il mare per coloro che navigano e le coste per quelli che vi vengono gettati dai flutti?”.
Proprio prendendo spunto dai più recenti fatti di cronaca e, parafrasando queste antiche parole, ci sentiamo naufraghi di un mare perduto, capaci però ancora di urlare la pretesa di avere acque limpide dove immergerci, spiagge libere dove distenderci o passeggiare, banchine accessibili dove affacciarci per respirare l’aria del mare e ammirare i crepuscoli, baie protette dai venti e dai consumi dove calare l'ancora. Richieste improrogabili, parte di quella più generale battaglia civile volta a rivendicare i beni comuni.
Etichette:
beni comuni,
demanio,
il nostro mare quotidiano,
spiagge,
spiagge libere
Iscriviti a:
Post (Atom)