Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori
Visualizzazione post con etichetta isola. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta isola. Mostra tutti i post

lunedì 13 luglio 2020

Insulomania: Castel dell'Ovo

“Due miglia in circa verso S. ¼ Lev. della bassa punta di Posillipo, è il castel dell'Ovo ch'è sopra una roccia: in questa distanza vi è un gran golfo, e quasi nel mezzo, una grossa punta riempita di palazzi e case, con una Chiesa, chiamata Santa Maria del Parto” ... a partire da questa fulminea descrizione ottocentesca, s'avvia il mio racconto di un isola-fortezza che nasconde tanti segreti. ... Un'altra puntata di "Insulomania" su Bolina di luglio, in edicola e online.

domenica 8 dicembre 2019

Velabondaggi - Arcipelago Sud di Göteborg

Fin dall'antichità le navi viaggiano anche per terra. Un tempo con grande fatica, oggi con qualche ingegno. Racconta Appollonio Rodio che gli argonauti, nel lunghissimo e avventuroso viaggio di ritorno dalla Colchide, affrontarono tempeste furiose, popoli guerrieri, dei iracondi. .... . Molto più comodamente, ma suscitando lo stesso stupore in chi li vedeva passare, “Lontano, lontano, sempre portando la nave” sul tetto dell'auto, due velabondi hanno raggiunto l'estate scorsa le rive del Kattegatt, mare iperboreo, che s'apre al di là dei 50° nord. ...
Il racconto di questo velabondaggio estivo nelle lontane isole dell'Arcipelago Sud di Göteborg è in edicola con Bolina
The story of this summer "velabondaggio", #sailing wandering, in the distant #islands of the South Archipelago of Gothenburg is published in the December issue of Bolina

martedì 13 giugno 2017

Insulomania

ALICUDI


Le isole remote non sono solo quelle “minuscole macchie di terra che parevano essersi perse nella vastità dell'oceano”, riprendendo le parole di Judith Shalansky che qualche hanno fa ha scritto un fantasioso isolario. Remote sono anche tante altre isole mediterranee, dove magari non andremo mai, parafrasando sempre la scrittrice, bibliofila e isulomane tedesca. 
Tra le isole remote del Mediterraneo possiamo ascrivere anche Alicudi, la più isolata dell'Arcipelago delle Eolie. Ancora negli anni Cinquanta del Novecento era molto difficile arrivarci, le corse del traghetto da Messina erano bisettimanali, tempo permettendo, e lo sbarco non era diretto ma avveniva attraverso il rollo, la barca a remi che faceva la spola tra la nave e la spiaggia. Alicudi rimane comunque importuosa, essendo la cima tronco-conica di un vulcano spento, quindi quasi perfettamente circolare. Un vulcano di oltre duemila metri, se si considerano i 1.500 subacquei e i 675 emersi. Quello eolico è un arco vulcanico che si spinge ben più a occidente di quest'ultima isola emersa. L'insulomane non può dimenticare anche quelle isole sottomarine che mai raggiungerà e qui prendono nomi celesti: Eolo, Anarete e Sisifo. I geologi li chiamano oggi seamounts e ne indagano le caratteristiche anche per eventualmente sfruttarne la potenza geotermica. Gli insulomani invece continuano a sognare una, cento, mille ferdinandee, isole che improvvisamente appaiono dai flutti, per poi altrettanto rapidamente scomparire, come accadde nell'Ottocento nel Canale di Sicilia e come nelle settimane scorse potevano far presagire le notizie che arrivavano dalle acque dell’Arcipelago Toscano.
Nel frattempo Alicudi rimane un meraviglioso obiettivo, un’isola remota ma storicamente popolata fin dall'antichità, sul versante sudorientale, quello meno ripido.
...

L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di giugno 2017

martedì 28 marzo 2017

Insulomania

Isole marine o lacustri, fluviali o lagunari, comunque scrigni preziosi, anche di storie antichissime.

SAN LAZZARO DEGLI ARMENI

Ci sono isole lontane che nascondono storie vicine. Ma è vero anche il contrario. Perché ci sono isole vicine che nascondono storie lontane, nel tempo e nello spazio. Esemplare è la vicenda dell'Isola di San Lazzaro degli Armeni nella Laguna Veneta, che già nel nome tiene insieme due diverse storie. San Lazzaro rimanda infatti all'utilizzo medievale dell'isola, quando era un lazzaretto posto a un miglio da Piazza San Marco e a soli cento metri dalla riva interna dell'isola del Lido. Un'isoletta “presso la riva sciroccale del canale Lazzaretto Vecchio, 500 passi ad ostro dall'isola di S.Servilio”, si legge in una guida ottocentesca che restituisce la dimestichezza con i venti che in tanti avevano un tempo. Degli Armeni invece ci parla della storia recente, avviatasi nel 1717 quando l'isola fu donata dalla Repubblica a Manug di Pietro detto Mechitar. Questo monaco armeno fondò a Costantinopoli nel 1701 un ordine che da lui prese il nome, seguendo la regola benedettina. 
...

L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di marzo 2017




lunedì 29 agosto 2016

Insulomania

Ci sono isole circolari o ellittiche, lineari o frastagliate. Alcune hanno forme bizzarre, di pesci, farfalle e altri cento animali fantastici. L'isola di Capraia è una mandorla di pietra, una forma che, come insegna il mito, è il frutto dell'intersezione di due mondi, quello spirituale e quello materiale, a cui si aggiunge l'altrettanto pertinente allegoria dell'eterna rinascita della natura.

CAPRAIA

Sono tante le isole legate indissolubilmente alla storia di un uomo o di una donna, di uno scrittore o di un condottiero. Legami mitici, come quelli delle dee isolane incontrate da Odisseo, il primo degli insulomani, legami letterari come quello tra Caprera e Giuseppe Garibaldi, tra Procida ed Elsa Morante, tra Montecristo e Alexandre Dumas, legami storici come quello tra Elba e Napoleone o tra Capraia e Dragut. Se sulla più grande delle isole dell'Arcipelago Toscano la vicenda napoleonica si svolse nell'arco di qualche mese, ed è molto nota, quella corsara sull'isola di Capraia durò solo qualche giorno, ed è meno conosciuta anche se le sue tracce non sono meno profonde. Innanzitutto il drammatico assedio del 1540, con decine di morti, seguito dalla cattura e dalla deportazione di gran parte della popolazione. Questi ultimi fortunatamente ritrovano la libertà dopo pochi giorni, per intervento dei genovesi che realizzarono poi imponenti fortificazioni, tra cui il Forte di San Giorgio, che ancora oggi mantiene vivissimo il ricordo di Dragut e del pericolo corsaro. Il Forte, realizzato sulle rovine del Castrum Capraie, segnò anche la definitiva conquista dell'isola da parte dei genovesi, che dopo secoli di contesa, in primis con Pisa, l'avevano presa nel 1506. In quel lontano 1540 la lenta storia dell'isola accelerò bruscamente, perché nel giugno si svolsero i tragici avvenimenti dell'assedio, dello sbarco, dei massacri, del rapimento e della successiva liberazione, avvenuta in Corsica per intervento di Giannetto Doria, che riuscì anche a catturare il luogotenente di Barbarossa, corsaro alleato dei Francesi. Poi, già a settembre dello stesso anno, i genovesi diedero inizio ai lavori di costruzione, a partire dal Bastione di Scirocco. Da quell'anno il forte divenne rifugio prezioso e simbolo, ben visibile dal mare. Ancora oggi, malgrado i crolli ottocenteschi, la sua forza rimane intatta ed è punto di riferimento per chi fa rotta sul porto.
...

L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di maggio 2016

giovedì 17 dicembre 2015

Biblioteca di mare e di costa


L'isola di Montecristo descritta da Marco Albino Ferrari, le vele latine di Giovanni Panella, un'altra avventura subacquea di Enzo Maiorca e storie di pirati di Gabriel Khun. Sono questi i temi e gli autori delle quattro recensioni che trovate su L'Indice dei Libri del Mese di dicembre.

Buon vento e buona lettura a tutti, a cominciare da una anticipazione della recensione di "La vita all'ombra del Jolly Roger. I pirati dell'epoca d'oro tra leggenda e realtà"(pp. 288, €  16,00. Elèuthera, Milano, 2015

Questo nuovo lavoro sulla pirateria, che a detta dello stesso autore è anche una moda, cerca innanzitutto di andare oltre l'antagonismo sorto tra due antitetiche interpretazioni politiche del fenomeno. Da una parte c'è chi insiste sulla dimensione banditesca, dall'altra chi ritiene che molti di essi avevano idee libertarie e che quindi misero in pratica una loro visione di democrazia e uguaglianza, riprendendo le parole di Markus Rediker. Gabriel Khun, austriaco di nascita e svedese di adozione, cerca di comparare le due teorie, anche se fin dall'introduzione dichiara che un compito del libro è quello di “rendere politicamente significativa, nel contesto contemporaneo, la fascinazione radicale per la pirateria e suggerire come il Jolly Roger possa sventolare dai balconi e alle manifestazioni senza essere soltanto una ritualità simbolica”.
...
Mentre sugli aspetti sociologici e politici gli esperti si dividono, tutti concordano nel ritenere il pirata un nomade,   un nemico della civiltà d'origine e soprattutto della nazione. Non a caso la “confraternita, il commonwealth o la confederazione pirata dell'epoca d'oro trovava la più esaltante espressione nella sua minacciosa bandiera nera: il Jolly Roger”. Nelle diverse varianti, era ed è un simbolo universale che, malgrado sia stato cannibalizzato dal consumismo, viene ancora oggi utilizzato nelle più disparate battaglie politiche e civili. Ma attenzione! Come avverte Khun nelle ultime pagine “i radicali di oggi possono dunque continuare a sventolare con orgoglio il Jolly Roger: tutto quello che devono fare è guadagnarsi il diritto di farlo”.


giovedì 2 aprile 2015

Velabondismo

Laguna di Venezia settentrionale

Il velabondismo o campeggio nautico o dinghy cruising che dir si voglia, è una pratica assolutamente minoritaria nel diporto mediterraneo. Va però ricordato che la sua storia è antica, soprattutto in Inghilterra, dove è ancora oggi molto diffuso malgrado acque e venti gelidi. Un capostipite illustre dei diari di viaggio nautici, che gli inglesi chiamano sailing memories, è “Un migliaio di miglia con la canoa Rob Roy” di John MacGregor, pubblicato nel 1866, molto prima quindi del ben più noto “Solo, intorno al mondo” di Joshua Slocum, che è del 1900. Il libro di MacGregor ebbe un grande successo e rivelò a un ampio pubblico il fascino di “un nuovo modo di viaggiare”, riprendendo l'incipit dell'autore, per mari, fiumi e laghi europei su una canoa di 14 piedi, con anche vela al quarto e fiocco, armati su un albero di poco più di 3 piedi.

Noi epigoni di MacGregor, continuiamo a velabondare con piccole derive, questa volta in acque bassissime, quelle della Laguna di Venezia. Un viaggetto di tre giorni con due Laser e un X14 (per gli aspetti tecnici sull'armamento si rimanda a BOLINA di ottobre 2014, pp 69-73), per altrettanti marinai, nella parte settentrionale della Laguna, prendendo come spartiacque il Ponte della Libertà che collega la terraferma alla città. Una navigazione insieme impegnativa e sicura, perché si è costretti a bordeggiare in canali stretti e in bassi fondali,  spesso con correnti forti, ma allo stesso tempo le distanze sono minime e la terra è sempre vicina, anche se non è quasi mai facile scendere e alare.
Abbiamo varato a San Giuliano di Mestre, grazie alla gratuita ospitalità dei circoli del Polo Nautico, instancabili promotori di iniziative sportive e culturali volte anche alla riscoperta del meraviglioso arcipelago veneziano. Sì arcipelago, perché nei 550 chilometri quadrati lagunari sono disperse una ventina di isole vere e proprie, a cui si aggiungono una quarantina di microisole, chiamate lazzaretti, ottagoni, cason, batterie, motte. Alcune isole sono unite insieme da ponti, come quelle che compongono Venezia, Murano o Burano e Mazzorbo, e molto frequentate, altre sono isolatissime e semisconosciute, come la settentrionale Santa Cristina o la centrale Poveglia. Ci sono poi isole cimitero, San Michele, isole orticole, Sant'Erasmo, isole pescherecce, Pellestrina, isole balneari, Lido; insomma un arcipelago non solo geografico ma anche di tipicità, storiche ed economiche. Un arcipelago ideale per barche a basso pescaggio, per equipaggi ad alto randagismo.

...


Continua sulle pagine di carta o elettroniche di Bolina di Aprile 2015. Vi ricordo inoltre che in un precedente articolo pubblicato su Bolina di Ottobre 2014, troverete anche una scheda di confronto tra due derive simili, Laser e X14, e una seconda scheda dedicata a cosa serve per affrontare questo genere di viaggi.

venerdì 6 marzo 2015

Insulomania

Isole, isole, isole ...reali o fantastiche, vicine o lontane, solitarie o urbane.
Buon vento!

ORTIGIA

Ci sono isole che appaiono e altre che scompaiono; tra queste ultime qualcuna sprofonda senza lasciare traccia in superficie, altre invece si legano alla terraferma, per diventare penisole o più propriamente ex-isole. Eclatante il caso di Venezia, ma altrettanto mirabile quello di Ortigia in Sicilia. Una microisola che già dall'antichità è andata ad ampliare la più grande delle isole mediterranee. “Isola plurale”, riprendendo una nota definizione dello scrittore Gesualdo Bufalino, posta esattamente al centro del Mediterraneo e perciò da sempre crocevia di popoli e culture. Esiste infatti una Sicilia greca e una romana, una bizantina e una araba, una normanna e una borbonica, e tante altre, tutte a loro modo sovrapposte e ancora oggi visibili, architettonicamente e culturalmente. Allo stesso modo, Ortigia riassume in sé le tante sicilie, condensandole in un unicum di mediterraneità d'insuperabile bellezza.
Ortigia era una dea, il cui nome deriva dal greco ortix che significa “quaglia”, l'uccello in cui si trasformò per sfuggire all'amore di Zeus. Un'ortix che precipitò dal cielo in mare per farsi di pietra e per ospitare un altro mito amoroso che vede protagonista la ninfa Aretusa. Questa, dopo lunghe peripezie, si tramutò in acqua saliente, per cercare di sfuggire alle lusinghe di Alfeo, dio del fiume. “Io ero una delle ninfe che stava nell'Acaia”, racconta Aretusa per mano di Ovidio, “Straniera sono in Sicilia … io scorro in caverne dentro le sue profondità, e qui levo fuori il capo e rivedo le stelle quasi dimenticate”. Miti che legano le origini di questa ex-isola alla madrepatria greca.
...

L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di dicembre 2014

PS
l'immagine scelta per questo post, che rappresenta l'isola dell'Ortigia, è una elaborazione delle storiche mappe che impreziosiscono le guide rosse del Touring Club Italiano e vuole essere anche un invito a rileggerle.

lunedì 3 novembre 2014

Insulomania

Un'altra pagina del mio Isolario.
Buon vento!

PALMARIA

Non tutti gli isolari, come le isole stesse, sono sempre facilmente riconoscibili. Ce ne sono alcuni dichiarati sin dalla copertina, altri scritti in forma di portolani o corografie, altri ancora nascosti in libri d’altro genere. Tra questi c’è quello di Emanuele Repetti, pubblicato nel 1836, un isolario disperso tra le migliaia di pagine del “Dizionario geografico fisico storico della Toscana”. E' dedicato all’Arcipelago Toscano, che “stando alla divisione geografica da noi adottata” comprende tutte quelle isole “situate ad una certa distanza dal litorale della Toscana, a partire dal promontorio di Portovenere sino al di là del promontorio di Cossano: nel qual spazio la più settentrionale è l’Isola di Palmaria”. Anche se qualche spezzino storcerà il naso, la descrizione dell’isola fatta dal geografo toscano rimane dettagliata e suggestiva. A onor del vero, lo stesso Repetti precisa subito dopo che Palmaria appartiene al ducato di Genova, Regno Sardo, per passare poi, aggiungiamo noi, al Regno d’Italia.

E proprio dalla sua descrizione partiamo per questa insulografia: “di figura triangolare quasi equilatera, che ha la punta di un angolo voltata a maestro, e da questo lato si avvicina a 200 braccia dalle rupi di Porto-Venere, formando con esse la Bocca piccola del suo porto”. Passando dal linguaggio geografico a quello artistico, possiamo scrivere che Palmaria e Portovenere formano un dittico di straordinaria bellezza. Una farfalla con un’ala bagnata dall’acqua ligure e una dalla terra lunigiana. “Dirimpetto a Portovenere ed al suo seno marino la Palmaria si leva dall'onda”, si legge in una antologia geografico-letteraria ottocentesca.

L'articolo completo è pubblicato sul mensile BOLINA di settembre 2014

giovedì 27 marzo 2014

Insulomania

Ecco una nuova pagina del mio isolario, in cui racconto storie di isole reali, visitate o sognate, e di isole fantastiche, mie o altrui. Il portolano di un inguaribile insulomane.
Buon vento!

BARBANA

Nel vocabolario dell'insulomane non dovrebbe mancare “barena”, cioè un affioramento lagunare di sabbia o fango, insomma un'isola incipiente. Se pochissimi possono vantare d'aver assistito alla nascita di un'isola marina, ogni insulomane potrebbe togliersi la soddisfazione di assistere all'apparizione di un'isola lagunare. E dove meglio che nelle lagune settentrionali dell'Adriatico? Lì le barene sono in continuo divenire e alcune diventano isole vere e proprie nel corso dei secoli, magari con l'aiuto dell'uomo. Tra queste Barbana, nella laguna di Grado, ospita un importante santuario che, secondo la tradizione, risale al VI secolo. Di Barbana ha scritto anche uno dei più illustri geografi del XVII secolo, Vincenzo Maria Coronelli. Il Cosmografo della Serenissima oltre al bellissimo e documentato Isolario, in cui descrive le isole lagunari e d'oltremare, lavorò anche a una delle prime enciclopedie, intitolata Biblioteca universale, in cui si parla di Barbana,  “isoletta nelle vicinanze di Grado … e benché il suo circuito non si estenda, che poco più di mezzo miglio, i miracoli però che opera in essa la Gran regina degli Angeli, la rendono cospicua, e riguardevole”. Un isola fatta di terra miracolosa, “antidoto possente contra i morsi de'serpenti, e d'animali velenosi”.
...
Nella Laguna di Grado e Marano, le isole con nome proprio sono una quindicina e Barbana è quella più famosa, almeno per le vicende mariane. La fondazione del Santuario presente sull'isola risale al VI secolo e, secondo la leggenda, è legata al ritrovamento miracoloso di un immagine della Madonna, in seguito a una devastante mareggiata che mise in pericolo anche la città di Grado. Il Santuario ospita una comunità di frati francescani ed è meta da secoli di un suggestivo pellegrinaggio nautico, nella prima domenica di luglio. Una numerosa flotta di barche, piccole e grandi, addobbate a festa, celebra ogni anno il Perdòn di Barbana, con cui la comunità gradese ricorda la grazia ricevuta dalla Madonna in occasione della peste del 1237. Un ex-voto animato, in cui viene imbarcata la Madonna degli Angeli per un pellegrinaggio acqueo, dalla Basilica di Sant'Eufemia all'Isola di Barbana.
Della Laguna era innamorato anche Pier Paolo Pasolini, che vi girò alcune scene di Medea, interpretata da Maria Callas. Di Grado scrisse: “Il grigio-azzurro del suo cielo e il verde dei suoi alberi friulani, il vermiglio e il cobalto attutiti del suo porticciolo, e l'oro dei capelli della sua gioventù, ne fanno un luogo dell'anima”.
Un incantato silenzio mistico è il regalo più grande che l'Isola di Barbana continua ad offrire da secoli all'insulomane.


L'articolo completo è pubblicato sul numero di MARZO 2014 di BOLINA

sabato 18 gennaio 2014

Insulomania

Ecco una nuova pagina del mio isolario, in cui racconto storie di isole reali, visitate o sognate, e di isole fantastiche, mie o altrui. Il portolano di un inguaribile insulomane.
Buon vento!

PROCIDA

Se esiste una relazione tra barca e isola, come tra marinaio e isolano, possiamo ipotizzare che l’insulomania sia inversamente proporzionale alle dimensioni dello scafo. In una battuta quindi, più piccola è la vela, più grande è l'amore per l'isola.
Approdando a Procida dobbiamo constatare che la sua storia dimostra che valgono anche le opposte relazioni, perché da una piccola isola, per altro vicinissima alla terraferma, nell'Ottocento si è sviluppata una delle più importanti marinerie del Mediterraneo. Lapidaria e documentata l'affermazione di Tomaso Gropallo, autore de “Il romanzo della vela. Storia della Marineria Mercantile a vela del secolo XIX”: “Quest'isola così modesta per dimensioni fu tuttavia, al tempo velico, veramente grande e non seconda a nessuno per ardimento e coraggio sugli Oceani. I procidani furono e sono tuttora [1973, nda], una razza di marinai al lungo corso” . Una storia antica  strutturatasi economicamente e culturalmente nell'arco di alcuni secoli. Già nella seconda metà del Seicento infatti venne ufficialmente istituito il Pio Monte dei Marinai, con scopi mutualistici che riuniva capitani, marinai e armatori, finalizzato anche al riscatto di coloro che cadevano nelle mani dei corsari. Una seconda fondamentale istituzione fu quella scolastica, sorta nel 1833, che formò centinaia di comandanti capaci di portare i bastimenti procidani in tutti i mari del mondo. Alla metà dell'Ottocento si contavano 82 brigantini e brick, tra cui il più grande Leonida di 285 tonnellate che disgraziatamente si perse sulle coste del Brasile.
...
Con Elsa Morante conoscendo, leggendo e sognando Procida, tutti noi non chiederemmo di essere gabbiano o delfino, ma ci accontenteremmo di essere scorfano, “ch'è il pesce più brutto del mare”, pur di ritrovarci laggiù, “a scherzare in quell'acqua”. Per lenire la nostra insulomania possiamo riprendere in mano “L'isola di Arturo”, fantasticando Procida la cui figura nei luminosi giorni d'estate “somiglia a un delfino” o in quelle rare annebbiate d'inverno “pare una flotta che ha ripiegato le sue mille vele dipinte e viaggia su correnti senza rumore, verso gli Iperborei”.
...


L'articolo completo è pubblicato sul numero di gennaio 2014 di BOLINA

sabato 30 novembre 2013

Insulomania

ISCHIA

Ci sono isole misteriose, fantastiche, mitiche, deserte o sconosciute; ma, soprattutto in Mediterraneo, ci sono anche isole arcinote, isole che sono entrate nell'immaginario collettivo fin dalla notte dei tempi, il cui primo racconto ci viene addirittura dal padre di tutti i corografi: Odisseo. Potremmo chiamarle iconoisole, fondendo insieme due parole a loro modo affini: icona e isola. Cos’è infatti un'icona se non una piccola immagine che insieme si stacca dallo sfondo e lo caratterizza? Che lo sfondo poi sia un paesaggio geografico o culturale, un dekstop o un mare, poco importa; in tutti i casi l'icona è un'isola che riassume e rappresenta caratteri facilmente riconoscibili.
Iconoisola per eccellenza è Ischia, la più grande e conosciuta delle isole flegree, icona marina, insieme a Capri, del golfo di Napoli. Se è sempre difficile riassumere in una pagina le qualità geografiche, storiche e culturali significative di una qualsiasi isola, diventa impossibile nel caso delle iconoisole. Perciò dovendo inevitabilmente scegliere tra infinite rotte narrative, per Ischia seguiremo quella tracciata dagli scrittori. Il profilo, le cale, gli approdi, le vette, che le parole evocano, lasciando alla fantasia gli spazi sconfinati dei mari antichi, quelli non rimpiccioliti dalle zoomate satellitari, non fissati dalle immagini digitali.
Il suo nome deriverebbe direttamente dal termine latino insūla, attraverso la forma intermedia iscla. Letterario era anche il nome latino dell'isola, Aenaria, che per Plinio derivava dal mitico approdo della flotta di Enea , così come quello greco Pithecussae , legato secondo alcuni al culto di Apollo Pitio, signore indiscusso delle arti, un dio per nascita insulomane , perché nato a Delo.
Ischia è per un poeta francese dell'Ottocento “un'unica montagna a picco sul mare con la candida cima sbrecciata dal fulmine che protende i denti al cielo” . Negli anni Cinquanta del Novecento Elsa Morante scrive che nelle isole flegree, “nei giorni quieti il mare è tenero e fresco e si posa sulla riva come rugiada” . Nei decenni successivi Ischia è non solo lo sfondo, ma la protagonista di due tra gli scrittori contemporanei più acquatici d'Italia: Raffaele La Capria ed Erri De Luca.

...

L'articolo completo è pubblicato sul numero di novembre 2013 di BOLINA

sabato 14 luglio 2012

Insulomania


CAPRI
L'insulomane ha una predilezione particolare per la nesografia, la scienza che si occupa dello studio delle isole, che i greci chiamavano nesos. La nesografia però è scomparsa dai vocabolari.Un piccolo ma emblematico e preoccupante segnale di disattenzione a un patrimonio insulare consumato, spesso cannibalizzato, esclusivamente dal turismo. Nell'Ottocento invece i dizionari precisavano che “Per lo immenso numero delle isole sparse su la superficie delle acque si rende necessario lo studio di questa parte della geografia, il quale ha occupato le menti dei più famosi geologi in indagare la loro origine e formazione”. Le isole italiane storicamente più legate alla Grecia sono quelle campane, sia le isole Circee, settentrionali, che le isole Partenopee, meridionali. Parlando di questa ingolfatura mediterranea, Raffaele La Capria ha scritto: “E' il mare di Odisseo, il mare divino più greco del greco mare. ... Amo le caverne e le grotte che la natura ha scavato in queste rocce”.
Le isole Partenopee a loro volta si dividono in due gruppi, quelle che chiudono il golfo di Napoli a nord, cioè Ischia e Procida, e a sud Capri. Lasciando la parola a un nesografo ottocentesco, Francesco Costantino Marmocchi, scopriamo che “Il sasso di Capri non è prodotto del fuoco, come sono le isolette Partenopee ... è roccia calcarea, cavernosa, spezzata, sconvolta in strani modi pei sollevamenti e le commozioni che soffrì, ma intatta dai vulcani”.
...

L'articolo completo è pubblicato sul numero di luglio/agosto 2012 di BOLINA

venerdì 4 maggio 2012

Insulomania


FERDINANDEA
“Visto un fuoco in lontananza in mezzo al mare”. Non può che cominciare da questa indimenticabile nota sul diario di bordo del capitano C.H. Swinburne della marina inglese, la narrazione dell'isola di Graham, poi Ferdinandea. L'insulomane la classifica tra le isole effimere, che durano un sol giorno, geologicamente parlando. Data di emersione e di scomparsa, scopritore e originale posizione geografica non sono certe, come si conviene per un “tremendo programma”, che agitò le acque e le vicende siciliane dell'estate e dell'autunno 1831. Alcune fonti riportano che sorse inaspettatamente dal mare il 7 luglio e scomparve, granello a granello, l'8 dicembre. Una vita brevissima, quella di una farfalla di sabbia nera, sbozzolata dalle profondità cristalline del Canale di Sicilia per pochi mesi. Sufficienti comunque a scatenare una vera e propria battaglia di rivendicazione territoriale da parte di Inghilterra, Francia e Regno delle Due Sicilie. La bandiera inglese venne piantata dal capitano Jenhouse che la battezzò isola di Graham, mentre i vicini abitanti siciliani protestarono con il Re, proponendo il nome di isola di Corrao, dal nome di un loro capitano. In settembre arrivò una spedizione francese, con tanto di geologi e pittori al seguito, che issò il vessillo nazionale ribattezzando la piccola terra, isola Julia. L'interesse internazionale spinse infine Ferdinando II ad inviare una sua corvetta comandata da Giovanni Corrao, che portò lo stendardo dei Borboni e rinominò per la quarta volta l'isola, chiamandola Ferdinandea. Di questo grandioso spettacolo naturale, Sciacca fu la platea più vicina e frequentata, uno degli affacci da cui ancora oggi si ammira una delle più struggenti vedute mediterranee. Ma di che isola si trattava? quanto era estesa e alta? quali caratteristiche geografiche aveva? Immagini pittoriche, diari di bordo e relazioni scientifiche, restituirono informazioni puntuali e, insieme, alimentarono leggende popolari. Innanzitutto l'isola fa parte di un vero e proprio arcipelago sottomarino, mappato da oceanografi e geologi e conosciuto fin dall'antichità per pericolosità e pescosità. I portolani parlano di banchi, sporgenze del fondo sottomarino, che possono diventare infide in caso di burrasca anche per navi di medio tonnellaggio. Luoghi invisibili in superficie se non per occhi attenti al mulinare delle correnti, particolarmente bizzose in quei paraggi. Solo i nomi di questi banchi accendono la fantasia del marinaio: Avventura, il più esteso, Graham, fondamenta dell'omonima isola e poi Terribile, Anfitrite, Galatea, Tetide, Nerita, Pantelleria, Talbot, Scherchi, Silvia, Locusta, Medina, a cui si aggiungono lo scoglio Keit e le secche Hecate e Biddlecombe. ... L'articolo completo è pubblicato sul numero di maggio 2012 di BOLINA

mercoledì 18 gennaio 2012

Insulomania


SAN PIETRO DI CASTELLO
L'insulomane mediterraneo ha due mari d'elezione: l'Adriatico e l'Egeo, chiamato quest'ultimo in passato Arcipelago. La parola deriva dal greco Aigaios pelagos, Egeo mare. Aigaios divenne poi arci, per uno di quei fuori rotta etimologici che portano alla fondazione di nuove isole letterali. Nell'Arcipelago, all'elemento greco autoctono si unirono nei secoli quello bizantino, ottomano, veneziano e genovese. Furono proprio questi ultimi a coniare il nome proprio, in uso anche in francese nel secolo XVI, da cui derivarono poi quelli generici: arcipelago in italiano, archipelago in inglese, archipel in francese. Arcipelaghi marini e lagunari, di cui quello di Venezia è sicuramente il più importante del Mediterraneo, anche se poco conosciuto.
...
Venezia prima ancora di essere una ex-isola è stata un ex-arcipelago, essendosi strutturata attraverso la congiunzione e il consolidamento di oltre cento isolette. Una di queste è stata capace di mantenere nei secoli lo status di isola; è San Pietro di Castello, al margine orientale della città. Nel Medioevo era chiamata Isola dell'Olivolo, il cui nome secondo alcuni deriverebbe da campi di ulivi o, più probabilmente, dalla forma ad oliva. Sull'isola c'era una fortificazione, un Castello che diede poi il nome all'intero sestiere. Oggi l'isola è una piccola gemma di silenzio raggiungibile a piedi, attraversando l'omonimo ponte alle spalle dell'Arsenale o quello di Quintavalle sul prolungamento di Via Garibaldi. La solitudine del luogo è amplificata dalla magnificenza architettonica e storica della Basilica di San Pietro, dal maestoso candido campanile in pietra d'Istria, dal decadente ex Palazzo dei Patriarchi, che lì risiedettero dal 1451 al 1807 quando, per volere di Napoleone, la sede venne trasferita a San Marco.

...

L'articolo completo è pubblicato sul numero di gennaio 2012 di BOLINA

lunedì 29 agosto 2011

Insulomania




ELBA
“Nei paraggi dell'Isola d'Elba, specialmente avvicinandone da N la parte orientale, si possono riscontrare anomalie magnetiche talvolta sensibili per le bussole”. Già questa avvertenza marinaresca è sufficiente per restituire il misterioso fascino di questa grande isola tirrenica.
L'Elba, a seconda delle prospettive, è la più grande tra le piccole isole italiane o la più piccola tra le grandi isole italiane. Per certo è la terza in ordine di grandezza, con i suoi 223 chilometri quadrati. Raffaello Brignetti, scrittore e marinaio, ne ha romanzato le acque e le rocce, gli abissi e le vette. “Sul versante ora in vista l'isola scende grigia fino al mare; le coste sono di granito: sicché hanno riflessi duri e netti. Sotto le coste - e i fondi, anche sono di granito - il mare è di un verde scintillante; più in là è azzurro cupo: fondi certamente di alghe; e ancora, in alcune pianure sottomarine, c'è rena: altro azzurro”. Figlio del guardiano del faro di Capo Focardo, “una lanterna poligonale su torretta grigia in muratura accanto ad una casa bianca ad un piano con tetto rosso”, ci informa il Portolano, fin da ragazzo ebbe un rapporto intenso con il mare, che doveva attraversare ogni giorno a remi per raggiungere la scuola elementare di Porto Azzurro.
Delle mitiche ricchezze metallifere di Ilva prima, poi Aithalia, che ha una musicale assonanza con quello della Penisola, ci ha lasciato una breve ma incisiva immagine Strabone, uno dei padri della geografia. “Un altro particolare curioso di quest'isola è che le cave, da cui si è estratto il metallo, col tempo si riempiono di nuovo, come dicono avvenga anche a Rodi per le cave di pietra, a Paro per il marmo”. Tre isole mediterranee che da millenni alimentano le industrie e le leggende del Mediterraneo.

...

Il racconto completo è pubblicato sul mensile BOLINA n. 289 di Settembre 2011

giovedì 23 giugno 2011

Insulomania



Fin dalla notte dei tempi, chi va per mare sogna di approdare in un'isola, che si chiami Itaca, Ogigia, Atlantide o Utopia, Taprobana, Eleuthera. Isole reali o mitiche, immobili o erranti, emerse o sprofondate. Isole marine, lagunari, lacustri o fluviali. Isole vulcaniche, coralline, continentali, addirittura metamorfiche, come nel racconto di Ovidio, in cui Perimele, una bellissima naiade, viene trasformata in isola da Nettuno. Da millenni, l'isola mediterranea per eccellenza è Itaca, “chiara nel sole”, quella che, malgrado le cento disavventure e le altrettante tentazioni, rimane l'agognata meta di Odisseo. Ma altrettanto seducente per “l'eroe multiforme che tanto vagò”, e per tutti noi, è l'isola di Ogigia, dove abita “la figlia di Atlante, l'insidiosa Calipso dai riccioli belli, dea tremenda”. La ninfa gentilmente lo accolse, lo curò e lo nutrì, promettendogli che “lo avrebbe reso immortale e per sempre senza vecchiaia”. Agli occhi del navigante, l'Odissea è anche il primo isolario della storia, un vero e proprio catalogo corografico di alcune delle più belle e importanti isole mediterranee. Toponimi e immagini concrete giunte fino a noi, quali la già citata Itaca irta di rocce, Eolia regno del re dei venti, l'ampia Creta, la solare Trinacria, la selvosa Zacinto, altre invece avvolte nel più fitto mistero quali oltre ad Ogigia riconoscibile dall'odore del fumo di tenero cedro e di tuia, Eea l'isola di Circe, Dulichio ricca di grano, Scheria dalle fertili zolle.
Racconti che fanno ipotizzare che anche Omero fosse affetto da “insulomania”, la passione di coloro che sono attratti irresistibilmente dalle isole, secondo la definizione di Ernesto Franco. Di certo tutti i marinai consciamente o inconsciamente sono insulomani, non fosse altro che la parola greca “nesos”, isola, significherebbe in origine “ciò che naviga”. Chi allora più del velista è innanzitutto un insulomane, follemente attratto da quell'isola che chiamiamo vela? A riprova di ciò si pensi che la passione è spesso inversamente proporzionale alla dimensione della barca. Più piccola è l'isola navigante, più grande è l'insulomania. Ma questa sindrome va ben oltre la ristretta cerchia dei marinai, perché l'isulomania può colpire anche gente che non solo non sa niente di scotte e cime, ma nemmeno di acqua: sognatori, lettori o oggi, ai tempi di Google Earth, i più numerosi web-nauti.
Sarà bene quindi chiarire che di insulomania, o per essere più precisi di “islomania” utilizzando il termine inglese originario, scrisse per la prima volta Lawrence Durrell negli anni Cinquanta del Novecento. “... ho trovato una volta un elenco di malattie non ancora classificate dalla scienza medica; tra queste compariva il termine “isolomania” (nella traduzione italiana), descritta come un'afflizione dello spirito rara, ma per nulla sconosciuta. C'è gente, ..., che trova le isole in qualche modo irresistibili. La semplice consapevolezza di trovarsi su un'isola, un piccolo mondo circondato dal mare, provoca in loro un'inspiegabile ebrezza. Questi “isolomani” nati, ..., sono i discendenti diretti degli abitanti di Atlantide, e il loro vivere da isolani altro non è che un inconscio anelare all'Atlantide perduta ...” .

...

Il racconto completo è pubblicato sul mensile BOLINA n.287 di Giugno 2011