Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori
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sabato 25 aprile 2020

Gratuità del mare











#Maregratis, vado ripetendo da anni!
Libertà di accesso alle rive e alle acque. Riprendiamoci e rivendichiamo il nostro mare quotidiano, dopo quest'emergenza.
Un'urgenza doppia, ancora più impellente mettendo oggi a confronto queste due pagine del Corriere della Sera. Emblematiche di un diverso approccio popolare e, purtroppo, anche intellettuale alla relazione con i due grandi ambienti naturali della Penisola. Il Corriere interpella il presidente della FIBA (i bagnini per capirci) per delineare gli scenari futuri delle spiagge e del CAI - Club Alpino Italiano per quelli della montagna. Non credo sia necessario aggiungere nient'altro se non che, sempre oggi il ministro Enrico Franceschini in una intervista su la Repubblica cita le #spiaggelibere solo per dire che ci saranno più controlli e non per stigmatizzare l'urgenza di ampliarle, per altro prevista anche da normative europee, nazionali e regionali.
Lega Navale Italiana Presidenza NazionaleFIV - Federazione Italiana VelaLegambiente OnlusCoordinamento Nazionale Mare LiberoUisp Nazionale Vela Aps e tutte le altre associazioni nazionali che dovrebbero promuovere la cultura del mare, sportiva e non solo, se ci siete battete un colpo!
ps
Sulla libertà del mare, anche in tempi di pandemia, declinata alla nostra irrefrenabile passione per la #vela uscirà un mio articolo su Bolina di maggio.

giovedì 14 marzo 2013

Il nostro mare quotidiano


Pubblico una parte del racconto scritto per il nuovo numero della rivista Lettera Internazionale (n.114) dedicata ai difficili rapporti tra i paesi europei, che stanno fuori e dentro lUnione Europea, tra cui quelli che si affacciano allAdriatico.

Appartenenza adriatica

Contro l'identità, per un'appartenenza adriatica.
Anche per testimoniare quest'idea ogni giorno nuoto e navigo, cammino e ascolto, leggo e scrivo, imparando una parola delle lingue dell'altra sponda, raccontando una storia che l'onda regala. Costruisco così quotidianamente un'appartenenza, sostituendo ogni tanto qualche corso di fasciame malandato a quella fragile arca chiamata Koiné adriatica, dove sono imbarcato come murè. Una nave antichissima che oggi deve affrontare anche la tempesta Krísis, una dura depressione con il minimo barico proprio sul Mediterraneo orientale. Per fortuna non sono solo, anzi in questi decenni ho conosciuto a bordo abili marinai, comandanti, cartografi e maestri d'ascia. Gente di mare che parla lingue diverse ma che è accomunata dalla passione per l'Adriatico. Sono concordi nel credere che la sicurezza della navigazione dipenda dalla coesione di tutto l'equipaggio, dall'ultimo dei mozzi al primo dei comandanti.
La Koiné adriatica per millenni si è mossa grazie alla spinta dei remi e dei venti. Gli storici ci ricordano che il primo è stato quello greco, che ha riempito vele mitiche, di Giasone, Diomede, Antenore e Odisseo, portandoli in isole reali e fantastiche, come le Elettridi e Absirto, le Diomedee e Ogigia. Lo stesso vento ha mosso navi reali, cariche di genti, merci e culture, verso il Salento, poi più a nord fino a Zara, Ancona, Spina, Adria, che per Strabone diede anche il nome al Golfo. Nei secoli successivi il vento è girato e si sono susseguiti quello romano, bizantino, veneziano, turco e asburgico. Poteri militari, politici ed economici che hanno imposto egemonie culturali, secondo la definizione di Sergio Anselmi. Ma chi ha navigato sa che l'Adriatico, come e più degli altri mediterranei, è un mare in cui i venti sono bizzarri, a lunghe bonacce seguono violente tempeste. Così anche la fragile Koiné adriatica qualche volta ha navigato con venti favorevoli, altre volte è stata sbattuta da burrasche violente, di direzione variabile.
Fuor di metafora, credo che la vera sfida culturale e politica delle genti adriatiche sia sostituire alle identità nazionali o addirittura regionali proprio un'appartenenza adriatica.
Se il XX secolo è stato il secolo dei nazionalismi, in cui il mare era una confine, il XXI secolo può rappresentare invece un'occasione per rinnovare l'integrazione, in cui il mare ritorna ad essere visto e vissuto come pontos, collegamento tra le opposte sponde, geografiche, religiose e culturali.
Questi anni possono quindi rappresentare un'occasione per riscoprire e aggiornare la koiné adriatica, in uno spazio finalmente europeo e condiviso. Senza dimenticare però che, malgrado i drammatici rivolgimenti di fine secolo, l'Adriatico è l'unico vero mediterraneo d'Europa che non lo è ancora politicamente per intero. Alla frammentazione balcanica si contrappone la novecentesca incapacità italiana ad aprirsi sul mare e l'altrettanto duraturo isolamento albanese. A ciò vanno poi ad aggiungersi i nuovi interessi tedeschi e russi, sia lungo le coste orientali che occidentali. A riguardo non è necessario essere esperti di economia o geopolitica, basta frequentare i porti di Lignano, Rimini e Bari o quelli di Pula, Dubrovnik e Budva.
Senza retorica dobbiamo quindi constatare che l'Adriatico è un mare che ancora divide genti e culture, mentre al largo scorrazzano le economie, spesso piratesche. Un mare che è comunque lo sfondo naturale, l'habitat direbbero gli ecologi, comune di milioni di persone che popolano le rumorose rive occidentali e quelle silenziose orientali. E' questa una delle tante duplicità adriatiche, emblematica di una condizione ambientale più generale. Perché l'Adriatico è, a seconda delle stagioni, un gelido e nebbioso mare settentrionale o un caldo e luminoso mare meridionale, perché sulle sue acque si scontra la fredda e secca Bora con il tiepido e umido Scirocco, perché c'è una divisione netta tra un occidente sabbioso con acque torbide e un oriente roccioso con acque limpide.
La rotta adriatica è lunga e pericolosa, richiede uno sforzo fisico e mentale, ma come ogni viaggio vero e faticoso regala forti emozioni e piacevoli incontri. Predrag Matvejević, l'Omero balcanico che è partito proprio dall'Adriatico per raccontare magistralmente il Mediterraneo, continua a incoraggiarci a scoprire questo mare dell'intimità.
Prendendo il largo, mettendo la prua verso l’orizzonte marino, non dimenticando di portare con noi qualche buona lettura, ma anche immagini e musiche capaci di emozionare, potremo forse un giorno trovare la nostra sognata Adriatica.  

mercoledì 16 gennaio 2013

Il nostro mare quotidiano


Tre idee per la cultura del mare e, di conseguenza, per il diporto

Sulle pagine del popolare mensile nautico Bolina di Dicembre 2012, il direttore Alberto Casti ha pubblicato dieci idee per uscire dalla crisi del settore. Crisi manifestatasi in tutta la sua gravità all'ultimo Salone Nautico di Genova, “la più desolante nella storia dell'importante kermesse nazionale dedicata alla nautica”. Proposte riguardanti le tariffe portuali, le concessioni demaniali, il recupero delle strutture dismesse, gli scivoli d'alaggio, i posti per le barche in transito, i controlli, i certificati, le tasse e le assicurazioni. Proposte che ho letto con grande attenzione e che condivido.
Prendendo spunto da questa riflessione, ho scritto una lettera che la stessa rivista ha pubblicato nel numero di Gennaio 2013, condividendo e sottoscrivendo le mie tre semplici idee, che qui rilancio.

Circa la crisi del settore nautico, vorrei evidenziare che nessuna scelta amministrativa, per quanto oculata, potrà sortire effetti positivi di lunga durata senza un ancor più urgente investimento per la cultura del mare, da sempre misconosciuta in Italia. Un investimento, ancor prima che economico, di tipo politico e civile. Un investimento che riguarda innanzitutto ognuno di noi. Sì, ognuno di noi diportisti, ognuno dei nostri circoli e delle nostre associazioni. Credo infatti che se anche qualcuna delle nostre richieste verrà accettata, non cambierà sostanzialmente l’atteggiamento antimarinaresco del Paese. Per ribaltare invece questa situazione dovremmo provare a renderci credibili e non corporativi, impegnandoci concretamente per diffondere la nostra passione a un pubblico più ampio e, soprattutto, più giovane. Senza dimenticare che il mare è il più esteso bene comune d’Italia.
Come? Non demandando ad altri il compito ma, impegnandoci fin da subito personalmente e all'interno dei circoli.
Per non fare di questa lettera un’astratta, seppur sentita, dichiarazione d'intenti, provo a elencare tre idee concrete:
  1. spalancare i cancelli dei circoli e delle darsene, per permettere a tutti, e soprattutto ai più giovani, di avvicinarsi alle barche e alla navigazione (io ritengo per altro che le piazze, come le banchine portuali, sono più sicure quando vengono frequentate, anziché recintate);
  2. iscrivere gratuitamente i ragazzi ai circoli e investire nelle scuole di vela e di remo, non solo con finalità sportive, prevedendo l'acquisto di derive, canoe, windsurf, ecc. da mettere a disposizione sempre gratuitamente per i più giovani;
  3. realizzare in ogni circolo una festa annuale del mare, magari in tutta Italia in concomitanza con la Giornata Europea del Mare (fine maggio); qualcosa che assomigli alle “notti bianche” della cultura, un “giorno blu” in cui le sedi dei circoli e le barche dei soci si aprono al pubblico, prevedendo uscite in mare e iniziative dedicate alla cultura marinaresca.
Potrei allungare l'elenco, declinandolo alle istanze della piccola nautica, ma voglio limitarmi a queste tre azioni che non richiederebbero particolari risorse, se non la volontà di ognuno di noi di dedicare qualche ora di tempo con la propria barca e una percentuale irrisoria della quota d'iscrizione annuale al circolo, alla diffusione della cultura del mare. Azioni che non sarebbero solo un importante atto d'altruismo, ma che permetterebbero di dare più forza alle nostre sacrosante richieste di andar tranquillamente per mare.
Buon vento, libertario.

domenica 23 dicembre 2012

Anemofilia


In questi giorni di festa uscite per guardare il cielo e, se possibile, il mare, ma soprattutto, dovunque voi siate, per sentire il vento. E' bellissimo, libero e gratuito, vivifica la carne e i pensieri.
Buon vento.


Uomo libero, amerai sempre il mare! scrive Charles Baudelaire.
Ma per amarlo dovrai conoscere e innamorarti anche del vento, insegna l'esperienza. Se il mare è lo spazio della libertà, il vento è il suo respiro. Libertà e gratuità, la seconda caratteristica che accomuna questi elementi. Grandiosi, a volte dolcissimi, altre brutali, sempre affascinanti. Il mare e il vento sono da millenni complici dell'irrequietezza dell'uomo, parafrasando Joseph Conrad. Il Mare e il Vento, due indomiti fratelli che l'uomo ha potuto avvicinare solo grazie alla benevolenza di una loro altrettanto libera e gratuita sorella, la Vela.
Nere quelle di Teseo, bianche quelle di Odisseo, Giasone ed Enea, purpuree quelle di Cleopatra e Antonio. Fatte di lino, canapa, cotone e dacron, di forme quadre, latine, auriche, al terzo, bermudiane. Diverse per colori, materiali e tagli, ma anche per necessità, ambizioni e sogni; tutte accomunate dalla forza motrice. Vento, vjetar, wind, ווינט, erë, الرياح, rüzgar, viento, vent, nelle lingue mediterranee di oggi, ánemos per gli antichi greci. Ánemos, che riempie la vela e l'anima. Non a caso in passato la bonaccia era una disgrazia, spesso peggiore della burrasca.
Otto quelli principali, altrettanti i secondari, sedici le quarte. Insieme compongono il più prezioso dei fiori per il navigante, quella rosa dei venti a trentadue petali che da secoli sta al centro delle mappe, delle bussole, dei giorni di ogni Ismaele. Se direzione, verso e intensità descrivono i venti a ogni latitudine, solo in Mediterraneo hanno anche nomi propri. Troppo lunga e articolata è la loro storia per non assurgere all'Olimpo, fin dall'antichità. Figli di un signore caro agli dei immortali, custode capace di arrestarli o eccitarli, secondo il racconto odissiaco. Ed è proprio nel più antico dei libri di viaggio che viene descritta la prima rosa, semplice, quadripetala, composta da Euro, Noto, Zefiro e Borea. Per noi sono Levante, Ostro, Ponente e Tramontana, a cui si interpongono Scirocco, Libeccio, Maestrale e Grecale. Attenzione, disposti nell'ordine caro agli antichi, cioè a partire da est, dall'inizio del giorno e di tutte le cose.
I venti hanno effetti, odori, colori, rumori, addirittura sapori particolari e inconfondibili a seconda dei luoghi. Spingendo le nostre piccole vele, allo stesso modo di quelle umili o gloriose del passato, rinnovano una storia antica. I venti scrivono; segni labili sulla superficie del mare, indelebili nel profondo del ricordo, individuale e collettivo.

ps
Vi anticipo che assieme al musicista Marco Fagotti sto lavorando a un audiodocumentario dedicato al vento, intitolato "Il vento scrive", che dovrebbe andare in onda su Radio Tre. Non mancherò di informarvi.



lunedì 6 agosto 2012

La vela è ...


Prosegue l'appuntamento settimanale con "La vela è ...", nell'inserto di oggi Aria di Mare del Corriere Romagna. Oggi è la volta di "conoscenza".

Conoscenza
La vela è conoscenza, del mondo e di se stessi. “Conosci te stesso”, era scritto all'ingresso del tempio dell'Oracolo di Delfi, nell'antica Grecia. Lo stesso motto ci sussurra ogni giorno la barca, soprattutto quella piccola, soprattutto quando la si porta in solitario. Miglia dopo miglia, giorno dopo giorno, a terra e a mare, conosciamo insieme la barca e noi stessi. I suoi/nostri difetti e pregi, le sue/nostre fragilità e potenzialità. Solo al cospetto del mare il marinaio conosce la barca e al contempo la barca conosce il marinaio. Saranno le onde e i venti a sancirne armonia o conflitto, unione o divorzio.Ogni giorno issando una vela amplieremo i nostri orizzonti. Consapevoli del fatto che, soprattutto oggi, la lunghezza del viaggio non la si misura solo quantitativamente, in termini di chilometri o miglia percorse. Al contrario è spesso molto più emozionante un viaggio a piedi, misurato sulla base della fatica fatta per raggiungere la meta, o una navigazione a vela, valutata considerando le abilità marinaresche per approdare a destinazione. Il viaggio è anche difficoltà, incertezza, inaspettato, scoperta, meraviglia, sofferenza, incanto e mille altre variabili che amplificano le emozioni. Una difficile bolina, un incerto approdo, un'inaspettata brezza, la scoperta di una caletta, la meraviglia di un delfino, la sofferenza di un vento contrario, l'incanto di un alba, daranno al nostro seppur breve viaggio un fascino antico. Bastano due ore passate in mare per scoprire le difficoltà di una corrente o di un frangente, le gioie di una planata o di una manovra. Ognuna di queste situazioni è una prova per la nostra barca e le nostre abilità. È nella quotidiana immersione nella natura e in noi stessi che la rotta si allunga, che l'esperienza diventa significativa, che la conoscenza di sostanzia.

lunedì 30 luglio 2012

La vela è ...



Prosegue l'appuntamento settimanale con "La vela è ...", nell'inserto Aria di Mare del Corriere Romagna. Oggi è la volta di "sobrietà", parola che racchiude in sé antiche qualità e rivoluzionarie idee.






Sobrietà

La vela è sobrietà, perché a bordo moderazione e misura sono doti che insegna il mare. Soprattutto su una piccola barca, il miglior modo per sperimentare l'immutato fascino di sostantivi oggi desueti, quali sobrietà e frugalità, assieme ad altri spesso ridondanti perché vuoti, quali sostenibilità e serenità. Tutto questo non significa immaginare e dedicarsi a una pratica di sacrifico ascetico, ma svincolarsi dalle catene del quotidiano, almeno per un giorno. Magari per un mese o un anno, per riscoprire l'eterna saggezza epicurea che invita alla rinuncia del superfluo, perché ciò che serve lo si può trovare facilmente, l'inutile è difficile.
Ciò che veramente serve, in questo caso, è una piccola vela, un mare e un vento propizio. Con una certa facilità ancora oggi ci si può imbarcare come semplici marinai. Oppure se si vuole essere completamente liberi e magari solitari, basterà una vecchia, minuscola deriva. Quattro metri di barca, sette metri quadrati di tela, un remo che non guasta mai, è tutto quello che serve per solitarie veleggiate verso infiniti orizzonti o deserte spiagge fortunatamente ancora non raggiungibili via terra. Ricco non è chi ha un super-yacht, con dieci uomini d'equipaggio, con cui lascia l'ormeggio abituale solo d'agosto per raggiungere affollatissime banchine di grido. Ricco è chi, al contrario, può armare sulla spiaggia di fronte casa la sua barchetta tutti i pomeriggi, per andare da solo o in compagnia di un figlio, di un amore o di un amico, a godersi il tramonto nel silenzio del mare. Certi che i colori, gli odori e i rumori dei crepuscoli d'autunno, d'inverno e di primavera sono altrettanto affascinanti di quelli d'estate.
La felicità è farsi portare al largo da un venticello che riesce appena a screziare la superficie del mare, sufficiente a muovere la nostra piccola, sobria, vela verso un grande, magnifico, orizzonte di libertà.

lunedì 9 luglio 2012

La vela è ...


Oggi, lunedì 9 luglio 2012, nell'inserto Aria di Mare del Corriere Romagna trovate la seconda puntata di "la Vela è ...”, dedicata a una passione, ecologica e libertaria. Un modo insieme antico e rivoluzionario per navigare con pochi denari e tanto entusiasmo, in armonia con la natura. Su questi temi ho appena pubblicato “Vela libre. Idee e storie per veleggiare in libertà”, nella collana Ecoalfabeto di Stampa Alternativa.


Libertà
La vela è libertà, di viaggio e pensiero. Vela e libertà non possono essere disgiunti, perché: il vento è gratuito, il mare è libero, la vela è ecologica. Mentre il primo potremmo ancora definirlo un concetto primitivo e sul secondo avremo occasione di tornarci, in questa temperie consumista va innanzitutto fornito qualche chiarimento sull'ultimo. La libertà dei mari è stata a lungo messa in discussione, per motivi militari e commerciali, spesso coincidenti. È una storia antica che ha visto protagoniste le grandi potenze marittime del passato, dalla Venezia medievale all'Inghilterra moderna. Se testi e argomentazioni dei giuristi del passato sono lontane per tempi e tematiche da questa nostra riflessione, la contrapposizione tra prospettive libertarie e privatistiche del mare rimane comunque attualissima e riguarda tutti. O almeno quelli che pretendono che il mare sia considerato, tutelato e vissuto come un bene comune. Gratuità e libertà di affaccio, cammino e nuoto. Gratuità e libertà di navigazione e ormeggio. Perché, va ricordato, che le acque e le coste sono demaniali, quindi destinate all'uso di tutti i cittadini. Al contrario da diversi decenni assistiamo ad una indiscriminata privatizzazione delle rive, in virtù di indebite alienazioni o altrettanto discriminatorie concessioni o di recentissimi diritti di superficie. La libertà del mare è un dono che va difeso e, al tempo stesso, goduto tutti i giorni. Le due cose hanno strettissima attinenza con le pratiche del camminare, del nuotare, del navigare. Azioni che hanno oggi anche una valenza politica. Perché camminiamo in riva per manifestare il diritto all'accesso, nuotiamo nelle acque costiere per pretendere qualità ambientale, navighiamo lungocosta o al largo per controllare il buon uso di una risorsa comune. Attività che consentono di vivere appieno il nostro mare quotidiano.

venerdì 29 giugno 2012

La vela è ...


Lunedì 2 luglio 2012, nell'inserto Aria di Mare del Corriere Romagna s'avvia una mia rubrica settimanale intitolata “La vela è ...”, dedicata a una passione, ecologica e libertaria. Un modo insieme antico e rivoluzionario per navigare con pochi denari e tanto entusiasmo, in armonia con la natura. Su questi temi ho appena pubblicato “Vela libre. Idee e storie per veleggiare in libertà”, nella collana Ecoalfabeto di Stampa Alternativa.


Passione
La vela è passione, un insieme di interesse, predilezione, sentimento, amore e trasporto. Ma è anche passione nel senso di ossessione, preoccupazione, dolore e tormento. Provare per credere, issare per appassionarsi. Una passione che non richiede né di essere dei superuomini, né di essere milionari. Tanto che la vela permette il confronto, anche sportivo, tra uomini e donne, vecchi e bambini. Ma permette anche entusiasmanti esperienze, economicamente poco dispendiose se non addiritura gratuite, volendosi imbarcare come marinai semplici. Per altro il modo migliore per godere appieno della libertà del viaggio. In mare l'abilità vale più della prestanza fisica, la conoscenza è più utile della forza. Addirittura c'è chi fa della vela una pratica terapeutica, chi ancora prende il mare per affrontare una malattia o la vecchiaia, chi sperimenta modi di vivere alternativi. Un'attività sportiva e culturale che meglio di altre si presta per stimolare interessi e curiosità, per creare relazioni e superare difficoltà di diverso tipo. In mare i problemi sono affrontabili attraverso una solidale partecipazione dell'equipaggio. Tutti a bordo, dal comandante al mozzo, devono fare la loro parte, perché la buona riuscita della navigazione dipende da chi traccia la rotta, da chi sta al timone, da chi regola le vele, da chi prepara un caffè caldo. Anche su una piccolissima barca, impegnata in una breve veleggiata lungocosta, ognuno deve avere il suo ruolo ed essere consapevole delle sue responsabilità. Per portare a termine il viaggio ognuno è tenuto ad impegnarsi al massimo, dimostrando volontà e comune passione. Passione per la navigazione, la scoperta, il lavoro, a terra e in mare; per le mille, sempre nuove, emozioni che regalano i venti e le onde. Passione capace di durare una vita, di rendere insonni, di costruire o, non nascondiamolo, selezionare amicizie e amori.

sabato 30 aprile 2011

Il nostro mare quotidiano

In queste settimane è entrata nel vivo la campagna referendaria per “l'acqua bene comune”, in cui siamo tutti chiamati ad esprimerci il 12 e il 13 giugno 2011.
A meno che .... come ci raccontano le cronache di questi giorni il Governo non trovi un altro escamotage per impedire il confronto su questo argomento di primaria importanza. Sulle implicazioni giuridiche e politiche dell'iniziativa ne ha scritto, in maniera chiara e condivisibile, nei giorni scorsi Stefano Rodotà su La Repubblica.
Qui mi preme rilanciare il parallelo tra le acque dolci e quelle salate, tra l'imprescindibile accesso gratuito alle fonti e alle rive, luoghi simbolici di una Penisola. Due casi emblematici del diritto universale a quei beni comuni che, oltre a garantire la sopravvivenza di tutti, si rivelano poi anche potenti volani di un ben-essere diffuso, da non confondere con un ben-avere di pochi. Sempre sulle pagine de La Repubblica, Carlo Petrini ha evidenziato come, in passato, alcune società floride “avevano inventato modi per distribuire l'acqua liberamente a tutti”.
A riguardo voglio ricordare come il diritto all'acqua è in maniera molto efficace raccontato da Ovidio nelle “Metamorfosi” (Libro VI, 313-379), in relazione al mito di Latoma, madre di Apollo e Diana. E' lei ad ammonire la “rozza masnada” che gli impedisce di attingere acqua fresca da bere; “Perché non volete che tocchi l'acqua? La natura non ha fatto di proprietà privata né il sole né l'aria e neppure la fluida acqua. E' a un bene pubblico che mi sono accostata, e ciò nonostante vi chiedo di darmene come si chiede un favore. ... Un sorso d'acqua sarà per me del nettare, e riconoscente dirò di aver riavuto la vita: con l'acqua mi ridonerete la vita. E abbiate pietà anche di questi, che dal mio grembo tendono le braccia”. Ma coloro che dell'acqua pretendono l'esclusiva proprietà sono sordi alle suppliche delle madri, anche a quella della madre degli dei, che in uno scoppio d'ira li punisce facendoli trasformare in rane capaci solo di litigare, imprecare e ingiuriare.
Una favola che va letta in ogni scuola, che va portata nei teatri e nelle piazze, che va raccontata nelle strade e nel web, per far capire che quello che sta succedendo in Italia e nel mondo è una pericolosissima storia antica, quella di chi vuole privatizzare i beni comuni, per farne profitto privato. Una favola che spiega benissimo perché è necessario votare SI' ai referendum sull'acqua pubblica del 12 e 13 giugno; convinti che questa scelta contribuirà anche a rafforzare l'idea che il mare, le spiagge, le rive sono beni comuni.

venerdì 29 aprile 2011

Notizie


Il mare e la spiaggia, il cielo e il vento: la gratuità. Quella che contraddistingue una bellissima manifestazione in corso in questi giorni a Cervia (RA), arrivata alla 31^ edizione: Il Festival Internazionale dell'Aquilone

domenica 13 marzo 2011

Notizie


Caro Andrea (candidato sindaco di Rimini),
ho appreso con piacere tramite i quotidiani locali del tuo incontro con la marineria riminese. Con sincerità devo però dirti che avrebbe dovuto essere un'iniziativa pubblica, anche in relazione alla centralità che tu stesso riconosci al rapporto (teoricamente imprescindibile) tra Rimini e il mare.
Senza dilungarmi in quest'occasione in inutili recriminazioni per la quasi assoluta assenza della politica del nostro governo riminese su questo tema, se non in maniera puntuale su particolari necessità, spesso più di immagine o tornaconto privato che di progettualità, mi permetto invece di avviare con te e con gli altri candidati sindaci, e più in generale con tutti quelli che il mare lo vivono quotidianamente, per lavoro o per piacere, una concreta discussione pubblica su questo (mancato) rapporto. Provo quindi a declinare in maniera molto sintetica le mie idee sulla gratuità del mare, che tratto nel blog http://maregratis.blogspot.com/ e di cui ho discusso pubblicamente in diverse occasioni in giro per l'Italia e a Rimini, su invito del Laboratorio PAZ, del Circolo Velico Riminese, di alcune scuole, del Festival Assalti al Cuore, della Biblioteca Gambalunga, ecc..
Se, come credo e argomento, il mare è un bene comune, anzi il primo bene comune ambientale di una città costiera, allora le rive vanno liberate e rese accessibili, il lavoro difeso e sostenuto (a cominciare dagli interessi dei lavoratori per un partito di sinistra), le pratiche sportive e culturali promosse e finanziate. In breve e per punti.
Accesso al mare:
- aprire a tutti i cancelli della nuova darsena;
- consentire il passaggio pedonale lungo tutta la banchina portuale (oggi precluso presso la sede del Club Nautico e del Consorzio Linea Azzurra);
- pedonalizzare il lungomare e abbattere inutili e obsolete barriere visive;
- completare il collegamento pedonale (fino al Ponte di Tiberio) lungo il lato destro del portocanale e renderlo decente;
- eliminare o almeno limitare gli eventi “pubblicitari” su piazzale Boscovich e spiaggia libera limitrofa;
- tutelare le pochissime spiagge libere (al di sotto anche di quanto stabilito dalle normative regionali);
- prevedere un piano finanziario pluriennale per l'acquisizione di spiagge private, da rendere libere (attenzione! questo anche in chiave turistico economica).
Lavoro in mare:
- chiedere alle imprese il rispetto dei diritti dei lavoratori, di tutti i lavoratori! (ricordando che Rimini non avrebbe quel meraviglioso luogo che è il Mercato Coperto del pesce, e relativi piaceri sensoriali, senza il faticoso lavoro dei concittadini lampedusani e magrebini);
- accelerare l'iter amministrativo per il riordino dell'area portuale;
- sostenere i pescatori nelle loro battaglie per la tutela degli ambienti costieri a livello locale, nazionale, comunitario (qualità delle acque, lavori di ripascimento, regolamenti sulla pesca, ecc.);
- incentivare la formazione professionale dei mestieri del mare;
- sostenere le nuove imprese artigianali.
Vivere il mare:
- riattivare o avviare progetti scolastici dedicati alla vela, al nuoto, al remo;
- sostenere i circoli velici e sportivi legati al mare;
- incrementare il numero di scali di alaggio e varo per le piccole barche;
- rianimare e aggiornare manifestazioni veliche di respiro nazionale e internazionale (come la Rimini-Corfù-Rimini) e prendere le distanze da inutili e deleterie manifestazioni di voyeurismo nautico (il “caso Lolli” dovrebbe aver insegnato qualcosa anche da un punto di vista etico-culturale?) o vip-sportive;
- sostenere le iniziative culturali legate al mare (associazione vele al terzo, collezioni museali e librarie, incontri e spettacoli, ecc.).
Sottolineo che alcune di queste proposte non richiederebbero nessun investimento economico, ma progettualità, sinergie, determinazione.
Un'ultima idea, penso anche di grande effetto mediatico, sarebbe quella di istituire primi in Europa le “domeniche blu”, con divieto di navigazione privata a motore nelle acque costiere (almeno entro 1 miglio dalla costa, lasciando ovviamente canali di accesso ai porti).
Credo che discutendo su punti specifici e dando corso a qualcuno di questi, o di altri, Rimini potrebbe “riconquistare il mare” o comunque permettere ai nostri figli e ai nostri ospiti di conoscerlo e viverlo quotidianamente. Convinti che la riscoperta del mare parta dalle acque che bagnano la nostra città.

lunedì 31 gennaio 2011

Notizie




Scarica e ascolta
Il nostro mare quotidiano. Rumori, suoni e voci
di Fabio Fiori e Marco Fagotti
Il Cantiere del 29.01.2011
RAI - RADIO TRE

mercoledì 26 gennaio 2011

Notizie


Sabato 29 gennaio 2011 alle ore 19
Radio Tre "Il cantiere"
“Il nostro mare quotidiano. Rumori, suoni, voci"
di Fabio Fiori e Marco Fagotti

Questo programma è una variazione sonora sugli argomenti di cui scrivo anche su questo blog dal maggio scorso.
Per l'occasione ho scritto un racconto a due voci sulla gratuità del mare, cercando di restituire i piaceri uditivi che offrono spiagge, falesie e banchine portuali. Un canto al mare, inteso come il primo bene comune di una Penisola, l'unico grande paesaggio naturale delle nostre affollatissime, spesso sciupate, rive urbane.
In questo caso le voci dei due protagonisti, una bambina e un uomo per un doppio registro poetico e narrativo, si intrecciano con quelle di Massimo Troisi nel film “Il postino”, di Domenico Modugno nella canzone “Lu pisce spada” e di Fabrizio De André in “Le acciughe fanno il pallone”. A queste voci note si associano quelle altrettanto evocative dei pescatori del documentario “Il mondo perduto” di Vittorio De Seta e dei protagonisti del film “Amarcord” di Federico Fellini. Il racconto si completa con alcuni brani di Marco Fagotti, realizzati utilizzando conchiglie, fisarmonica e campionatore.
Un omaggio sonoro al più grande ambiente naturale italiano, il nostro mare quotidiano, quello che che bagna le nostre città, regalandoci ogni giorno emozioni e suggestioni. Il rumore di un'onda che frange contro una scogliera o il suono del vento che sferza gli alberi, il placido sciacquio delle acque o il dolce canto di una brezza. Una riva sulla quale vogliamo liberamente poterci affacciare per ascoltare il sempre nuovo e affascinante richiamo del mare. Voce antichissima e profetica, che del Mediterraneo ci ricorda la millenaria storia e le molteplici future rotte.

Il nostro mare quotidiano

Quale miglior occasione di una bella giornata di sole invernale, una di quelle che seguono le burrasche, per sentire l'odore del mare. Il Maestrale, la Tramontana o il Grecale, a seconda delle coste e delle diverse situazioni meteorologiche. Comunque gelide arie settentrionali che lucidano il cielo e alzano le onde. Venti che sulle nostre spiagge portano con forza l'odore del mare, e che, a ben sentire, riescono a portarlo anche nelle strade e nelle piazze delle nostre città, regalandoci inaspettatamente un intenso piacere olfattivo, magari in una frenetica giornata lavorativa.
Chi ha conosciuto il mare da bambino, e se ne è per sempre innamorato, ha una sua mappa olfattiva. Una carta in cui linee e punti sono sostituiti da odori e aromi, di acque e sabbie, di pesci e pini, di barche e vele. Odori capaci di resistere alle temperie degli anni, alle trasformazioni dei luoghi. Li andiamo cercando nelle nostre passeggiate in riva al mare o lungo le banchine portuali, ritrovando ogni volta odori antichi, magari dimenticati, e scoprendone di nuovi altrettanto suggestivi. Dovremmo batterci non solo per rivendicare il libero accesso al mare, ma per mantenere il lavoro nel cuore delle nostre città, per poter respirare quegli odori che lo caratterizzano. Consapevoli del fatto che l'unicità dei luoghi ha anche una sua dimensione olfattiva. Odori di reti e cime, di vele e fasciami, di ancore e cavi, di genti che lavorano, che sudano, che rinnovano ogni giorno antichissimi mestieri o consuetudini. Uomini che aggiornano i significati e gli odori appunto, di una appartenenza mediterranea, fatta di incontri e impegno, di fatiche e gioie condivise lungo le rive, a prescindere dal luogo di nascita, a partire da quello del vivere.

mercoledì 14 luglio 2010

Biblioteca di mare e di costa


“Tutte le tempestose passioni dell'umanità, ... sono trascorse come immagini riflesse in uno specchio, senza lasciare traccia sul misterioso volto del mare.”
Joseph Conrad



La recente gravissima crisi economica, che alcuni non temono di ricondurre a un'ennesima perversa strategia di speculazione finanziaria, ha amplificato esponenzialmente il novero delle questioni riguardanti i beni comuni: l'acqua e l'aria, le terre demaniali e le foreste, l'energia e la comunicazione, la conoscenza e l'educazione, la sanità e la previdenza. A questi si va ad aggiungere il più esteso dei beni comuni italiani: il mare. Va infatti ricordato che limitandosi esclusivamente alle acque territoriali (dodici miglia dalla costa - linea di base-), considerando i circa 7.500 chilometri costieri, il mare italiano si estende per circa 162.000 chilometri quadrati, una superficie simile a tutto il nord Italia e buona parte delle centro.
In questa temperie economica e mediatica, per chi cerca di difendere i beni comuni, proprio a partire dal mare, vengono in aiuto le idee di Bruno Amoroso, raccolte nel libro “Per il bene comune. Dallo stato del benessere alla società del benessere” (Diabasis, Reggio Emilia, pp. 153; € 12,50). Allievo e amico di Federico Caffé, è docente emerito in Economia internazionale all'Università di Roskilde in Danimarca. Dall'esperienza di studio e di vita nei Paesi scandinavi, parte la sua rapida e interessante analisi del welfare e delle politiche economiche degli ultimi cento anni. Un libro comunque agile, forse un po' frammentario almeno per un lettore comune, che ha il pregio di aprire prospettive inusuali, di stimolare la riflessione su concetti che anche a sinistra vengono spesso utilizzati come slogan privi di reale consapevolezza culturale e di conseguenti scelte politiche. Così Amoroso delinea la necessità di dibattere non solo l'uscita da questa feroce economia predatoria che ha preso il nome di globalizzazione, ma anche dalle risposte dei centri finanziari, dei governi e dell'Unione Europea, che non prendono minimamente in considerazioni le idee di decrescita (Serge Latouche) e sobrietà (Francesco Gesualdi). Riprendendo e articolando il pensiero e la prassi di altri economisti Amoroso evidenzia la necessità del superamento del liberismo, dell'abbandono definitivo del consumismo come barbarie culturale, ossia di aggiornare pensieri economici rimasti minoritari, ma al contrario imprescindibili per uscire dalle “lande della crescita e del consumismo”. Senza limitarsi alla “descrizione delle miserie dell'esistente”, ma per reagire a questo stato di fatto l'autore propone anche una breve ma efficace esplorazione delle “ragioni dell'ottimismo e le prospettive possibili”. Queste forze vengono spesso frettolosamente e colpevolmente liquidati come fenomeni di allarmismo e terrorismo, come inutili utopie o incosistenti esperienze. Bruno Amoroso invece le rivaluta, convinto della improrogabile sfida che attende la sinistra, quella di dare spazio alle spinte positive delle comunità, attuando quel passaggio concettuale e operativo riassunto nel sottotitolo del libro: “dallo stato del benessere alla società del benessere”. Grazie a studi di questo tipo, le argomentazioni per rivendicare il mare come bene comune si rafforzano, dando sostanza teorica al nostro slancio affettivo.