Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori

martedì 6 novembre 2012

Biblioteca del mare e di costa



"Tutte le tempestose passioni dell'umanità, ... sono trascorse come immagini riflesse in uno specchio, senza lasciare traccia sul misterioso volto del mare”
Joseph Conrad


John Mack, che per trent'anni è stato direttore del Museo dell'Uomo al British Museum, propone in “Storia del mare” (Odoya, Bologna; pp 304, € 18), pubblicato nel 2011 e appena tradotto da Odoya, casa editrice indipendente con sede a Bologna, un documentato compendio su un ambiente che non è mai stato amico dell'uomo, ma al più complice della sua irrequietezza, riprendendo le parole di Joseph Conrad, il più grande scrittore-marinaio del Novecento.
John Mack ha avviato la sua ricerca partendo da due domande, una riguardante il Madagascar e l'altra l'Anglia. Due luoghi agli antipodi che hanno obbligato l'autore a navigare in tutti i mari e gli oceani, alla ricerca di similitudini e differenze. Perciò il primo capitolo s'intitola “Mari diversi?”, a cui ne seguono due dedicati a concezione, navigazione a arti nautiche. Il libro, ben illustrato in un sobrio e suggestivo bianco e nero, prende poi in esame la spiaggia “un luogo ambiguo, uno spazio intermedio ... né completamente terrestre né tuttavia marittimo, dotato di un effetto metaforico”. In conclusione Mack si sofferma sul vocabolario del mare e sull'immaginario che l'uomo ha cercato di trasferire a terra, costruendo anche edifici e chiese a forma di nave. Parola quest'ultima che in inglese significa proprio navata e, scopriamo sul vocabolario, mozzo. Nave, neiv, un'unica parola che riconosce implicitamente la grandezza dell'ultimo di bordo. Un'appendice dedicata alla letteratura italiana del mare integra e completa questo racconto delle “genti d'acqua salata”, anche le più umili, quelle che hanno navigato e continuano a navigare in Mediterraneo.

Questa breve recensione è stata pubblicata, insieme a un più ampio articolo dedicato ai musei del mare della Romagna, sul Corriere Romagna del 5 novembre 2012 e può essere letto anche online

venerdì 19 ottobre 2012

Anemofilia




eVento. Il vento e la città

reading sonoro di Fabio Fiori e Marco Fagotti
giovedì 25 ottobre ore 19,00 (ingresso gratuito)
Magazzini del Sale di Cervia (RA)



Anticipo una parte del racconto

Il vento, il più invisibile degli eventi naturali, e la città, la più visibile delle opere dell'uomo. Due elementi in rapporto sinergico o conflittuale a seconda delle circostanze, perfetta metafora dell'affascinate e inestricabile intreccio tra natura e cultura. Il vento come principio vitale di tutte le cose, fecondatore, nel mito pelasgico della creazione del mondo. La città come principio ideale della storia italiana, per Carlo Cattaneo, e più in generale di quella umana, secondo autorevoli interpretazioni archeologiche, urbanistiche e geografiche.
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Il vento è per alcuni un accidente meteorologico, per altri un piacere. Per tutti, magari inconsciamente, elemento imprescindibile del paesaggio, al contempo invisibile e potentissimo. Il vento piega gli alberi e le antenne, muove le onde e le nuvole, ribalta le cose e le consuetudini, animando la città. Il vento è l'anemos della città.
Ognuna ha un vento d'elezione: Trieste è scossa dalla Bora, Palermo dallo Scirocco, Genova dalla Tramontana, Roma dal Ponente, Rimini dal Levante. Il Libeccio piega i pini e le storie delle città tirreniche. Cambiando nome e carattere, ma non provenienza, il Garbino scuote le tamerici e le menti delle città adriatiche. A Trieste la Bora, “scricchia e turbina la città” quando disfrena la sua  “rauca anima”, scrive Scipio Slataper. In Sicilia “prima che lo si avverta nell’aria, lo scirocco si è già avvitato alle tempie, alle ginocchia”, ricorda Leonardo Sciascia. “Genova di tramontana”, canta Giorgio Caproni nella sua litania per la Dominante. Il Ponentino, quello “piu' malandrino che c'hai”, è l'unico, eterno re di Roma. Eugenio Montale descrive le coste liguri dove il “Libeccio sferza da anni le vecchie mura”, mentre sulle opposte sponde Raffaello Baldini da voce a uno dei suoi deliranti personaggi in un sincopato romagnolo:  “L’è garbéin, a l so, a l sint, t vu ch’a n’e’ sinta?”, “E' garbino, lo sò, lo sento, vuoi che non lo senta?”. Dal Maistrale della sua Sardegna natia al Furien della sua Romagna adottiva, Grazia Deledda ha sempre scelto luoghi ventosi, e raccontato storie di paesi del vento.
Personalmente, ogni volta che cammino lungo una strada o arrivo in una piazza non guardo i palazzi, ma sento il vento. Sento sì; perché il vento come sanno i marinai è innanzitutto una sensazione tattile, uditiva, olfattiva. Il vento prima di vederlo con gli occhi, lo sentiamo con la pelle, le orecchie, il naso. Il vento è schiaffo o carezza, frastuono o melodia, puzza o profumo; sempre foriero di cambiamento, movimento, evoluzione. Rinnova arie ferme, stantie e uggiose, rende più luminoso il cielo o più fredda la pioggia, comunque sferza. Per inciso io sono un anemofilo, ho bisogno del vento, mi dà vitalità e sicurezza, mi restituisce serenità e buon umore.
Il vento riattiva sensibilità ancestrali, muove le nuvole e i pensieri, agita le acque e il sangue. Senza il vento non solo le merci ma uomini e culture non si sarebbero mosse da una riva all'altra dei mediterranei prima e degli oceani dopo. La storia è stata per millenni spinta dalla vela, che del vento è la macchina perfetta, fin dalla notte dei tempi e, forse, tornerà ad esserlo.
Alternando allo stesso modo dolcezza e violenza, il vento spazza le acque e le terre.
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Il vento ci libera dall'aria inquinata e dall'aria condizionata, due facce della stessa medaglia, dello stesso vivere in libertà condizionata. Nelle piazze delle città e nella testa degli uomini, vanno costruite meridiane per conoscere il sole, sui tetti delle case e sui pensieri delle persone, vanno montati segnaventi per capire il vento.
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Il reading avverrà in occasione dell'inaugurazione della mostra “Milano Marittima 100. Le architetture e la città”, allestita sempre presso i Magazzini del Sale di Cervia (RA), a cura di Valentina Orioli con Emanuele Dari, e rimarrà aperta fino all'11 novembre, tutti i giorni dalle 9,30 alle 12,30 e dalle 15 alle 18.

venerdì 5 ottobre 2012

Insulomania


SAN PIETRO (Arcipelago del Sulcis)

“Il Mediterraneo è un immenso archivio e un profondo sepolcro”, ci ricorda Predrag Matvejevic, Omero balcanico di maestosa cultura. In quest'immenso archivio possiamo cercare non solo le storie di arcipelaghi geografici, ma ancor più suggestive tracce di arcipelaghi linguistici. E' il caso dell'arcipelago Tabarchino che riunisce, attraverso la lingua e la storia di una comunità genovese, le isole di Sant'Antioco e San Pietro in Sardegna, l'isla de Nueva Tabarca vicino Alicante in Spagna e l'isololotto di Tabarka, prospicente l'omonima città in Tunisia. Quattro isole geograficamente lontane, accomunate dalla lingua tabarchina e legate alle visissitudini di una comunità di pescatori originaria di Pegli, che nei secoli fece vela in massa tra le varie isole, a seconda dei venti del tempo. Il primo spostamento dalle coste liguri a quelle magrebine avvenne nel 1540, a seguito di un accordo tra la famiglia nobile dei Lomellini e il bey di Tunisi. Lì i pescatori di Pegli sfruttarono i vicini e profiqui banchi di corallo fino al 1738, quando un nutrito gruppo si trasferì nell'arcipelago del Sulcis. Qualche anno dopo la piccolissima isola, poco più di uno scoglio vicino alla terraferma, venne invasa dai saraceni e gli abitanti uccisi o fatti schiavi.

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L'articolo completo è pubblicato sul numero di ottobre 2012 di BOLINA

mercoledì 26 settembre 2012

Biblioteca di mare e di costa


"Tutte le tempestose passioni dell'umanità, ... sono trascorse come immagini riflesse in uno specchio, senza lasciare traccia sul misterioso volto del mare”
Joseph Conrad



“C'è un rapporto molto particolare fra gli uomini e i cetacei. L'essere umano prova infatti verso delfini e balene una vasta gamma di sentimenti”, spesso antitetici. Da questa prima considerazione prende le mosse il nuovo lavoro di Marco Affronte, “Jack il delfino e altre storie di mare”, appena pubblicato (De Vecchi-Giunti, Firenze; pp 256, € 11,90).
Senza remore, e mai parola sembra essere più calzante, diciamo subito che una certa distanza di vedute ci separa dall'autore. Diverso è il modo di guardare a questi animali, come, più in generale, differente è la concezione del rapporto uomo-natura e soprattutto in passato differente era il giudizio sui delfinari, da qualche anno al centro di un acceso dibattito, popolare e scientifico. Diciamo subito quindi che ci sembra eccessiva l'enfasi posta sui pericoli connessi con “lo strano, esagerato, inusuale rapporto fra esseri umani e cetacei”. Un rapporto che, volenti o nolenti, riflette la continua evoluzione culturale dell'uomo, nello specifico nelle sue relazioni con il mondo animale. Leggendo il libro infatti non si può non pensare al plurimillenario legame tra uomini e animali: da lavoro, da macello, da guardia, da compagnia. Quanto difficili o contraddittori, feroci o amorevoli, saranno state e sono ancora le relazioni con cavalli, asini, buoi, mucche, maiali, galline, cani, gatti, canarini e mille altre specie, per altro diverse nelle varie parti del mondo? Ed è forse questa mancata riflessione di contesto un limite di questo libro.
Ciò non toglie che indubbiamente la ricerca portata avanti da Affronte in questi anni permette di riflettere su alcune evidenti storture nelle relazioni tra uomini e cetacei. Undici storie, da quella vicina nel tempo e nello spazio di Andrea, il tursiope che giocava con bagnati e sub di fronte a Rimini nelle estati del 2008 e 2009,  fino ad altre ben più lontane in tutti i sensi. Come la leggenda di Pelorus Jack un grampo che diede spettacolo per diversi anni, agli inizi del Novecento, nelle acque neozelandesi o l'odissea di Free Willy, un'orca che dopo essere stata una star cinematografica venne  portata da una parte all'altra del Globo, con un enorme dispendio di mezzi e denari. Le incredibili vicende di quest'orca “da storia della nascita di un simbolo diventa cronaca di un delirio”, che vede l'uomo all'opera prima nell'addestramento del grande cetaceo, poi nel de-addestramento per un idealizzato suo ritorno alla natura.
Sempre adriatica è la storia di Filippo tursiope che dal 1997 al 2004 è vissuto nel Golfo di Manfredonia. Una vicenda conclusasi tragicamente con la morte del delfino a causa di un ordigno artigianale utilizzato illegalmente, in modo delinquenziale, per la pesca. Ma la storia di Filippo, come quelle recenti di tanti altri cetacei in ogni angolo della Terra, è esemplificativa anche della potenza, spesso mortale, dei media, che trasformano questi animali in veri e propri fenomeni da baraccone, con tutte le conseguenze del caso.
Questo di Affronte è un libro molto anglosassone nell’approccio globale alla problematica ma capace anche di riflettere la smisurata, encomiabile, passione di un naturalista che, pur vivendo tutte le difficoltà che da anni attraversa la ricerca in Italia, continua a lavorare e contestualmente a raccontare al grande pubblico le straordinarie storie dei cetacei.

L'articolo completo è stato pubblicato lunedì 24 settembre sul Corriere Romagna e può essere letto
http://www.corriereromagna.it/aria-di-mare/2012-09-24/uomini-e-delfini-la-storia-infinita

lunedì 3 settembre 2012

Incontri


Lerici Legge il Mare - 2012

I venti del Mediterraneo

Incontro con Fabio Fiori autore di Anemos (Mursia).
Introduce Vasco Bardi, Circolo Velico Erix.
Sabato 8 settembre 2012,
ore 12.00 Piazza Garibaldi
ore 14.30 a bordo della goletta Lady Lauren
Lerici (SP)

Ogni volta che issiamo una vela, entriamo a far parte di un mondo antico. Rinnovando un rituale di comunione con il vento, entriamo nell’ánemos del Mediterraneo.
I venti sono testimoni della storia millenaria di civiltà e culture che hanno attraversato il Mare Nostrum. Nei loro nomi e nella loro origine sono racchiusi racconti e leggende che, da sempre, hanno stimolato la letteratura e le arti. Se la Tramontana, gelido vento del nord, e l'Ostro, torrida aria del sud, sembrano aver cancellato l'originario significato delle parole, i loro fratelli, Levante e Ponente, rivelano inequivocabilmente la loro provenienza. Libeccio e Scirocco raccontano invece storie arabe, mentre Maestrale ricorda la grandezza delle città maestre, Venezia e Roma. Insieme compongono il più venerato fiore del marinaio.
Per i greci il vento era ánemos, parola insieme potente, evocativa, inafferrabile, misteriosa e spirituale.
Come in un diario di bordo, in cui le date hanno lasciato il posto agli otto petali della rosa dei venti, ho appuntato le mie esperienze intrecciatesi con i miti e le storie, di ieri e di oggi. Brezze leggere o raffiche violente mi hanno portato su alcune delle infinite rotte mediterranee, tracciate dai figli di Eolo. O, più semplicemente, è la lunga dichiarazione d’amore di un anemofilo, che ha imparato ad ascoltare, annusare e respirare i venti in diversi luoghi e stagioni, camminando lungo le rive o navigando a vela.