Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori

mercoledì 14 agosto 2013

Biblioteca di mare e di costa

"Tutte le tempestose passioni dell'umanità, ... sono trascorse come immagini riflesse in uno specchio, senza lasciare traccia sul misterioso volto del mare”
Joseph Conrad


Venezia è stata, e rimane, il miglior porto di partenza per l'Oriente mediterraneo, un “mare molto veneziano, dalle cittadine coloniali e le spiagge boscose della Dalmazia, dove la Repubblica ricavava il legname per le sue navi e i piloni per i suoi palazzi”, fino alle lontane Costantinopoli e Alessandria, da dove vengono le reliquie di San Marco.  Così s’avvia il diario di bordo di Göran Schildt, storico dell'arte e scrittore finlandese che, fin dalle prime pagine, si rivela anche come una acuta riflessione sulle vicende umane dell’immediato dopoguerra e antiche (Göran Schildt, 2012. Il mare di Icaro. Mursia, Milano; pp 280, € 17). Il libro racconta il lungo viaggio fatto negli anni Cinquanta del Novecento dall'autore, in compagnia della moglie, a bordo dell’amatissima Daphne, una barca a vela a due alberi di circa dieci metri di lunghezza dove trovava posto anche una lambretta, da Murano, l'isola delle “fornaci incandescenti” che fiammeggiano da un migliaio di anni “fin da quando i Dogi, saggiamente, proibirono l'attività nella stessa Venezia a causa del pericolo d'incendio”. Le pagine del libro restituiscono le atmosfere post belliche di quegli anni, l'arcaicità di un mondo distrutto dalla guerra, poverissimo e non ancora travolto dalla modernità e dal turismo, una delle sue industrie pesanti più invasive.
Vivissima è la testimonianza sulle profonde trasformazioni politiche dell'area adriatica, con alcune considerazioni di prima mano sull'evoluzione del diporto in quegli anni. Scrive infatti l'autore che prima della guerra, quando Istria e parte della Dalmazia erano italiane, c'erano molti diportisti, mentre poi ne rimasero pochissimi, anche perché “il clima della Jugoslavia di Tito non era salutare per gli italiani”.

Se quelle vicende sembrano oggi lontanissime nel tempo, sempre attuali sono le difficoltà della navigazione, a cominciare da quelle nel Golfo di Venezia. Prima tra tutte la Bora “il terribile vento settentrionale del Mar Adriatico”, che sorprende per la prima volta la barca finlandese alla fonda nell'Isola di Lussino, per poi spingerla felicemente nei giorni successivi tra le meravigliose isole foranee che si allungano verso sud per centinaia di miglia. Raggiunta Ragusa il viaggio prosegue verso Brindisi per ritornare a oriente nelle isole greche dello Ionio e, passato Corinto, ancora più a sudest in quel “mare di Icaro”, il cui tragico volo “non era un fatto fortuito, era un esempio: la sua audacia è parte integrante dell'atteggiamento dell'uomo occidentale nei confronti della vita”. Senza dimenticare che secondo il mito sempre Icaro e il padre Dedalo sono gli inventori della vela, la prima potentissima e pericolosissima macchina che ha permesso all'uomo di oltrepassare le Colonne d'Ercole.

Articolo pubblicato sul Corriere Romagna di lunedì 12 agosto 2013

mercoledì 7 agosto 2013

Adriatico, mare d'Europa

Dal primo di luglio la Croazia fa parte dell'Unione Europea. Finalmente, dopo secoli di divisioni e anni di guerra, l’Adriatico diventa un mare anche politicamente unito sotto un'unica bandiera, blu come il mare, in cui un marinaio potrebbe scambiare le stelle per isole, quelle splendide istro-dalmate. Non dimentichiamo che l'Adriatico è l’unico mediterraneo geograficamente europeo, a differenza di tutti gli altri sui quali s'affacciano diversi continenti. Se le prospettive invece sono altre, storiche, religiose, culturali, allora l'Adriatico “da solo e per analogia, pone tutti i problemi impliciti nello studio dell'intero Mediterraneo” continua a ricordarci Fernand Braudel. Un altro grandissimo narratore mediterraneo, Predrag Matvejević, ha scritto che “l'Atlantico e il Pacifico sono i mari delle distanze, il Mediterraneo è il mare della vicinanza, l'Adriatico il mare dell'intimità”. Per chi lo ha navigato in lungo e in largo l'Adriatico è un mare duplice, per un'infinità di caratteri, innanzitutto morfologici e geologici delle opposte sponde. Quasi completamente basse, sabbiose e antropizzate quelle occidentali, fino al promontorio del Gargano; rocciose, selvagge e semideserte quelle orientali. Duplice è anche la sua natura meteorologica, con inverni di nebbia, gelo e Bora come in un vero mare del nord ed estati di sole, siccità e Scirocco come in tutti i mediterranei. L'Adriatico è per antonomasia il luogo di scontro tra le opposte fazioni dei figli di Eolo, quelli settentrionali, capitanati proprio dalla gelida zarina siberiana e quelli meridionali, alla cui testa sta l'umido rais sahariano.
Per chi va a vela l’Adriatico rimane il Golfo di Venezia. Lunghissima la sua storia, indelebili le tracce architettoniche e culturali, intramontabile la grandiosa aura, malgrado i successivi tanti tragici errori commessi dalle genti delle due rive. Ogni anno centinaia di barche a vela provenienti dai porti dei cinque continenti risalgono il Golfo, non sempre spinte da favorevoli venti sud-orientali, ma comunque determinate a raggiungere dal mare la Serenissima. Perché come ha scritto Thomas Mann, arrivare a Venezia dalla terraferma è come “entrare in un palazzo dalla porta di servizio” e che solo per nave, dall'alto mare, bisogna “giungere nella più inverosimile città del mondo”. Lunghissima o breve che sia stata la navigazione, piccola o grande che sia la prua, insuperabile è l'emozione di bagnarla nelle acque sempre agitate del Canal Grande, vedendo sfilare davanti a sé le straordinarie architetture veneziane, testimoni della grandezza non solo economica della Repubblica. E ancor prima di tanta magnificenza, qualsiasi bocca di porto si sia scelto per entrare, già la Laguna e le sue numerosissime isole avranno regalato forti emozioni. Un paesaggio unico, per dimensioni e caratteristiche, in cui natura e cultura si sono nei millenni intimamente mescolate, come le acque dolci e salate a ogni cambio di marea.
I fatti del Novecento sono tristemente noti, ma non bisogna mai dimenticare che ad anni di guerra si sono alternati secoli di pace e per festeggiare la rinnovata fratellanza riporto le parole di due grandi marinai nati e cresciuti sulle rive adriatiche: Agostino Staulino e Carlo Sciarrelli. Il primo, nato a Lussinpiccolo nel 1914, diceva che l'isola dove era nato gli aveva insegnato ad amare il mare, “sentimento che bisogna coltivare per poter navigare”.
Di Carlo Sciarrelli, nato a Trieste nel 1934, oltre alle splendide barche, va ricordata non solo passione, competenza ed estro per la progettazione degli yacht, ma più in generale per la cultura del mare. Nell'introduzione al suo “Lo yacht. Origine ed evoluzione del veliero da diporto”, ormai un classico della letteratura marinaresca, Sciarrelli sollecita l'uso del “linguaggio del mestiere, dal quale non si può prescindere”, quel linguaggio che apprese ed affinò proprio navigando in Adriatico.
Ora che da Trieste a Otranto, da Capodistria (Koper) a Ragusa (Dubrovnik), l'Adriatico è un mare d'Europa sarà più semplice conoscersi e riconoscersi, certi che l'appartenenza adriatica è un fatto esperienziale che deve diventare anche culturale, basta semplicemente mollare gli ormeggi per avventurarsi in quel "mar grando" caro al poeta Biagio Marin.

L'articolo completo è pubblicato sull'ultimo numero del mensile Bolina (luglio-agosto 2013)

mercoledì 31 luglio 2013

Incontri

Doppio appuntamento questa settimana per la presentazione di

"Anemos. I venti del Mediterraneo"
mercoledì 31 luglio 2013 alle ore 21
Circolo Nautico di San Benedetto del Tronto

"Vela libre. Idee e storie per veleggiare in libertà"
venerdì 2 agosto alle ore 18
Bagno Fatini di Cervia (RA)

lunedì 1 luglio 2013

Il nostro mare quotidiano

Il 28 giugno 2003 moriva Simone Bianchetti, "confratello della costa" con cui ho condiviso miglia e sogni. Per il quotidiano Corriere Romagna ho scritto un breve ricordo, pubblicato oggi, di cui anticipo una parte.

Simone Bianchetti è stato per me la reincarnazione di Long John Silver. Di quel pirata avevo letto da bambino qualità e gesta narrate da Robert Luis Stevenson ne “L'Isola del Tesoro” e, anni dopo, il suo diario trascritto con altrettanta maestria da Björn Larsson ne “La vera storia del pirata Long John Silver”. Come quell'indomito avventuriero, anche Simone aveva un fortissimo spirito di ribellione e un'altrettanta potente determinazione. Non credo cercasse il tesoro dorato del capitano Flint ma, forse, quello che offre, spesso a duro prezzo il mare: la libertà. Di certo come Silver se ne “infischiava della vita eterna” e sapeva “meglio di chiunque altro che non ci è data che una sola e unica vita da questo lato della fossa”.
Di Simone avevo sentito narrare le gesta in banchina a Rimini, alla metà degli anni Ottanta, e poi me lo ero ritrovato a bordo di una barca, di cui non ricordo più il nome disperso nelle nebbie fittissime del tempo, alla partenza della Rimini Corfù Rimini, alla fine di quel decennio. Entrambi marinai, entrambi imbarcati un po' alla cieca, come tanti altri ragazzi innamorati del mare che in quegli anni hanno potuto mettere alla prova la loro passione in quella bellissima e faticosissima regata d'altura.
Di quella fondamentale avventura vissuta con Simone ricordo innanzitutto le chiacchierate notturne nelle lunghe ore di bonaccia e, meglio di ogni altro, un episodio occorsoci al largo del Gargano, durante il ritorno. Dopo un pomeriggio di Scirocco con al giardinetto e lo spinnaker issato, che faceva filare la barca a 7-8 nodi, improvvisamente il vento dapprima calò per poi girare a nord e salire fino a oltre 30 nodi. Insomma un classico siòn, come lo chiamavano un tempo i marinai. Purtroppo per noi la drizza dello spinnaker si era incattivita e la vela aveva avvolto l'albero e l'attrezzatura, stendendo la barca. Evitammo peggiori conseguenze solo grazie alla velocissima salita sull'albero di Simone. In pochi secondi si era arrampicato a 15 metri d'altezza e, mollando il moschettone della drizza, ci aveva permesso di ammainare la vela.

Quando prendo il largo da solo e guardo il segnavento in testa d'albero, ogni tanto vedo Simone che sta di vedetta lassù, come in quel lontano pomeriggio di giugno in mezzo alla burrasca, per controllare la mia rotta. Lui mi saluta fischiettando la rima della pirateria, “Quindici uomini, quindici uomini, sulla cassa del morto”, e io gli rispondo, “Yo-ho-ho, e una bottiglia di rum!”.

giovedì 20 giugno 2013

Anemofilia

Sabato 22 giugno 2013, alle ore 19.30
in occasione del Raduno delle Barche con Vele al Terzo al porto di Rimini, Piazzale Boscovichleggerò alcune pagine del mio ultimo libro,  “Anemos. I venti del Mediterraneo”, e quelle di altri autori che hanno raccontato i venti dell’Adriatico, tra cui Giovanni Comisso, Gabriele D’Annunzio, Giuseppe Giulietti, Dino Brizzi e Giulio Grimaldi.
L'iniziativa è organizzata dall'Associazione Vele al Terzo di Rimini.

Sugli stessi temi, anticipo di seguito una parte dell'articolo uscito lunedì scorso sul Corriere Romagna, il primo della rubrica estiva intitolata "Viva il vento", pubblicata ogni lunedì nell'inserto "Aria di mare".



Se, come dicevano un tempo i marinai, su ogni mare del mondo il vento scrive, in Adriatico i suoi racconti sono imprevedibili e bizzarri, fin dai tempi antichi. Non che le burrasche siano più violente, ma sono difficilmente prevedibili, non che le bonacce siano più estenuanti, ma sono quotidianamente ricorrenti. In Adriatico i venti sono mutevoli e umorali, possono scatenarsi o placarsi con estrema rapidità. Spesso in ventiquattrore spirano da ogni quadrante, con forza altrettanto variabile. Emblematici i caratteri del Garbino, vento sud-occidentale, rafficato e volubile, con effetti meteorologici e psicologici, assai noti in Romagna.
...
I venti erano per i marinai indispensabili compagni di viaggio, temuti e venerati, come si conviene a  dei che hanno in mano il destino. In Adriatico agli otto venti principali, che hanno tutti un nome proprio da scriversi rigorosamente con la maiuscola come nei vecchi portolani, se ne aggiunge un nono: la Bora. La sua tana è nascosta tra le selve balcaniche, da cui discende furiosa, mostrandosi con due volti, chiaro o scuro, a seconda dello stato del cielo. Tutti quelli che hanno navigato in Adriatico ne hanno fatto esperienza, anche durante l'estate. Lo ricorda Giovanni Comisso in uno dei suoi racconti marinareschi, intitolato “Rade di fortuna”. “Poi la bella estate, riserva sempre impensate burrasche di Bora. Bora che, mascherata da temporale notturno, scende giù dagli alti monti di Segna e rimane per qualche giorno ad agitare le acque”.
Malgrado l'Italia non abbia avuto un grande narratore pelagico, come Joseph Conrad o Hermane Melville, diversi sono gli autori che hanno prestato attenzione ai venti, favorevoli o avversi, comunque determinati nelle vicende marinaresche. Nel romanzo adriatico _ “Maria Risorta” di Giulio Grimaldi, scritto ai primi del Novecento, bonacce, brezze e burrasche scandiscono il tempo delle partenze, del lavoro e dei ritorni. Momenti lieti, quando “La Maria Risorta filava docile, con il trinchetto e la maestra gonfie di un buon Maestrale, sopra un mare turchino e tutto leggermente ondulato che si estendeva a perdita d'occhio, senz'altro rumore che uno sciaguattar lieve contro i fianchi robusti e il cigolio sordo delle scotte dei ghindazzi”. Attese trepidanti sui moli di donne e anziani. “Venne la notte; e molti poveri cuori aspettavano ancora, mentre un soffio di disperazione passava sulle casupole del piccolo porto, e continuava sui moli quella vedetta angosciosa, tra il sibilo del vento e il boato del mare”.
Anche a noi che alziamo la vela per piacere, i venti insegnano ogni giorno qualcosa: pazienza, determinazione e rispetto, prima di tutto. Cazzando e lascando, alzando e ammainando, cerchiamo un'antica armonia tra la vela e l'aria, indispensabile per portare la nostra barca e i nostri sogni lontano.