Spiagge libere! scrivevo nel luglio scorso, auspicando anche la nascita di una rete nazionale per rivendicare il diritto di libero accesso al mare. Con grande soddisfazione inserisco quindi il collegamento al comitato “Spiaggia bene comune”, per la tutela “del litorale del XIII Municipio di Roma”, molto ben organizzato anche per quanto riguarda la comunicazione e l'informazione sul web. Un comitato che si va ad aggiungere agli altri che con tenacia lavorano da anni in Italia, dove la privatizzazione delle spiagge continua nella sua implacabile marcia, a dispetto di tutte le riflessioni critiche in atto sui beni comuni. Perciò insisto sulla necessità che le singole istanze locali riescano a coordinasi per dar forza all'idea che il mare e le sue rive, in un paese immerso nel Mediterraneo, sia il primo dei beni/spazi comuni.
A riguardo di spazi, intesi come beni comuni, è di oggi un lungo articolo di Marc Augé sulla prima pagina di Repubblica. Uno scritto in cui l'antropologo francese riflette, a partire dalla sua personale esperienza, sull'importanza dei parchi pubblici nelle città. Scrive Augé: “Va bene creare stadi, piscine, luoghi strutturati per la formazione di «corpi efficacemente disciplinati», ma è bene anche lasciare che si crei qualche luogo di libera espressione di sé e di confronto con gli altri in spazi che permettono tutto senza imporre nulla”. Una descrizione, quest'ultima, che restituisce perfettamente la fondamentale importanza anche educativa delle spiagge, di quelle libere ovviamente. Le spiagge libere sono infatti, a partire dall'esperienza di chi vive sul mare, “spazi che permettono tutto senza imporre nulla”, che consentono di passeggiare o abbronzarsi, di leggere o guardare l'orizzonte, di giocare o scoprire la natura, a due passi dalle nostre case, in tutte le stagioni dell'anno. Già perché, che ci piaccia o meno, le coste italiane sono ormai un'unica infinita riva urbana, di cui le spiagge devono essere il naturale spazio pubblico di libero e gratuito accesso.
Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano.
Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne.
Fabio Fiori
venerdì 24 settembre 2010
venerdì 10 settembre 2010
Biblioteca di mare e di costa

"Tutte le tempestose passioni dell'umanità, ... sono trascorse come immagini riflesse in uno specchio, senza lasciare traccia sul misterioso volto del mare”
Joseph Conrad
Scrivevo qualche settimana fa dei piaceri del nuoto, inteso come esercizio fisico e spirituale. Esercizio che con passione continuo a praticare nelle tiepide acque di casa, adriatiche e settembrine.
Al nuotatore “questo eroe” è dedicato il libro di Charles Sprawson “L'ombra del massaggiatore nero”, uscito in Inghilterra nel 1992 e tradotto qualche anno dopo in Italia, per Adelphi. Un testo che malgrado un eccesso di citazionismo e un troppo ampio respiro internazionale, rimane una piacevole lettura, utile a comporre un quadro del nuoto dalla supremazia inglese dell'Ottocento fino agli anni Trenta del Novecento, definito dall'autore il decennio giapponese. Non mancano i riferimenti alla classicità greca e romana, sia sul versante mitologico che storico. Ampio risalto è dato poi agli scrittori nuotatori, dalle note vicende acquatiche romantiche di Byron e Shelley a quelle meno note, ma forse ancor più affascinanti, del regista Akira Kurosawa e Yukio Mishima. “Se Shelley fu il più commovente dei nuotatori, Byron fu universalmente considerato il più grande dei suoi tempi”, Byron che a proposito della sua traversata dell'Ellesponto diceva: “Di quest'impresa vado fiero più che di qualsiasi altra opera, sia politica sia poetica sia retorica”. Dopo un secolo, dall'altra parte della Terra, Kurosawa e Mishima partendo dalla loro esperienza, attribuirono al nuoto una straordinaria importanza, trasponendo questo loro amore in film e libri memorabili. Nelle sue pagine Sprawson, intersecando il vissuto personale alla dimensione saggistica, ha cercato di indagare “La peculiare psicologia del nuotatore, il suo «sentire l'acqua»”.
Più in generale credo che il mare sia una grande palestra per allenare il “sentire”, anche attraverso il quotidiano esercizio del nuoto nelle acque delle nostre città.
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mercoledì 1 settembre 2010
venerdì 27 agosto 2010
Il nostro mare quotidiano
Anticipo l'inizio dell'articolo dedicato alle spiagge libere che verrà pubblicato domani 28 agosto 2010 sulle pagine di Cultura e Spettacolo del Corriere Romagna.
Più spiagge libere non significa meno economia, ma “altra economia”.
Da questa sintetica considerazione potrebbe partire una nuova riflessione, sganciata da vecchie categorie ideologiche o da nuove strategie liberiste, accomunate da sterili contrapposizioni. E dove queste idee meglio che nella Riviera Romagnola potrebbero trovare idonei spazi, politici e geografici, di sperimentazione? Qui infatti le spiagge sono storicamente e culturalmente vocate all’innovazione. Novità dai molteplici risvolti economici, novità che oggi potrebbero essere declinate alle più aggiornate visioni ambientali, sociali, culturali e insistiamo di “altra economia”, finanche di decrescita. Decrescita felice! come si conviene agli infiniti piaceri che il mare gratuitamente ci offre.
Per poter approcciare in maniera nuova il problema, anzi le opportunità che offrono oggi le spiagge libere è bene fissare un primo elemento oggettivo. L’attuale uso delle spiagge romagnole, diffusosi in tutto il Mediterraneo, impostato su un modello organizzativo fordista, cioè nella seriale ripetizione dello stabilimento balneare incardinato sui tre dogmi cabina, ombrellone, lettino, è solo un’invenzione relativamente recente. Per chi è più giovane o per chi deve rinfrescare i ricordi basterà sfogliare il catalogo online d’immagini del “Museo virtuale dei bagni di mare e del turismo balneare”, http://www.balnea.net . In pochi click scoprirà o ricorderà che la completa occupazione balneare delle spiagge romagnole è avvenuta solo negli anni Sessanta, quando il turismo a Rimini vantava già più di un secolo di storia. In cento anni quelle spiagge da inutili, ...
Più spiagge libere non significa meno economia, ma “altra economia”.
Da questa sintetica considerazione potrebbe partire una nuova riflessione, sganciata da vecchie categorie ideologiche o da nuove strategie liberiste, accomunate da sterili contrapposizioni. E dove queste idee meglio che nella Riviera Romagnola potrebbero trovare idonei spazi, politici e geografici, di sperimentazione? Qui infatti le spiagge sono storicamente e culturalmente vocate all’innovazione. Novità dai molteplici risvolti economici, novità che oggi potrebbero essere declinate alle più aggiornate visioni ambientali, sociali, culturali e insistiamo di “altra economia”, finanche di decrescita. Decrescita felice! come si conviene agli infiniti piaceri che il mare gratuitamente ci offre.
Per poter approcciare in maniera nuova il problema, anzi le opportunità che offrono oggi le spiagge libere è bene fissare un primo elemento oggettivo. L’attuale uso delle spiagge romagnole, diffusosi in tutto il Mediterraneo, impostato su un modello organizzativo fordista, cioè nella seriale ripetizione dello stabilimento balneare incardinato sui tre dogmi cabina, ombrellone, lettino, è solo un’invenzione relativamente recente. Per chi è più giovane o per chi deve rinfrescare i ricordi basterà sfogliare il catalogo online d’immagini del “Museo virtuale dei bagni di mare e del turismo balneare”, http://www.balnea.net . In pochi click scoprirà o ricorderà che la completa occupazione balneare delle spiagge romagnole è avvenuta solo negli anni Sessanta, quando il turismo a Rimini vantava già più di un secolo di storia. In cento anni quelle spiagge da inutili, ...
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mercoledì 18 agosto 2010
Il nostro mare quotidiano
Il nostro mare quotidiano è innanzitutto un gratuito, sempre nuovo, piacere sensoriale.
Nelle scorse settimane Raffaele La Capria ha ripreso sulle pagine del Corriere della Sera il discorso sul nuoto a lui molto caro, sviluppato in bellissimi saggi e suggestive pagine narrative. Lo ha fatto partendo ancora una volta dalla sua personale esperienza, oggi di ultraottantenne, evidenziando come nuotando “lontani dagli sguardi della gente che affolla le spiagge ... si può riaprire il dialogo col mare, che col passare del tempo mi si rivela ogni anno diverso”.
Io penso che il nuoto non sia solo una pratica sportiva, ma al pari del cammino sia una esperienza conoscitiva. Ogni volta, nuotando e camminando rinnoviamo ancestrali esperienze sensoriali, riprendiamo antichissimi viaggi per acque e terre, sempre sconosciute.
A nuoto, possiamo percorre con ritmiche, cadenzate, bracciate il tratto di mare che separa due coste, nelle immobili acque del mattino. Per qualche minuto, del nostro procedere rimane traccia e la nostra scia unisce le rive. Un filo evanescente che la prima brezza dissiperà. Possiamo salire e discendere le onde, alzate da un meridiano vento di scirocco e provare la gioia di una nuda navigazione corporea. Si fatica ad arrampicarsi sulla cresta delle onde, al contrario si gioisce quando si è spinti dalle stesse. L’onda ripida e corta rende difficoltosa la bracciata e la respirazione, più che dell’andare si ha la sensazione del resistere. Sull’onda morbida e lunga, che succede alla burrasca, rimane la difficoltà della salita, ma al contrario si ha il piacere di avanzare tra benevoli flutti. Il corpo in mare, scosso dalle onde, diventa una fragile barca, mossa da remi spesso insufficienti a contrastare la forza marina.
C’è la nuotata che precede il lavoro, quando l’aria fresca dell’alba rende più tiepide le acque, o quella che defatica e rinfresca, fatta nella calda luce del tramonto. Si può nuotare in totale solitudine o cercare un’armonica sintonia con un amico o un’amante. Affinità natatorie non possono che sottendere amicizie o amori, capaci di resistere alle intemperie degli anni.
Nelle scorse settimane Raffaele La Capria ha ripreso sulle pagine del Corriere della Sera il discorso sul nuoto a lui molto caro, sviluppato in bellissimi saggi e suggestive pagine narrative. Lo ha fatto partendo ancora una volta dalla sua personale esperienza, oggi di ultraottantenne, evidenziando come nuotando “lontani dagli sguardi della gente che affolla le spiagge ... si può riaprire il dialogo col mare, che col passare del tempo mi si rivela ogni anno diverso”.
Io penso che il nuoto non sia solo una pratica sportiva, ma al pari del cammino sia una esperienza conoscitiva. Ogni volta, nuotando e camminando rinnoviamo ancestrali esperienze sensoriali, riprendiamo antichissimi viaggi per acque e terre, sempre sconosciute.
A nuoto, possiamo percorre con ritmiche, cadenzate, bracciate il tratto di mare che separa due coste, nelle immobili acque del mattino. Per qualche minuto, del nostro procedere rimane traccia e la nostra scia unisce le rive. Un filo evanescente che la prima brezza dissiperà. Possiamo salire e discendere le onde, alzate da un meridiano vento di scirocco e provare la gioia di una nuda navigazione corporea. Si fatica ad arrampicarsi sulla cresta delle onde, al contrario si gioisce quando si è spinti dalle stesse. L’onda ripida e corta rende difficoltosa la bracciata e la respirazione, più che dell’andare si ha la sensazione del resistere. Sull’onda morbida e lunga, che succede alla burrasca, rimane la difficoltà della salita, ma al contrario si ha il piacere di avanzare tra benevoli flutti. Il corpo in mare, scosso dalle onde, diventa una fragile barca, mossa da remi spesso insufficienti a contrastare la forza marina.
C’è la nuotata che precede il lavoro, quando l’aria fresca dell’alba rende più tiepide le acque, o quella che defatica e rinfresca, fatta nella calda luce del tramonto. Si può nuotare in totale solitudine o cercare un’armonica sintonia con un amico o un’amante. Affinità natatorie non possono che sottendere amicizie o amori, capaci di resistere alle intemperie degli anni.
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