Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori

venerdì 8 aprile 2011

Il nostro mare quotidiano


Vent'anni fa Yohan e Kater I Rades, negli anni scorsi Budafel e Pinar, solo ieri Cartagine e cento, mille altri nomi di navi naufragate o salvifiche, compongono un litania di sofferenze mediterranee che sembra non avere fine. Quella di un mare che, al di là di tanta retorica, rimane una tragica frontiera acquea.
Solo nel Mediterraneo 16.000 morti annegati o di sete o per altre cause, negli ultimi vent'anni, secondo quello che si legge sui quotidiani e documenta Fortress Europe. Il Canale d'Otranto ieri e quello di Sicilia oggi, stretti bracci di mare se visti su Google Maps o dal finestrino di un aereo; lunghissimi e pericolosissimi per chi è costretto invece ad attraversarli a bordo di malandati pescherecci, rugginose bettoline, insicuri gommoni. Le cronache di questi giorni riaccendono ancora una volta, in maniera spesso frettolosa e superficiale, l'attenzione sulla dimensione oscura del Mediterraneo.
In antitesi alla sua immagine vacanziera, nell’ultimo ventennio con il riesplodere dei fenomeni migratori questo mare è ritornato ad essere una delle porte d’ingresso privilegiate per l’emigrazione, riprendendo una sua più antica, dura, reale dimensione spaziale ed esperienziale, almeno per quelli che chiamiamo clandestini. Racconti di partenze disperate, navigazioni avventurose, a volte di tragici naufragi o di perigliosi sbarchi, sono diventate cronache quotidiane. Le barche rabberciate, le piccole flotte, il rimanere a vista, il finire in acqua, le onde infauste; oggetti, personaggi, situazioni apparentemente cancellati dalla nostra modernità riemergono nelle testimonianze di chi, vicinissimo a noi, vive l’altra faccia della contemporaneità. C’accomunano gli spazi, in questo caso il mare, unici nella fisicità, differenti nell’esperienza e quindi nel significato. Quelle che leggiamo sono storie intrise di modernità, fatte di sogni veicolati dalla televisione o da internet e di comunicazioni satellitari; ma al contempo raccontano anche una dimensione del mare antichissima, fatta di ansie, paure, drammi, a noi sconosciuti. La memoria storica è breve e anche le immagini del mare quasi sempre rispondono a necessità di consumo. Solo leggendo attentamente le cronache riscopriamo il Canale di Sicilia, perlustrato alla ricerca di naufraghi negli assolati giorni d’estate o di cadaveri in questa terribile primavera.

mercoledì 16 marzo 2011

Notizie






Mare di carta in collaborazione con
l'Associazione Culturale Olivolo
la Lega Navale di Venezia
l'Associazione Mitico Arpege
e con il partenariato della Municipalità di Venezia, Murano e Burano

ha il piacere di invitarvi giovedì 24 marzo alle ore 18.00
presso la Sala della Municipalità di san Lorenzo , Castello 5056

alla conferenza
Dalla storia della Nautica
alla cultura della vela in Adriatico


Relatori saranno gli autori dei libri seguenti:
L’equipaggio invisibile, Robert Clark e la nascita della vela modernadi Andrea Cappai, Nutrimenti
Barcolana Classic '10, Vele d'epoca in Adriatico
di Riccardo Pergolis e Piero Tassinari, Lint Editoriale
Il segno dell’onda
di Piero Tassinari, Comunicarte
Moderatore sarà Guglielmo Danelon

domenica 13 marzo 2011

Notizie


Caro Andrea (candidato sindaco di Rimini),
ho appreso con piacere tramite i quotidiani locali del tuo incontro con la marineria riminese. Con sincerità devo però dirti che avrebbe dovuto essere un'iniziativa pubblica, anche in relazione alla centralità che tu stesso riconosci al rapporto (teoricamente imprescindibile) tra Rimini e il mare.
Senza dilungarmi in quest'occasione in inutili recriminazioni per la quasi assoluta assenza della politica del nostro governo riminese su questo tema, se non in maniera puntuale su particolari necessità, spesso più di immagine o tornaconto privato che di progettualità, mi permetto invece di avviare con te e con gli altri candidati sindaci, e più in generale con tutti quelli che il mare lo vivono quotidianamente, per lavoro o per piacere, una concreta discussione pubblica su questo (mancato) rapporto. Provo quindi a declinare in maniera molto sintetica le mie idee sulla gratuità del mare, che tratto nel blog http://maregratis.blogspot.com/ e di cui ho discusso pubblicamente in diverse occasioni in giro per l'Italia e a Rimini, su invito del Laboratorio PAZ, del Circolo Velico Riminese, di alcune scuole, del Festival Assalti al Cuore, della Biblioteca Gambalunga, ecc..
Se, come credo e argomento, il mare è un bene comune, anzi il primo bene comune ambientale di una città costiera, allora le rive vanno liberate e rese accessibili, il lavoro difeso e sostenuto (a cominciare dagli interessi dei lavoratori per un partito di sinistra), le pratiche sportive e culturali promosse e finanziate. In breve e per punti.
Accesso al mare:
- aprire a tutti i cancelli della nuova darsena;
- consentire il passaggio pedonale lungo tutta la banchina portuale (oggi precluso presso la sede del Club Nautico e del Consorzio Linea Azzurra);
- pedonalizzare il lungomare e abbattere inutili e obsolete barriere visive;
- completare il collegamento pedonale (fino al Ponte di Tiberio) lungo il lato destro del portocanale e renderlo decente;
- eliminare o almeno limitare gli eventi “pubblicitari” su piazzale Boscovich e spiaggia libera limitrofa;
- tutelare le pochissime spiagge libere (al di sotto anche di quanto stabilito dalle normative regionali);
- prevedere un piano finanziario pluriennale per l'acquisizione di spiagge private, da rendere libere (attenzione! questo anche in chiave turistico economica).
Lavoro in mare:
- chiedere alle imprese il rispetto dei diritti dei lavoratori, di tutti i lavoratori! (ricordando che Rimini non avrebbe quel meraviglioso luogo che è il Mercato Coperto del pesce, e relativi piaceri sensoriali, senza il faticoso lavoro dei concittadini lampedusani e magrebini);
- accelerare l'iter amministrativo per il riordino dell'area portuale;
- sostenere i pescatori nelle loro battaglie per la tutela degli ambienti costieri a livello locale, nazionale, comunitario (qualità delle acque, lavori di ripascimento, regolamenti sulla pesca, ecc.);
- incentivare la formazione professionale dei mestieri del mare;
- sostenere le nuove imprese artigianali.
Vivere il mare:
- riattivare o avviare progetti scolastici dedicati alla vela, al nuoto, al remo;
- sostenere i circoli velici e sportivi legati al mare;
- incrementare il numero di scali di alaggio e varo per le piccole barche;
- rianimare e aggiornare manifestazioni veliche di respiro nazionale e internazionale (come la Rimini-Corfù-Rimini) e prendere le distanze da inutili e deleterie manifestazioni di voyeurismo nautico (il “caso Lolli” dovrebbe aver insegnato qualcosa anche da un punto di vista etico-culturale?) o vip-sportive;
- sostenere le iniziative culturali legate al mare (associazione vele al terzo, collezioni museali e librarie, incontri e spettacoli, ecc.).
Sottolineo che alcune di queste proposte non richiederebbero nessun investimento economico, ma progettualità, sinergie, determinazione.
Un'ultima idea, penso anche di grande effetto mediatico, sarebbe quella di istituire primi in Europa le “domeniche blu”, con divieto di navigazione privata a motore nelle acque costiere (almeno entro 1 miglio dalla costa, lasciando ovviamente canali di accesso ai porti).
Credo che discutendo su punti specifici e dando corso a qualcuno di questi, o di altri, Rimini potrebbe “riconquistare il mare” o comunque permettere ai nostri figli e ai nostri ospiti di conoscerlo e viverlo quotidianamente. Convinti che la riscoperta del mare parta dalle acque che bagnano la nostra città.

martedì 15 febbraio 2011

Biblioteca di mare e di costa




“Tutte le tempestose passioni dell'umanità, ... sono trascorse come immagini riflesse in uno specchio, senza lasciare traccia sul misterioso volto del mare”
Joseph Conrad


Malgrado da secoli si dica, e sia stato scritto anche sul Palazzo della Civiltà Italiana dell'EUR di Roma, che siamo un popolo di navigatori, il nostro Paese è al contrario molto lontano dal mare, sempre che non lo si confonda con la spiaggia. Questa lontananza riguarda innanzitutto la cultura e, nello specifico, la letteratura. E' quindi doppiamente benvenuta l'antologia, o, per rimanere in tema, il vascello cartaceo costruito da Giorgio Bertone, professore di Letteratura Italiana all'Università di Genova. “Racconti di vento e di mare” (2010; Einaudi, Tonino, pp. 578; € 22) è una grande nave, nelle cui stive il curatore ha caricato alcune delle più belle e utili pagine di mare, a partire dai racconti mitici, fino ad arrivare a quelli del Novecento. Diciamo subito che nell'antologia gli autori italiani sono una minoranza, con l'unica eccezione del capitolo intitolato “Il mare di chi non ha mai visto il mare”, che raccoglie tra gli altri i racconti di Eugenio Montale, Cesare Pavese ed Edmondo De Amicis. Italiano è comunque uno dei due autori di riferimento di Bertone, quell'Antonio Guglielmotti sacerdote domenicano e autore del preziosissimo “Vocabolario marino e militare” del 1889. Non un semplice dizionario ma un vero e proprio insuperato compendio sull'arte del navigare. Se il Guglielmotti attraverso le sue voci ha “scritto racconti virtuali, quelli che l'Italia sui mari mai scrisse”, Herman Melville è l'inarrivabile gigante dell'epopea marinaresca oceanica. Il suo “Moby Dick o la Balena Bianca”, è “un' «opera mondo», paragonabile alla grande epica classica”. E' proprio Melville a informarci che “Più esatta, concreta e precisa è la terminologia più diventa utile anche per nutrire l'immaginazione e la leggenda”.
La smisurata grandezza degli oceani di ieri e di oggi è raccontata magistralmente da Joseph Conrad, Jack London, Robert Luis Stevenson o dai “vagabondi” solitari Joshua Slocum e Bernard Moitessier. Un spazio è dedicato anche alle vicende corsare di Giuseppe Garibaldi, ambientate lungo le coste dell'America del Sud. “Corsaro! lanciato sull'Oceano con dodici compagni a bordo di una garopera, si sfidava un impero, e si facea sventolare per i primi, in quelle meridionali coste, una bandiera d'emancipazione! La bandiera repubblicana del Rio-Grande!”, scrive il Generale. Esperienze fondamentali per poter maturare poi i successi militari utili alla causa italiana, dalla tragica fuga verso Venezia, fino alla vittoriosa navigazione dei Mille.
Molto suggestive sono anche le “Voci sparse” raccolte all'inizio da Bertone, una specie di micro-zibaldone che unisce idealmente tutte le genti di mare, quelle che secondo una adagio inglese attendono “il primo giro d'elica” per pagare tutti i debiti. In chiusura “Ultimi avvisi” fornisce una piccola ma ragionata bibliografia, utile a chi partendo dall'antologia voglia proseguire la sua rotta per i vastissimi, spesso incerti, orizzonti della conoscenza. Se l'autore ha sentito come un compito ascoltare le voci “più alte e nobili che siano mai levate a raccontarci dell'esperienza umana di vento e di mare”, così ogni italiano per dirsi abitante di una penisola mediterranea, dovrebbe aver letto almeno un paio di questi emozionanti racconti.

sabato 5 febbraio 2011

Il nostro mare quotidiano








Domenica scorsa Gianfranco Ravasi sulle pagine di Domenica de Il Sole 24 ore ha ricordato che “Una società sbrigativa e superficiale che ingurgita cibi a caso in un fast food, che ignora lo spreco alimentare, ... ha perso non solo la dimensione simbolica del cibo ma anche la spiritualità che in quel segno è celata”.
Considerazione non solo condivisibile, ma declinabile alle idee di un mare inteso come bene comune. Sì, perché anche attraverso i suoi più autentici sapori possiamo riappropriarci del mare. Tutto ciò senza alcuna preclusione alle contaminazioni, che da sempre sono il principale ingrediente della miglior cucina, capace di diventare tradizione nel significato più interessante e concreto. Per intendersi, preferisco mille volte di più un cuscus cucinato da amici pescatori tunisini con piccoli, “poveri”, pesci adriatici, agli spiedini industriali “romagnoli” fatti con calamari dell'Atlantico e gamberetti del Pacifico.
Ma ritornando all'orizzonte culturale magistralmente riassunto da Gianfranco Ravasi, con riferimento al pane e al vino, vorrei altrettanto brevemente accennare ad alcuni antichissimi significati di un altro cibo mediterraneo per eccellenza, il pesce, riprendendo alcuni frammenti del mio Abbecedario Adriatico.
L'antichissima ascendenza di ittico dalla parola greca ichthŷs e la potente forza anagrammatica, che nella simbologia cristiana delle origini lega il vocabolo greco al nome di Iesus Christos Theu Yios Soter, Gesù Cristo figlio di Dio, eleva il lemma ittico a paradigma del lessico peschereccio. Perciò la descrizione dell'aggettivo ittico è molto di più di una semplice questione di zoologia o di economia, di una minuziosa elencazione faunistica o patrimoniale.
Il fascino del pesce sta anche nell'archetipica associazione ai prodotti alimentari mediterranei per eccellenza: pane, olio e vino. Una triade che il pesce integra e completa, apportando ai frutti della terra la carne stessa del mare. Così tanta letteratura e iconografia, antica e medievale, in cui sono rappresentate tavole sacre apparecchiate con una bianca tovaglia, su cui stanno oltre al pane e al vino, l'olio e il pesce, assumono almeno visivamente anche un significato antropologico. Immagini insieme semplici, potenti, evocative, che restituiscono il legame spirituale e alimentare delle popolazioni mediterranee con il mare. E ancora ricollegandoci all'immagine che rafforza l'articolo di Ravasi, ci sarà stato di certo anche tanto pesce sulle tavole imbandite di “Le nozze di Cana”, capolavoro assoluto di Paolo Veronese, che tante volte si sarà probabilmente recato anche al mercato ittico di Rialto a Venezia, un altro capolavoro che si rinnova ancora ogni giorno.