Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori
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domenica 17 aprile 2016

Incontri

"Adriatico. Le stagioni del mare"
Giovedì 21 aprile 2016, alle ore 21
Coordinamento Protezione Civile Provincia di Rimini
Rimini, via Ungheria 1

Rispondendo all'invito del Coordinamento Protezione Civile Provincia di Rimini, giovedì prossimo racconterò le stagioni adriatiche, quelle dei venti e quelle  delle acque, quelle dei pesci e quelle degli uomini.
Come tutti i racconti naturali anche quelli marini hanno una cadenza stagionale. Fernand Braudel nel suo grande affresco del Mediterraneo ha scritto: "Le note innumerevoli che ci parlano della qualità e del colore del tempo possono essere classificate senza tener conto del millesimo dell'anno: soltanto i mesi importano ed è sempre, all'incirca, la stessa storia."
Ecco, proprio alcune di queste note mensili ho riportato nel mio "Un mare. Orizzonte adriatico", appunti da cui partirò anche giovedì sera per raccontare le stagioni del mare.

mercoledì 7 agosto 2013

Adriatico, mare d'Europa

Dal primo di luglio la Croazia fa parte dell'Unione Europea. Finalmente, dopo secoli di divisioni e anni di guerra, l’Adriatico diventa un mare anche politicamente unito sotto un'unica bandiera, blu come il mare, in cui un marinaio potrebbe scambiare le stelle per isole, quelle splendide istro-dalmate. Non dimentichiamo che l'Adriatico è l’unico mediterraneo geograficamente europeo, a differenza di tutti gli altri sui quali s'affacciano diversi continenti. Se le prospettive invece sono altre, storiche, religiose, culturali, allora l'Adriatico “da solo e per analogia, pone tutti i problemi impliciti nello studio dell'intero Mediterraneo” continua a ricordarci Fernand Braudel. Un altro grandissimo narratore mediterraneo, Predrag Matvejević, ha scritto che “l'Atlantico e il Pacifico sono i mari delle distanze, il Mediterraneo è il mare della vicinanza, l'Adriatico il mare dell'intimità”. Per chi lo ha navigato in lungo e in largo l'Adriatico è un mare duplice, per un'infinità di caratteri, innanzitutto morfologici e geologici delle opposte sponde. Quasi completamente basse, sabbiose e antropizzate quelle occidentali, fino al promontorio del Gargano; rocciose, selvagge e semideserte quelle orientali. Duplice è anche la sua natura meteorologica, con inverni di nebbia, gelo e Bora come in un vero mare del nord ed estati di sole, siccità e Scirocco come in tutti i mediterranei. L'Adriatico è per antonomasia il luogo di scontro tra le opposte fazioni dei figli di Eolo, quelli settentrionali, capitanati proprio dalla gelida zarina siberiana e quelli meridionali, alla cui testa sta l'umido rais sahariano.
Per chi va a vela l’Adriatico rimane il Golfo di Venezia. Lunghissima la sua storia, indelebili le tracce architettoniche e culturali, intramontabile la grandiosa aura, malgrado i successivi tanti tragici errori commessi dalle genti delle due rive. Ogni anno centinaia di barche a vela provenienti dai porti dei cinque continenti risalgono il Golfo, non sempre spinte da favorevoli venti sud-orientali, ma comunque determinate a raggiungere dal mare la Serenissima. Perché come ha scritto Thomas Mann, arrivare a Venezia dalla terraferma è come “entrare in un palazzo dalla porta di servizio” e che solo per nave, dall'alto mare, bisogna “giungere nella più inverosimile città del mondo”. Lunghissima o breve che sia stata la navigazione, piccola o grande che sia la prua, insuperabile è l'emozione di bagnarla nelle acque sempre agitate del Canal Grande, vedendo sfilare davanti a sé le straordinarie architetture veneziane, testimoni della grandezza non solo economica della Repubblica. E ancor prima di tanta magnificenza, qualsiasi bocca di porto si sia scelto per entrare, già la Laguna e le sue numerosissime isole avranno regalato forti emozioni. Un paesaggio unico, per dimensioni e caratteristiche, in cui natura e cultura si sono nei millenni intimamente mescolate, come le acque dolci e salate a ogni cambio di marea.
I fatti del Novecento sono tristemente noti, ma non bisogna mai dimenticare che ad anni di guerra si sono alternati secoli di pace e per festeggiare la rinnovata fratellanza riporto le parole di due grandi marinai nati e cresciuti sulle rive adriatiche: Agostino Staulino e Carlo Sciarrelli. Il primo, nato a Lussinpiccolo nel 1914, diceva che l'isola dove era nato gli aveva insegnato ad amare il mare, “sentimento che bisogna coltivare per poter navigare”.
Di Carlo Sciarrelli, nato a Trieste nel 1934, oltre alle splendide barche, va ricordata non solo passione, competenza ed estro per la progettazione degli yacht, ma più in generale per la cultura del mare. Nell'introduzione al suo “Lo yacht. Origine ed evoluzione del veliero da diporto”, ormai un classico della letteratura marinaresca, Sciarrelli sollecita l'uso del “linguaggio del mestiere, dal quale non si può prescindere”, quel linguaggio che apprese ed affinò proprio navigando in Adriatico.
Ora che da Trieste a Otranto, da Capodistria (Koper) a Ragusa (Dubrovnik), l'Adriatico è un mare d'Europa sarà più semplice conoscersi e riconoscersi, certi che l'appartenenza adriatica è un fatto esperienziale che deve diventare anche culturale, basta semplicemente mollare gli ormeggi per avventurarsi in quel "mar grando" caro al poeta Biagio Marin.

L'articolo completo è pubblicato sull'ultimo numero del mensile Bolina (luglio-agosto 2013)

sabato 2 marzo 2013

Incontri



Incontri del Mediterraneo

Lunedì 4 marzo 2013, ore 21
Museo della Città di Rimini

MEDITERRANEO OGGI
tra primavere arabe e crisi greca



incontro con Lucio Caracciolo (direttore di LIMES)
modera Fabio Fiori



Sono giorni, settimane, mesi, anni, secoli, millenni che si combatte lungo le sponde del Mediterraneo. Non a caso forse la sua storia scritta incomincia con la cronaca di una lunghissima guerra. Oggi in Siria, a Gaza e in Algeria, senza dimenticare la crisi greca. Ieri l'Egitto, la Libia e la Tunisia. Solo una decina di anni fa in Kosovo, l'ultimo dei conflitti della ex-Jugoslavia che hanno insanguinato negli anni Novanta del Novecento le rive adriatiche. L'elenco si potrebbe dettagliare e prolungare, completandosi con le infinite tragedie dei migranti che da decenni hanno trasformato il Mediterraneo in una delle più sanguinose frontiere del mondo. Ma questo mare, malgrado tutto, non è solo uno spazio di guerra.
Allora “Che cos'è il Mediterraneo?”, prendendo a prestito la domanda che si faceva mezzo secolo fa lo storico francese Fernand Braudel. Quesito apparentemente banale se ci si accontentasse dei caratteri geografici o al contrario insolubile se si volessero considerare tutte le plurimillenarie vicende culturali.
Braudel scrive che il Mediterraneo è “Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non una mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre”. Ed è proprio questa complessità, quest'eterno “accatastarsi” che fa del Mediterraneo un unicum, nel bene e purtroppo nel male. Innegabile è il suo fascino e la sua forza attrattiva, come altrettanto evidenti e drammatici sono i suoi problemi. Geopolitici e ambientali, economici ed ecologici. Rimanendo in Italia, emblematico è il caso eclatante dell'ILVA di Taranto, dove il conflitto tra diritti del lavoro e della salute, hanno mascherato e continuano a mascherare logiche predatorie, a discapito di uomini e ambiente. Il tutto in riva a un Mediterraneo lontanissimo da Bruxelles e purtroppo anche da Roma. A riguardo basta sfogliare agende e programmi elettorali per verificare la completa disattenzione a problemi e potenzialità di questo mare, del nostro mare quotidiano.
Negli anni Trenta del Novecento, Albert Camus, un altro grande intellettuale delle due rive, algerina e francese, si chiedeva se è “possibile una nuova cultura mediterranea”. Noi con lui, malgrado tutto, ci ostiniamo a credere di sì e cerchiamo perciò di alimentare il dialogo tra le diverse sponde, tra il Nord e il Sud, tra l'Occidente e l'Oriente, certi della vocazione mediterranea dell'Italia e della nostra inesausta voglia di navigare liberamente tra le onde e le culture, altrettanto mutevoli e affascinanti. Una vocazione che in Romagna si sostanzia non solo nel turismo o nel traffico mercantile (Ravenna, pur scontando le difficoltà del momento, rimane tra i primi dieci scali commerciali italiani) ma anche nelle produzioni agricole mediterranee per eccellenza, quali il vino e l'olio, e in quelle pescherecce, visto che nei mercati ittici di Cesenatico, Rimini e Cattolica si commercializzano ogni anno migliaia di tonnellate di pesce di primissima qualità. Economie che si sostanziano anche grazie al lavoro di tanti uomini che hanno dovuto attraversare pericolosamente il mare e affrontano ogni giorno le insidie altrettanto infide della burocrazia e dei preconcetti.
Riprendendo le parole di Camus, “Il Mediterraneo che ci circonda è al contrario un paese che vive, pieno di giochi e sorrisi”, quelli che ci accolgono nei porti dove arriviamo, quelli che cerchiamo di rivolgere a coloro che arrivano dal mare. Certi che i tanti problemi di questi giorni e quelli dei prossimi anni si potranno meglio affrontare promuovendo il dialogo e non i pregiudizi, favorendo l'incontro e non lo scontro.


Estratto dell’articolo pubblicato sulle pagine culturali del Corriere Romagna, 30 gennaio 2013.

mercoledì 23 maggio 2012

Il nostro mare quotidiano

“IO E IL MARE”
Il Mediterraneo, come luogo di vita e di confronto, via primaria di comunicazione e di scambio di culture e civiltà tra i popoli, . Il mare con le sue regole determina comportamenti condivisi e di per sé diventa un ambito di condivisione e contaminazione di storie diverse.

GIOVEDI' 24 MAGGIO ore 20,30
Piazza Marsala Ravenna
Interverranno Pietro Caricato, Pasquale De Gregorio, Stefano Raspadori, Fabio Fiori; condurrà Danilo Morini.

L'iniziativa è promossa da OPERA “Le vie dell'acqua”, un appuntamento annuale dedicato al lavoro e alla cultura del lavoro organizzato dalla Cgil di Ravenna con il sostegno della Cgil Emilia Romagna e la Cgil nazionale e con il patrocinio della Regione Emilia Romagna e del Comune e della Provincia di Ravenna.


Io è un pronome inutile in mare, qualche volta pericoloso. Allora, fin dal primo imbarco su scafi piccoli o grandi, su mosconi romagnoli, piccole vele o navi oceaniche, si copre che il rapporto con il mare non è, e non sarà mai, individuale. Quindi anche il più personale dei racconti sul mare si intitolerà sempre “Noi e il mare”. Noi perché il mare non lo scopriamo mai da soli, non lo vediamo, ascoltiamo, annusiamo, gustiamo, tocchiamo solo con i nostri sensi. Lo sentiamo anche con occhi, orecchie, naso, bocca e mani degli altri, di chi ci ha preceduto. L'eperienza del mare è insieme scoperta e riscoperta, come ci ha insegnato Predrag Matvejević, l'Omero balcanico che come noi ha visto l'Adriatico prima di ogni altro mare. Mare dell'intimità lo ha definito, un'insenatura di quel Mediterraneo che è da sempre mare della vicinanza. Adriatico selvaggio era per Gabriele D'Annunzio e Umberto Saba. L'Adriatico è di certo un mare difficile, da navigare come ben sanno i marinai dalla notte dei tempi, da apprezzare, almeno lungo la costa occidentale. Questa era un tempo una riva importuosa, pericolosissima con i venti da Greco, o Furién come si diceva con parola chiarissima. Questa è oggi una lunga riva urbana, che sconta le difficoltà di uno sviluppo tumultuoso, di una novecentesca frana di uomini, speranze e sacrifci, ma anche di speculatori, egoismi e sacrifici, altrui. Questo Adriatico è comunque il nostro mare quotidiano e forse proprio perché difficile, ancora più affascinate.
...
L'Adriatico è un bene comune e solo se pensato, gestito e vissuto come tale può continuare ad arricchire, nell'accezione più ampia, le genti che popolano le rive. Un mare che riassume in sè tutti i problemi del Mediterraneo diceva Fernand Braudel, e tutte le opportunità possiamo tranquillamente aggiungere noi. Occasione di incontro occasionale, nei giorni di una vacanza, o di convivenza duratura, negli anni di una vita. L'adriaticità, l'appartenenza adriatica, oggi più che mai, non è un dato anagrafico, non serve la carta d'identità per certificarla, ma il quotidiano lavoro, la fatica e le gioie che insieme trasformano uno spazio in un luogo. Solo condividendo un piatto di pesce con i pescatori magrebini a bordo si capisce concretamente cos'è la koiné mediterranea, l'inestricabile, qualche volta difficile, sempre interessantissimo, intreccio di culture che caratterizza da secoli questo mare. E' molto più gustoso un cou-cous fatto con canocchie, mazole e poveracce freschissime, che uno spiedino romagnolo con gamberetti dell'Indiano e calamari del Pacifico. Così come è molto più emozionante il racconto di una notte di pesca in Adriatico, di un ragazzo di Madia, che la cronaca di una motoscafata a Vallugola, di un ragazzo di Rimini. Per apprezzare l'Adriatico è necessario saper cogliere il fascino delle sfumature del grigio e del verde, quelle degli ossidi del rame, dell'alluminio, del ferro e del bronzo. Bisogna saper cogliere l'incanto delle atmosfere sospese della bonaccia o quelle violente della burrasca.
...
Solo nella piena consapevolezza di questa molteplicità sarà più facile, e forse anche piacevole, vivere e lavorare lungo le rive adriatiche, insieme urbane, come hanno scelto i padri, e selvagge, come sempre riesce ad esserlo il mare.


L'articolo completo è oggi, 23 maggio 2012, in edicola sul Corriere Romagna

mercoledì 25 maggio 2011

Biblioteca di mare e di costa



Le nuvole “Vanno / vengono / ogni tanto si fermano / e quando si fermano / sono nere come il corvo / sembra che ti guardano con malocchio / Certe volte sono bianche / e corrono / e prendono la forma dell’airone / o della pecora / o di qualche altra bestia / ma questo lo vedono meglio i bambini
che giocano a corrergli dietro per tanti metri”, recita una trasognata voce femminile, in apertura di una bellissima canzone di Fabrizio De André.
Noi che abitiamo in riva al mare le nuvole le possiamo vedere alte nel cielo o basse sull'orizzonte, meteore che sorgono dall'acqua. La stessa che allo stato puro, o quasi, le compone, quell'acqua senza la quale non potremmo vivere, anche nell'accezione più specifica di chi ama navigare. Per chi va a vela, le nuvole sono come le onde, punteggiano il cielo come le acque. Ma le nuvole come le onde, sono anche utilissime a rivelare lo stato del tempo atmosferico o marino, permettendo di predirne l'evoluzione, secondo un'arte antica che va coltivata con costanza e passione, anche ai tempi di internet. Soprattutto in un mare come il Mediterraneo, stretto tra le montagne, parafrasando Fernand Braudel. Se le previsioni meteorologiche sono oggi molto affidabili sugli orizzonti atlantici, spesso si rivelano inesatte in alcuni stretti golfi, a ridosso di capricciose vette o di infidi canali. Qui il marinaio non può solo affidarsi ai bollettini radiofonici o elettronichi, qui la copertura previsionale dei satelliti e dei radar non è sempre sufficiente. Qui, più che altrove, bisogna ancora saper riconoscere un cirro da uno strato, un nembo da un cumulo, bisogna saper valutare l'altezza delle nuvole e i loro sviluppi. Non c'è niente di meglio dell'esperienza marinaresca per affinare le proprie capacità di osservazione del cielo, un esercizio quotidiano che negli anni permette di affinare conoscenze empiriche fondamentali, di maturare un utilissimo sesto senso meteorologico.
E proprio un viaggio in mare è stato l'occasione per Gilles Clement di scrivere “Le nuvole”, appena tradotto in italiano da DeriveApprodi (pagg. 128, € 14). Perché come scrive in apertura l'autore “Nuvole è un diario di bordo tenuto tra Le Havre e Valparaiso dal 18 settembre al 18 ottobre 2004”. Un libro inusuale per chi conosce “il giardiniere planetario” attraverso i suoi numerosi scritti e gli altrettanto numerosi parchi, che ci hanno aperto gli occhi sulle meraviglie quotidiane del “terzo paesaggio”, che ci hanno insegnato ad apprezzare anche quelle piante vagabonde che impreziosiscono i margini stradali e più in generale le nostre infinite periferie. In questo nuovo lavoro, con l'illuminante semplicità che caratterizza la sua scrittura, Clement ci ricorda subito che “Noi siamo dentro l'acqua. Pensiamo di respirare l'aria. Respiriamo l'acqua. L'acqua non ci resta a distanza. Ci avvolge, ci penetra come fa con ogni organismo vivente e ogni oggetto inerte”. E proprio alle molteplici interazioni che le nuvole sviluppano con gli organismi viventi e con microscopici ma fondamentali oggetti inerti, sono dedicate le pagine più affascinanti del libro. Riflettiamo così sul fatto che l'aria è un areosol, che contiene un microgrammo di materia a metro cubo. Da quantità e qualità di questo particolato non dipende solo l'esistenza o meno delle nuvole, ma anche gli effetti che le precipitazioni hanno sulla terra e sui viventi, uomo compreso. Se le PM10 sono diventate uno dei cancri di questo modello di sviluppo, oltre che l'incubo dei nostri amministratori, il particolato presente in atmosfera è indispensabile al ciclo dell'acqua e, direttamente o indirettamente, alla vita. In ogni goccia che arriva alla pianta e a noi, è nascosto “un messaggio di cui non sappiamo niente, se nutrimento o veleno, impurità volatile, plancton celeste o marino”. Oggi “Il meteo ci informa [anche in maniera esageratamente ossessiva] sul numero di millimetri caduti il tal giorno nel tal lasso di tempo. Ma non dice mai cosa c'è nell'acqua”.
I reconditi, misteriosi, rapporti tra le nuvole e i viventi erano stati intuiti già due secoli fa da Jean-Baptiste Lamarck, lo stesso naturalista che studiò l'evoluzione qualche decennio prima di Charles Darwin. Tutto il viaggio oceanico, celeste e ideale di Clement riassunto nel libro, si snoda intorno alla figura di Lamarck, “naturalista, scienziato, pensatore universale, il primo a osare catalogare le nuvole e dar loro un nome”.
In alcuni tratti di questa navigazione a bordo di un mercantile, Clement riveste in maniera esplicita i panni del giardiniere, un anomalo giardiniere di bordo che si preoccupa delle maltrattate piante, immaginando che “Si potrebbero scegliere delle specie abituate al sale e al carburante (per gli spruzzi d'acqua di mare delle alofite, per il resto c'è da cercare). Sul tetto superiore spunterebbe una selva. Si capirebbe perché la nave si chiama Monteverde”.
A mo' di doveroso omaggio, il libro si conclude con due pagine di Lamarck che ci invitano a rinnamorarci ogni giorno delle nuvole e del cielo, il miglior modo anche per motivare lo studio “dei suoi differenti stati nel corso dell'anno, dal tempo più cupo e più brutto a quello più luminoso e sereno; quello in una parola, di tutti gli oggetti particolari che ci offre questa bella e curiosa porzione di natura”. Un invito a percorrere le rive mediterranee o a prendere il largo, per riscoprire quotidianamente la magnificenza delle nuvole e del vento, che del cielo sono i figli più belli.

martedì 10 agosto 2010

Il nostro mare quotidiano

Seicento miglia a vela, diverse decine di chilometri a piedi lungo le rive e poi il bus, la nave e il treno per chiudere un lungo viaggio sulle due coste e attraverso il Canale di Sicilia, spartiacque tra Occidente e Oriente mediterraneo. Un canale che collega l'Europa all'Africa, per chi del mare ha prima di ogni altra un'idea greca: di un mare inteso come pontos. Secondo il “pensiero meridiano” di Franco Cassano, le rotte “del Mediterraneo aprono alla possibilità di un rapporto, di un contatto, anche se esso può essere feroce e terribile”. Ancora una volta andando a vela ho verificato che le distanze mediterranee consentono, anzi obbligano a riflettere e sperimentare un rapporto tra le opposte rive.
Differenti rimangono lingue, culture e religioni, malgrado l'onda commerciale globalizzatrice degli ultimi vent'anni. Ma del resto quale mare può vantare una così lunga storia di incontri e scontri come il Mediterraneo? e in questa plurimillenaria avventura commerciale quale mare ha mantenuto una ostinata, affascinate pluralità di identità? Mi sono così ritornate in mente le parole di Fernand Braudel che, a Trapani, Sciacca, Siracusa, Malta, Tunisi, Palermo e negli altri approdi toccati, continuano a essere utilissime per cercare di capire cos'è questo Mediterraneo: “Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre”. E viaggiare nel Mediterraneo, prosegue sempre Braudel, “Significa sprofondare nell'abisso dei secoli, fino alle costruzioni megalitiche di Malta” e, aggiungo io, ai graffiti della grotta paleolitica dell'isola di Levanzo alle Egadi. Ma viaggiare nel Meditterraneo significa anche sprofondare in una rutilante, spesso mal digerita, modernità, in un gorgo sincretico pericoloso quanto lo Scilla e Cariddi odissiaco. Penso alle inutili urbanizzazioni balneari che accomunano la costa siciliana a tante altre del Mediterraneo o i più recenti faraonici porti turistici, o ancora i novecenteschi paesaggi industriali di Gela e Augusta. Differenti i pericoli, comuni le intemperie ambientali che continueranno ad affliggerci per anni (o per secoli?).