Dal 2010, racconti di isole, venti, vele, nuoto e remi, oltre a qualche idea sul nostro mare quotidiano. Depuis 2010, des recits d'îles, de vents, de voiles, de natation et d'aviron, ainsi que quelques idées de notre mer quotidienne. Fabio Fiori

martedì 18 ottobre 2011

Notizie

Lesina (FG), 21 ottobre 2011
"Fatti con l'acqua"
Una tavola rotonda attorno al tema della protezione delle aree costiere e lagunari, del rapporto tra lagune e mare e della storia e della cultura delle genti.
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L'incontro rientra nelle attività del V^ Congresso Nazionale LAGUNET, un'associazione senza fini di lucro e ha per scopo la promozione dello studio degli ambienti acquatici di transizione, ovvero delle lagune, delle zone umide costiere e delle foci fluviali.

lunedì 17 ottobre 2011

Il nostro mare quotidiano

Quando nel marzo 2006 incominciai a lavorare a questo progetto, l'economia sembrava aver ritrovato il suo passo migliore, dopo la battuta d'arresto del 2001. Crescita infinita ed euforia finanziaria erano paradigmi imprescindibili per qualsiasi azione politica. In quella temperie consumistica l'idea dei beni comuni sembrava definitivamente tramontata nell'orizzonte occidentale. Anche la proprietà statale, che è cosa diversa dai beni comuni, scontava l'assedio feroce di quella privata. Una situazione, insieme economica e psicologica, che rendeva il mare e le rive paesaggi ad elevato rischio d'appropriazione indebita.
Lungo le coste mediterranee la pressione antropica, dopo aver sconvolto gli equilibri ambientali, manifestava e manifesta con determinazione la volontà di ridurre il libero accesso di tutti, a vantaggio di pochi. Spiagge, falesie e banchine venivano e vengono continuamente recintate, con il beneplacito o il silenzio-assenso delle istituzioni.
Poi, in conseguenza al crollo economico-finanziario del 2008, improvvisamente almeno nel dibattito pubblico hanno riguadagnato importanza idee eretiche, quali appunto quella dei beni comuni o della decrescita. Volendo elencare solo alcuni degli avvenimenti essenziali, diversi per approccio e filosofia, di questa lenta ma necessaria evoluzione culturale, basterà ricordare l'enciclica del giugno 2009“Caritas in veritate” di Benedetto XVI, il Premio Nobel dato nell'ottobre del 2009 all'economista dei commons Elinor Ostrom, o la recentissima rivolta planetaria degli indignados. In Italia, fondamentale è stata la battaglia vinta sull'acqua come bene comune, nel referendum del giugno scorso. Numerosissimi gli articoli e libri dedicati all'argomento, tra cui la recensione di Roberto Esposito su La Repubblica di venerdì 14 ottobre 2011, a “Beni comuni. Un manifesto” di Ugo Mattei, appena pubblicato da Laterza.
Un'analisi lucida, argomentata e condivisibile, in cui però evidenzio ancora una volta il mancato inserimento del mare tra i beni comuni, status giustamente riconosciuto a boschi e torrenti, per rimanere nel campo ambientale. Eppure insisto sul fatto che in una Penisola con ottomila chilometri di costa il bene comune per eccellenza è il mare, quello che ostinatamente chiamo il nostro mare quotidiano. Una grande foresta blu che sfiora le nostre città o, per meglio dire, la smisurata periferia costiera sorta negli ultimi cinquant'anni. Un orizzonte condiviso da milioni di italiani, che rende ancora più incredibile ed emblematica la svista, anche da parte di intellettuali che da decenni si battono per ridefinire e rivendicare i beni comuni.
Come è possibile che quell'infinito acqueo non lo si riesca a vedere? Come è possibile negare il libero accesso o addirittura l'affaccio alle coste?
Io al contrario credo che queste sciupate rive urbane possano essere riqualificate, anche sociologicamente ed economicamente, in maniera durevole, non effimera, solo se si riuscirà a correggere questa pericolosa miopia, ripensando il mare come valore condiviso e indivisibile. Il mare deve al più presto entrare nel novero dei beni comuni, terzo imprescindibile vertice di un triangolo costituzionale che non può delinearsi esclusivamente su beni privati e, in minima parte, pubblici. E' questo il disegno proposto da Roberto Esposito per “la trasformazione di un mondo che appare sempre meno nostro”, di un mare che è sempre meno nostro.

giovedì 6 ottobre 2011

Il nostro mare quotidiano


E' tempo di Barcolana, è tempo di far vela.
Vela intesa come attività sportiva, come svago lungo un giorno, una settimana, un viaggio. In breve vela da diporto. Quando nel 1969 prese il via la prima Barcolana, era ancora vivo in tutti gli appassionati il ricordo della vela da lavoro, al servizio del traffico e della pesca. Allora “far vela” significava innanzitutto partire nell'accezione marinaresca, ossia navigare. Ancora oggi per altro la locuzione resiste tra i pescatori più anziani e capita spesso di sentir dire, malgrado tutte le barche siano motorizzate da oltre mezzo secolo, “Abbiamo fatto vela (cioè navigato) per due ore, prima di raggiungere il luogo dove sono state calate le reti”. I mille sofisticati dettagli tecnici e le altrettanto numerose implicazioni sportive, non hanno eliminato alcune ritualità. Innanzitutto alziamo una vela, un gesto arcaico con valori anche simbolici perché, consciamente o inconsciamente, ogni volta rinnoviamo un rito di appartenenza. Entriamo a far parte di quella antichissima genia di marinai che hanno fatto vela verso il famigliare Adriatico, il vasto Mediterraneo o l'infinito Oceano. Se, rispetto al passato, differenti sono circostanze, motivazioni e materiali, simili rimangono alcune preoccupazioni. Tutti alzando una vela ci interroghiamo sul vento, su direzione, forza e durata di questo dio umorale, capace di dispensare preziosa grazia o duro affanno. Certo abbiamo satelliti e radar che guardano meglio di noi il cielo ma, in ultimo, la scelta di lascare o cazzare, di tenere tutta la tela o terzarolare, spetta a noi. La vela, piccola o grande, la rotta breve o lunga, chiede sapienza e prudenza, manualità e fatica, tutte qualità antiche.
Della vela il Golfo di Trieste è da tempo immemorabile dimora, anche nella più recente versione diportistica. Lungo e probabilmente lacunoso sarebbe l'elenco di manifestazioni e circoli, timonieri e prodieri, barche e cantieri, maestri d'ascia e progettisti. Ma alcune pagine di romanzi triestini possono restituire se non la storia, alcune emozioni di questa passione marinara. Nei “Ricordi istriani”, di Giani Stuparich, il mare, il remo e la vela sono paesaggi del quotidiano. “La vela impigrisce, - aveva affermato papà, - marinaio che non conosce remi è mezzo marinaio”, si ripete tra sé uno dei protagonisti, che da anni sogna quell'esperienza. “Quanto avevamo sospirato quella vela! Fino allora c'era toccato di faticare sui remi”. La vela è gioia pura, quando i venti sono favorevoli e comunque è quasi sempre infinitamente meno faticosa e più rapida del remo. “Ora finalmente avremmo avuto la vela. Il riposo, la gioia di starsene distesi a paiolo, con la barra del timone sotto braccio, e di sentirsi filare, volare sull'acqua con le ali”. L'amatissima pesca, per quel ragazzo e suo fratello, passarono immediatamente in secondo piano, tanto era l'entusiasmo per l'agognata vela. Poco importa se si trattava di una semplice battella a fondo piatto e non di un guzzo o una passera. Qualche anno dopo, nelle tragiche trincee della grande guerra, i due fratelli ricordavano “sommessamente la nostra barca a vela, le estati passate a Umago. La vela per noi significava riscatto, estro, libertà”.
La vela entra anche in alcune pagine de “L'onda dell'incrociatore”, di Pier Antonio Quarantotti Gambini. E' in uno splendido autunno, in giorni d'ottobre luminosi come quelli appena trascorsi, che Ario, uno dei protagonisti, “prese un'ubriacatura di sole e d'aria marina. Appena poteva, balzava in barca e dava al vento la vela. Era bello scivolar fuori dal mandracchio, tanto veloci e leggeri che nella manovra lo scafo sembrava fuggirgli via”. Bordeggiava dentro il porto per guadagnare il mare libero, che regalava “i sobbalzi, gli spruzzi, le schiaffate dell'acqua a prua”. Le sue avventure adolescenziali sono un continuo intrecciarsi con esperienze marinaresche, in cui la vela e il remo sono fondamentali, non solo nei risvolti sportivi. Gli piaceva uscire solo, “Filava stringendo la vela, come in regata. E spesso, tra mare e cielo, si metteva a cantare”.
Le migliaia di vele di domenica credo sarebbero piaciute a Stuparich e a Quaranttotti Gambini; di certo i loro ragazzi avrebbero cercato imbarco, per condividere le ansie e le gioie sempre nuove che regala il mare e il vento.

martedì 13 settembre 2011

Notizie



Da venerdì 16 a domenica 18 settembre 2011 a Lerici si rinnova l'appuntamento con la letteratura e la cultura del mare. “Lerici legge il mare”, per il terzo anno consecutivo, offrirà a tutti gli appassionati un'ampia vetrina sulle più recenti novità editoriali, oltre a diversi incontri dedicati al Mediterraneo. Nel suggestivo borgo marinaresco attraccheranno anche imbarcazioni con vele al terzo e tradizionali, alcune delle quali ospiteranno presentazioni e dibattiti “in alto mare”. Storie marinaresche di ieri si intrecceranno con quelle altrettanto suggestive, a volte drammatiche, di oggi, componendo un unico grande racconto a più voci.

lunedì 5 settembre 2011

Il nostro mare quotidiano

Oggi sulle pagine del Corriere Romagna riprendo l'analisi fatta in un precedente post, sulla inciviltà che purtroppo contraddistingue molti motonuati italiani. Ma se il mare è di tutti, perché non immaginare e realizzare almeno le "domeniche blu"?

La Riviera Romagnola, spesso all'avanguardia sui temi del loisir balneare, potrebbe promuovere, prima in Europa, le “domeniche blu”. Così come da diversi anni per motivi ecologici, che si rivelano anche splendide occasioni per praticare una diversa mobilità e una più condivisa socialità, si interrompe il traffico automobilistico privato, allo stesso modo si potrebbe realizzare un'iniziativa simile in mare. Vietando la navigazione privata a motore nelle acque costiere, almeno entro 1 miglio dalla costa, lasciando ovviamente canali di accesso ai porti, si restituirebbero le acque ai piaceri della vela, del remo e del nuoto. Si riproporrebbe una modalità insieme antica (si pensi alle splendide immagini in bianco e nero della Riviera della prima metà del Novecento o ai racconti fulgidi dei nonni) e moderna, cioè realmente sostenibile in termini ecologici e umani. Le “domeniche blu”, oltre a un sicuro impatto mediatico non solo nazionale, aggiornerebbero a costo zero l'immagine della Riviera, usurata e segnata dai deliri edonistici avviati negli anni Ottanta, veicolati dalle automobili, amplificati nelle discoteche e oggi purtroppo portati troppo spesso in riva nei discobar se non addirittura in mare dalle moto d'acqua, l'ultima frontiera del consumo privatistico, dell'individualismo motorizzato in salsa pseudo marinaresca. Le “domeniche blu” attendono solo amministratori pubblici e imprenditori balneari capaci di concretizzare e promuovere un'iniziativa economica ed ecologica, innovativa e romantica.